Pubblichiamo un estratto da “La crisi, il lavoro, il nuovo modello di sviluppo”, l’introduzione di Laura Pennacchi a “Tra crisi e ‘grande trasformazione’. Libro bianco per il Piano del Lavoro 2013” (Ediesse). Il libro è il contributo al Piano del lavoro della confederazione dato dal Forum dell’economia della Cgil (un gruppo di economisti, ricercatori e sindacalisti che intende rendere permanente e fruibile per la confederazione una discussione plurale sugli avvenimenti dell’economia e del lavoro). Sabato primo giugno il Libro bianco viene presentato al Festival dell’economia di Trento, con la partecipazione di Susanna Camusso e Laura Pennacchi.

Da visioni diverse dell’economia e delle strutture che generano la crescita discendono diverse visioni della politica economica e del suo ruolo. Bisogna acquisire consapevolezza che il «mercantilismo» impersonato dalla Germania della Merkel non è modernità ma regressione all’Ottocento, a un’epoca in cui l’adozione generalizzata di strategie mercantilistiche (privilegianti in modo ossessivo le esportazioni) da parte di tutti i paesi industrializzati – obbedienti al principio che l’obiettivo dei governi e delle loro politiche economiche non fosse l’elevamento del benessere e della qualità della vita dei cittadini, ma incrementare le esportazioni per «aumentare la competitività del paese e quindi la sua potenza economica» (Andriani, 2012) – generò la spinta al colonialismo, le guerre, la diffusione di pratiche commerciali scorrette. È stato proprio attraverso il travaglio della crisi degli anni trenta che la cultura riformista maturò – mediante l’elaborazione tratta dalle politiche di Roosevelt, la riflessione dei liberaldemocratici e dei laburisti inglesi, le esperienze della socialdemocrazia scandinava, tutte a contrasto del tragico approdo del nazismo e dei totalitarismi – un’idea alternativa. L’idea, cioè, che il fine della crescita economica dovesse essere non più la potenza economica del paese ma il benessere dei suoi cittadini e il compito della politica economica dovesse essere di «indurre il sistema economico alla piena utilizzazione delle sue risorse, a cominciare dal lavoro».

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Per questo, per rivolgere coraggiosamente lo sguardo al futuro, è importante rileggere criticamente le esperienze degli anni trenta, a partire dalla creatività istituzionale generata dal New Deal di Roosevelt nel caso americano (Leighninger, 2007). A seguito della grande depressione del 1929-1932 nacque la politica fiscale e monetaria keynesiana finalizzata alla piena occupazione. Molti paesi capitalisti nazionalizzarono le industrie più importanti. Gli USA di Roosevelt procedettero a una severa regolamentazione del settore bancario e a larghi programmi di previdenza sociale. In tutto il mondo rigorosi controlli furono imposti ai movimenti internazionali di capitale. Skidelsky (2009) rileva che anche «il sistema di Bretton Woods, elaborato con il contributo di Keynes nel 1944, è stato l’espressione internazionale dell’economia politica liberal-socialdemocratica.

(Propaganda per il New Deal)

L’obiettivo era liberare il commercio estero dal ‘congelamento’ che aveva subito negli anni trenta, creando un ambiente che disincentivasse il nazionalismo economico. Il perno era un sistema di cambi fissi, suscettibile di aggiustamenti concordati, per evitare svalutazioni monetarie concorrenziali». Anche oggi, la riaffermazione di una progettualità di alto profilo deve esprimersi nell’identificazione delle condizioni di un nuovo modello di sviluppo che faccia perno sulla «piena e buona occupazione» e dunque anche su un «Piano straordinario per la creazione diretta di lavoro per giovani e donne», rilanciando un nuovo intervento pubblico. Le due esigenze sono inscindibili. Occorrono circuiti nuovi di pensiero e di prassi politica per riattivare una «piena e buona occupazione» con un Piano straordinario di creazione di lavoro per giovani e donne. Puntare sulla «piena» occupazione, infatti, è oggi il solo modo per far ripartire una crescita solida e duratura, così come generare «buona» occupazione è il solo modo per non avere una crescita quale che sia ma un nuovo modello di sviluppo. Non a caso furono politiche occupazionali su larga scala e di taglio creativo quelle con cui il New Deal di Roosevelt sconfisse la depressione degli anni trenta. La quantità dell’occupazione conta non meno della qualità e quest’ultima è connessa alla natura del capitale accumulato. A sua volta la produzione di beni pubblici – di cui il vecchio modello è stato drammaticamente carente e di cui «il mondo oggi ha fame» (Wolf, 2012) – caratterizzante il nuovo modello di sviluppo dipende dall’accumulazione di nuovo capitale, la cui attivazione non è possibile solo sollecitando una domanda tradizionale.

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Keynes consiglierebbe piani di spesa pubblica diretta per il lavoro e per gli investimenti, finanziati in disavanzo con nuova moneta, distinguendo tra debito «buono» (quello, per l’appunto, per nuovi investimenti) e debito «cattivo» (quello per spesa pubblica corrente improduttiva) e tenendo congiunti il lato della domanda e quello dell’offerta, tanto più in una fase di squilibri nelle capacità produttive tra eccessi in alcuni settori e deficit in altri. Per Keynes solo un regime di pieno impiego dei fattori della produzione giustifica il principio del pareggio di bilancio, che in ogni caso non può valere per gli investimenti pubblici, vero traino dello sviluppo economico in una fase in cui si tratta non solo di rilanciare la crescita ma di cambiarne la qualità e la natura.

La «socializzazione degli investimenti», destinata a riqualificare l’offerta e ad aumentarne la produttività, al tempo stesso sostiene la domanda contenendo l’inflazione e riducendo nel tempo il rapporto debito/PIL. La «socializzazione dell’occupazione» fa sì che l’operatore pubblico si doti di un «Piano del Lavoro» per la miriade di obiettivi che attendono solo agenzie e strutture che se ne prendano cura: tecnologie verdi, energia, infrastrutture, trasporti, salute, educazione, servizi sociali. Il punto è che per trattare lo sconvolgimento epocale che la crisi globale sta provocando non bastano strategie difensive, occorre una rivoluzione culturale che faccia uscire dall’inerzia e dall’afasia, inducendo a riscoprire la discriminante destra/sinistra nello sviluppo dei «beni pubblici» e dei «beni comuni» (Pennacchi, 2012).

È tutto ciò che reclama un big push, una grande spinta, un eccezionale intervento pubblico. In questo quadro il rilancio della riflessione su un nuovo intervento pubblico in economia assume una portata enorme. Esso va collocato dentro quella strong battle – come dicono i democratici americani – tra settore pubblico e settore privato riproposta dalla crisi economica globale, lungo il cui asse torna a scorrere una forte discriminante destra/sinistra. Chi aveva sostenuto che Stato/mercato fosse divenuto un dilemma irrilevante ha materia per ricredersi, se si arriva a sostenere che tutta la campagna elettorale per le presidenziali americane – significativamente vinte da Obama – si è giocata attorno a questo dilemma traducendosi, in realtà, «in una scelta sul capitalismo» (Bastasin, 2012). Il paradosso da spiegare, semmai, è un altro: l’intervento pubblico è stato invocato quando si trattava di salvare banche e intermediari finanziari dall’abisso (trasformando immensi debiti privati in immensi debiti pubblici) e ora che bisognerebbe sostenere i redditi dei lavoratori, rilanciare la «piena e buona occupazione», dare vita a un nuovo modello di sviluppo, se ne pratica un drastico ridimensionamento sotto forma di tagli vertiginosi alla spesa pubblica.

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Occorrono sia politiche della domanda che politiche dell’offerta, queste ultime non nel senso della supply side economics ma nel senso dell’intervento sui nodi strutturali: carenze di offerta nei servizi, innovazione, capitale umano. Keynes e Schumpeter vanno strategicamente ripensati insieme. La drammatica situazione che stiamo vivendo riattualizza tutte le categorie di Keynes: insufficienza della domanda aggregata, disoccupazione involontaria ed equilibrio di sottoccupazione, utilizzo della spesa pubblica e moltiplicatore, «trappola» che fa sì che all’aumentare della liquidità non aumentino gli investimenti per la decrescente efficienza marginale del capitale. D’altro canto, la crisi economico-finanziaria ha attizzato il fuoco sotto problematiche che covano da tempo un potenziale esplosivo, dalla crescita delle diseguaglianze agli squilibri territoriali, al depauperamento del capitale sociale e dei patrimoni infrastrutturali, alla dequalificazione dei sistemi educativi e delle strutture di welfare, al riscaldamento climatico e alle questioni ambientali generali.

(Giuseppe Di Vittorio)

Quelli che urgono, quindi, non sono generici sostegni alla domanda di consumi: «servono, in realtà, unitamente a riforme strutturali nei singoli paesi, massicci investimenti a medio e lungo termine, pubblici e privati, in una serie di comparti in grado di creare posti di lavoro oggi e accrescere la produttività in futuro», per «stimolare la domanda e aggirare contemporaneamente le strozzature esistenti dal lato dell’offerta» (Guerrieri, 2012). Trattare queste problematiche implica adottare un incisivo intervento pubblico, che non si limiti e a regolare e a liberalizzare5 , e invece da una parte si esprima nella presenza diretta in economia non nei settori decotti e nemmeno in quelli maturi ma sulle frontiere dell’innovazione (anche mediante una mobilitazione, valorizzazione, alienazione del patrimonio), dall’altra ridia cittadinanza a un’altra parola troppo a lungo negletta: programmazione. Giddens (2009), il teorico della terza via semiliberista di Tony Blair, dice addirittura «pianificazione ».

La programmazione e la politica industriale assumono questioni che il mercato non può risolvere (Leon, 2003): la scelta di quanto investire nell’aggregato, la direzione che le nuove tecnologie debbono intraprendere, la decisione di quanta urgenza dare ai problemi ambientali, il ruolo da assegnare alla scuola, alla conoscenza scientifica, alla cultura. Inoltre, ogni crisi, tanto più se severa come l’attuale, forza e accelera il ritmo del cambiamento strutturale, fa maturare quelle condizioni che Karl Polanyi definì Great Transformation, fornire risposte alle quali richiede uno spettacolare sforzo di produzione di pensiero, di idee, di categorie per porre al centro di un nuovo modello di sviluppo green economy , beni comuni, beni sociali.

Ma non c’è dubbio che l’intervento pubblico da immaginare deve essere modellato in primo luogo a scala europea. La dimensione dell’Europa unita è decisiva e lì va combattuta una battaglia per rovesciare l’austerità autodistruttiva: una battaglia che comprenda la golden rule a favore degli investimenti, la Tobin tax, la tassazione dei patrimoni, il ripristino di un controllo sui movimenti di capitale volto a rendere «intelligente» la globalizzazione sregolata e iniqua che abbiamo avuto fin qui, la mutualizzazione del debito europeo iniziando con l’emissione di eurobond e di europrojects , la riaffermazione del ruolo degli organismi comunitari, la ripartenza di un’integrazione politica che punti «non tanto e non soltanto ad imporre il cambiamento delle condotte sbagliate – come dice Amato (2012) – ma a costruire attorno all’euro un impianto di tipo federale, con poteri e strumenti di intervento più efficaci sia nel proteggere la stabilità dello stesso euro sia nel ridurre le divergenze economico-finanziarie che la mettono a rischio».

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Inoltre, il nuovo intervento pubblico, lungi dall’essere riproposto nei termini di un vecchio statalismo, dovrà essere organizzato con un’articolazione istituzionale plurale e variegata, tale da configurare una «statualità» che si eserciti nelle forme ricche e complesse tipiche della «sfera pubblica» à la Hanna Arendt. Nel caso italiano si possono riscoprire istituti pur sempre presenti nel nostro ordinamento istituzionale – come l’impresa a partecipazione statale – o si pos sono rafforzare le funzioni nuove, specialmente in ordine alla problematica degli investimenti di lungo termine (Bassanini, Reviglio, 2009), che vengono assumendo istituzioni quale la Cassa Depositi e Prestiti. Per Gallino (2012) «l’attuazione di uno schema di job guarantee richiede un’agenzia centrale che stabilisce le regole di assunzione e i livelli di retribuzione e un gran numero di imprese (o centri di servizio o cooperative) a livello locale che assumono, al caso addestrano e impiegano direttamente i lavoratori, oppure li assegnano a imprese locali in progetti di immediata e rilevante utilità collettiva».

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La creazione di lavoro, dunque, è un cimento decisivo con cui oggi misurarsi. Green economy, beni sociali, «beni comuni» possono essere l’orizzonte strategico complessivo, i contenuti generali nel cui quadro tale cimento può avvenire e verso cui veicolare l’innovazione, la ricerca scientifica, il progresso tecnologico (Settis, 2012). Green economy significa trasformare in mezzi con cui promuovere la crescita la riduzione dell’inquinamento e dell’emissione di gas nocivi, la lotta agli sprechi e all’uso inefficiente e ingiusto delle risorse naturali, il mantenimento della biodiversità, la riduzione della dipendenza energetica dai fossili e il rafforzamento delle fonti alternative.

Beni sociali e «beni comuni» significano fare di spazi urbani, salute, intrattenimento, cura di sé, stimolo intellettuale e creatività, contatti e relazioni, benessere familiare, i campi di valorizzazione di una cospicua forza-lavoro crescentemente qualificata, il cui apporto può rivelarsi fondamentale per lo sviluppo e per la crescita. I modi di estrinsecazione possono essere vari, dalle reti alla ristrutturazione urbanistica delle città, dalle infrastrutture alla riqualificazione del territorio (come sua messa in sicurezza, manutenzione ordinaria e straordinaria8 , ecc.), dai bisogni emergenti – attinenti all’infanzia, all’adolescenza, alla non autosufficienza – al rilancio del welfare state . Nella seconda parte di questo lavoro collettivo noi indichiamo delle Filiere entro cui costruire specifici Progetti : Beni culturali, Beni sociali, Energia, Politiche ambientali e Green Economy , Città, territorio e infrastrutture, Agricoltura, Scuola, istruzione, formazione.

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In sintesi e in conclusione, occorre un approccio molto complesso per affrontare un simile cimento, quale è l’approccio dello «sviluppo umano». Esso spinge a concentrare l’attenzione, oltre che sui mezzi, sui fini dello sviluppo e ad articolare una visione ricca della «persona» e della sua multidimensionalità, presupposti di un nuovo umanesimo di cui il lavoro, i diritti, la cittadinanza si ripropongano come coordinate decisive.