Il tema del lavoro, il suo immaginario e i suoi conflitti, quella vita della nostra vita che s’innerva nel nostro destino di individui sociali, non ha prodotto nella letteratura italiana, a parte qualche eccezione, grandi capolavori. Noi non abbiamo Tempi difficili di Dickens, Uomini e topi o Furore di John Steinbeck, e neanche La cittadella di Cronin, Martin Eden di Jack London, tanto per citare uno dei suoi titoli, non abbiamo avuto un reporter di grande classe e temperamento come Orwell che in La strada di Wigan Pier va a raccontare i minatori di una contea inglese, li descrive nella condizione di isolamento esistenziale e fatica fisica, e vive nei loro stessi suburbi. Non ci sono stati libri come La condizione operaia di Simon Weil, la filosofa che per capire i lavoratori va come loro ogni mattina a lavorare alla Renault, e annota nei suoi diari quello che vive a ogni turno.

Insomma, in Italia ha sempre funzionato per oltre un secolo il preconcetto che il vero scrittore non deve interessarsi dei temi sociali, quello lo fa e deve continuare a farlo il giornalista, soprattutto l’inviato, che va nei luoghi, scrive un referto di maggiore profondità, se ne può interessare il sociologo per certi versi, invece lo spazio letterario è altro, va a sondare le pieghe più nascoste della commedia umana. La vita, la morte, l’assoluto. Dio.

Poi di libri dove il mondo del lavoro è un fondale sensibile in realtà ce ne sono stati, e anche tanti, a partire da quel prototipo che è Rosso Malpelo di Verga, i Ricordi di un impiegato di Federigo Tozzi, il romanzo neoverista della civiltà contadina La malora di Beppe Fenoglio, oppure un altro suo, La paga del sabato, romanzi come La chiave a stella di Primo Levi; fino allo sperimentale Vogliamo tutto di Nanni Balestrini, che è del ’71, nella voce fluviale di un operaio massa, il cupissimo La morte in banca di Pontiggia, e ancora Il dipendente di Sebastiano Nata, dove il protagonista è Michele Garbo, il top manager in giacca e cravatta che vive nell’impero immateriale dei soldi, La dismissione di Ermanno Rea, e poi L’età dell’oro di Edoardo Nesi, romanzo del declino del tessile pratese e, per finire, il geniale racconto lungo Cordiali saluti di Andrea Bajani, dove uno scrittore aziendale redige lettere di licenziamento come esercizi di stile, e sempre quello suo legato ai temi della delocalizzazione, Se consideri le colpe, Ternitti di Mario Desiati, poi il romanzo in versi di Targhetta Perciò veniamo bene nelle fotografie.

A dimostrazione che negli ultimi anni molti scrittori delle nuove generazioni sono tornati a raccontare la realtà anche molti reportage narrativi, che pure interessarono intellettuali come Cassola e Bianciardi in quel prototipo che è i Minatori della Maremma, come Uomini e caporali di Alessandro Leogrande, Servi di Marco Rovelli, sui lavoratori clandestini, o l’autobiografico Il mondo deve sapere di Michela Murgia che illumina dal di dentro il mondo tragicomico dei call center. Con un grande outsider, scomparso da due anni, per mezzo secolo operaio in Norvegia, quel Luigi Di Ruscio che la casa editrice Ediesse ha contribuito fortemente a riportare nelle librerie con la raccolta antologica Poesie operaie, le prose eccentriche de La neve nera di Oslo, la ristampa di Palmiro, e al quale questo autunno Feltrinelli dedicherà una Cometa con una scelta dei suoi scritti più importanti.

Ma la stagione più intensa resta sempre quella della cosiddetta “letteratura industriale”, a cavallo tra i ’50 e ’60. Sono anni in cui l’attività letteraria di alcuni nostri scrittori correrà sullo stesso binario dell’esperienza imprenditoriale più umanistica del nostro paese, l’idea di una “impresa responsabile” e quella diversa concezione di industria capace di introdurre un sistema di welfare che a partire dal dopoguerra costituì una felice anomalia non solo in Italia. La fabbrica ideale dove lavoravano oltre a Fortini anche Ottiero Ottieri, Giovanni Giudici, Libero Bigiaretti, e quella incredibile esperienza sul campo diede vita a Memoriale di Volponi, uscito nel 1962, forse il romanzo più emblematico di quel momento, dove lo scontro tra corpo e fabbrica, capitale e lavoro, è traumatico.

Sono anche gli anni di Donnarumma all’assalto e Tempi stretti di Ottieri, dove sono gli interni funzionali dell’architettura dei padiglioni in cui il lavoro pulsa, gli ambienti impiegatizi fatti di fòrmiche e neon, a dare la cifra di quello “scrittore di carne triste” di cui parlava Calvino, la stessa che infonde “ritmi esterni che si traducono in relazioni sociali frenetiche e si metabolizzano in asmatiche palpitazioni interiori”, come scrive lo scrittore Paolo Di Stefano in un nota alla recente ristampa del libro da parte della coraggiosa casa editrice marchigiana Hacca.

Nello stesso periodo un altro grande corsaro, il gogoliano Lucio Mastronardi, nel mondo lombardo degli “scarpari” progettava e scriveva “La trilogia di Vigevano” e, nella figura tragicomica del maestro Mombelli, al quale Alberto Sordi diede corpo e voce nel film di Elio Petri, annunciava la fine di un’epoca e il prevalere prepotente dell’economia e del consumismo sulla cultura nell’Italia del boom. Altri suoi compagni di strada sono in quella stessa geografia sociale del nord l’anarchico Luciano Bianciardi, e un cattolico tormentatissimo, ma non meno caustico, Giovanni Testori, l’autore del Ponte della Ghisolfa, un libro di racconti con personaggi della vita agra della periferia milanese, baristi, operai, a uno dei quali si è ispirato Luchino Visconti per quel capolavoro che è Rocco e i suoi fratelli.

Ma è Paolo Volponi di quella stagione il maggiore, un autore capace di creare personaggi e immaginari che compiono uno scarto molto forte dal reperto sociologico e realistico, e scrittore di grande capacità d’invenzione, nonché di profonda immaginazione sociologica. E un suo libro, ormai diventato classico, è quello che racconta più di tutti gli anni che stiamo vivendo, Le mosche del capitale. Dedicato ad Adriano Olivetti “maestro dell’industria mondiale”, è anche il suo testamento politico e il documento verbale di una sconfitta, quello che tiene conto di una brutale trasformazione e descrive dal di dentro quel capitalismo italiano votato ai profitti e alla finanza che abbandonava la sua missione storica, di cui Volponi aveva informazioni di prima mano avendo lavorato prima nella fabbrica di Ivrea, poi alla Fiat degli Agnelli, dalla quale fu indotto alle dimissioni nel 1975 dopo aver fatto dichiarazione di voto al Pci.

“Il racconto è finito. La narrazione, se vuole, è il bancone del supermercato. Lei non potrà raccontare mai niente di me!” sentenziava ancora Bruto Saraccini, quel Don Chisciotte alter ego dello scrittore che, come ha scritto Massimo Raffaeli, è uno dei suoi personaggiuomo, della stessa razza dell’Anteo Crocioni de La macchina mondiale o l’Albino Saluggia di Memoriale: “sono regolarmente dei derelitti o gli uomini in estremo pericolo che gli antichi greci definivano pharmakòi, capri espiatori e martiri di situazioni conflittuali in cui, annientatisi o venendo eliminati, squarciano il velo di falsa coscienza e mettono a nudo la verità”.

Proprio come il protagonista del romanzo, il dirigente colto che vede nel neoliberismo in arrivo sulle soglie dell’Epoca la fine non solo del progetto olivettiano ma proprio l’impossibilità in Italia di una democrazia economica. “Il capitalismo ha avuto vari collassi”, dirà negli Scritti dal margine lo scrittore marchigiano, “vere crisi, perché è così ingordo, avido, mangia troppo, molto più di quello che può digerire e poi sta male, e naturalmente fa pagare agli altri le sue sofferenze.” In tutti gli ultimi libri di Paolo Volponi il conflitto tra la misura umanistica e il caos della società neoliberista porta a combustioni molto forti.

“Siamo infettati, contaminati, appestati. E corriamo” dice nel dialogo a due voci con Francesco Leonetti ne Il leone e la volpe, libro che rimette in circolo tutto il pensiero e la sua storia di scrittore e uomo di industria, di parlamentare del Pci, quella dell’intellettuale nato nell’umanesimo rinascimentale di Urbino. Di questo luogo ideale, in contrapposizione estetica con le città del mondo globalizzato, del suo habitat e di ciò che resta del suo mondo animale, lo scrittore marchigiano invece dà conto in una raccolta di scritti giornalistici uscita postuma, Del naturale e dell’artificiale. A questi due libri si può aggiungere un altro testo, lontano per uscita ma vicino per agone, del Volponi più politico dell’ultima stagione, quello “inviso al Capitale”, cioè i suoi interventi parlamentari raccolti nel volume di inediti Parlamenti (Ediesse, 2011). Sono tre testi dell’intellettuale che più di ogni altro oppone il suo pensiero a quel trapasso che con il declino della civiltà industriale, attraverso la manipolazione dei media, porta fino all’oggi, cioè a quel Finanzcapitalismo di cui Gallino ha scritto in un suo libro di mirabile lucidità saggistica e che lui aveva visto già in quell’ultimo suo definitivo capolavoro che è Le mosche del capitale.

La sua interrogazione, se pensiamo che arriva dal lontano 1989, angoscia ancora più di una profezia: “Ciò che mi domando è: come mai siamo giunti al punto che la sola materia materiale diventasse il denaro. E come si fosse annullata la profondità del mondo”. Di questo cambio di passo del capitalismo mondiale, e proprio di mondo vero e proprio, forse uno dei passaggi antropologici più traumatici della nostra storia, sono testimonianza anche alcune operette morali con al centro la natura affidate alle pagine culturali del Corriere della Sera, dove Emanuele Zinato, curatore delle Opere presso Einaudi, individua l’animale come “una trasparente figura dell’inconscio ma anche un elemento residuale di realtà entro la vittoria delle pratiche derealizzanti”, da legare ad un altro libro più che mai attuale, l’apologo leopardiano Il pianeta irritabile.

Anche nella scrittura di questi pezzi, nel passo e nel loro farsi c’è una opposizione di stili e di ritmi. Nella prosa dei paesaggi marchigiani, o nella descrizione del passero, del toro o dei gabbiani, la lingua ha una sua dolcezza e armonia, una naturale propensione alla lentezza, mentre nella scrittura che descrive la dinamica sociale ritorna prepotente quel ritmo di una meccanica fatta di ingranaggi col gusto della catalogazione tipica del suo modo di raccontare nello spazio del romanzo, una lingua che assorbe, digerisce e rilancia come una turbina la sua energia che sembra inesauribile.

La sconsolata riflessione finale, più che una perla di saggezza come sembrerebbe è sarcastica: “Da vecchi non si è più ‘neutrali’. E si capisce ancor meglio, e dolorosamente, che nessuna cosa lo è, neutrale. Nessuna, neppure fenomeni naturali come il vento o la pioggia”. In quegli anni diceva di sé: “Ho ancora delle inquietudini da selvatico: mi piace chiamarmi Volponi e penso all’eroismo della volpe che, presa in trappola, si morde la zampa pur di scappare. Anche io sono così, non riesco a rimanere chiuso in trappola e mi strappo la gamba pur di scappare”. Quello che manca oggi all’Italia, tra le tantissime altre cose, è proprio uno scrittore come lui.

* Il lavoro, con le sue sofferenze, è da sempre al centro degli interessi di Angelo Ferracuti. In uscita a maggio, per Einaudi, il suo ultimo libro. Titolo Il costo della vita, con le foto di Mario Dondero, è un lungo reportage sulla tragedia, era l’87, della Mecnavi di Ravenna.