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Che fare

Democratizzare la società algoritmica

Foto: Gerd Altmann da Pixabay
Lelio Demichelis
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Il capitalismo oggi estrae plusvalore per sé dalla vita intera degli uomini. La nostra vita è diventata materia prima, mezzo di produzione (di dati) e forza-lavoro a plus-lavoro totale, cioè h24. Mai era arrivato a tanto

Amiamo considerarci individui e persone libere e autonome, ma da tempo siamo diventati cose/merci (ne scriveva già un signore di nome Karl Marx) e oggi siamo diventati dati, numeri - e forse è peggio che essere cose.

Ovvero: il capitalismo oggi estrae plusvalore per sé dalla vita intera degli uomini. La nostra vita (i dati che la rappresentano) è diventata materia prima, mezzo di produzione (di dati) e forza-lavoro a plus-lavoro totale, cioè h24. Mai il capitalismo era arrivato a tanto, eppure tutto questo ci sembra normale e ci adattiamo senza reagire alle esigenze del capitalismo che vuole i nostri dati (sono la sua nuova frontiera, il nuovo mercato da conquistare), cioè appunto la nostra vita intera: sì, perché il nostro adattamento continuo alle esigenze del capitalismo era ed è l’obiettivo dell’ideologia neoliberale e tecnologica in cui siamo immersi/sussunti, che ora sfrutta e mette al lavoro la nostra vita non solo flessibilizzandola/precarizzandola, ma anche attraverso i dispositivi tecnologici di profilazione.

Parola soft ma fuorviante – profilazione - per nascondere ciò che è in realtà, capitalismo della sorveglianza, secondo Shoshana Zuboff; mentre dovremmo iniziare (ma siamo già in drammatico ritardo) a ragionare sul fatto che profilare/spiare/quantificare/datificare le persone – a parte situazioni specifiche come statistica, medicina e cura, conoscenza, ricerca, previsione, controllo della crisi climatica – dovrebbe essere vietato.

A meno di volerci reificare/datificare/mercificare/omologare ancora di più - ma prima si rilegga L’uomo a una dimensione di Herbert Marcuse  (1898-1979); a meno di volere davvero arrivare a realizzare quella società amministrata e automatizzata che temeva un altro filosofo come Max Horkheimer (1895-1973), dove “tutto potrà essere regolato automaticamente, che si tratti dell’amministrazione dello Stato, della regolamentazione del traffico o di quella del consumo” (2015: 168); “dove il singolo potrà sì vivere senza preoccupazioni materiali, ma dove non conterà più nulla […]; e “tutto si ridurrà al fatto di imparare come si usano i meccanismi automatici che assicurano il funzionamento della società” (ivi:174). E sembra già la realtà di oggi.

Ma questo pone serissimi problemi in termini di libertà e di democrazia.

Ma cos’è la democrazia? Riprendiamo la definizione della politologa Nadia Urbinati: “Nella democrazia, l’agire politico non solo è pubblico, ma deve essere reso pubblico, messo sotto gli occhi del pubblico […] in due sensi: perché volto ad occuparsi di problemi che direttamente o indirettamente riguardano e condizionano tutti; e perché deve essere reso chiaro, giustificato ed esposto sempre al giudizio dei cittadini; i quali, in quanto ‘corpo sovrano’, hanno due poteri, quello di autorizzare con il voto e quello di giudicare e controllare perpetuamente, prima o dopo aver votato, coloro che hanno autorizzato” a governarli (2011: 155).

Giusto. Ma la sua riflessione è applicabile ancora di più al potere di ciò che definiamo tecno-capitalismo (2015, 2018, 2020), cioè il sistema integrato e reciprocamente funzionale e illimitatamente accrescitivo di tecnica e capitalismo. E che oggi può essere identificato con le imprese della Silicon Valley, ma non solo.

E come agiscono queste imprese private? Producendo dati di fatto imposti come immodificabili (non ci sono alternative!), identificandosi esse stesse, ma abusivamente, con un progresso tecnologico che non si può e non si deve fermare a prescindere dai suoi effetti sociali e ambientali. Il loro – riprendendo Urbinati - è quindi un potere che riguarda e condiziona tutti, ma che non è trasparente, che non è reso pubblico nel suo prodursi perché possa essere giudicato e controllato perpetuamente dai cittadini e soprattutto autorizzato secondo un principio di precauzione e di responsabilità sociale e ambientale. Così come non pubblici, non trasparenti sono gli algoritmi, che tuttavia crediamo veri e verità perché basati sul calcolo matematico e quindi sulla loro presunta esattezza.

Viviamo in un paradosso: possiamo controllare con il voto l’agire dei rappresentanti che abbiamo eletto al Parlamento, ma non abbiamo alcun potere di valutare, giudicare, decidere consapevolmente su ciò che massimamente impatta davvero e pervasivamente sulla nostra vita, cioè la tecnologia e l’organizzazione del lavoro e della vita che la tecnologia determina.

Una tecnologia – ma lo dimentichiamo sempre - che non è neutra ma possiede una propria essenza e un proprio determinismo: l’accrescimento illimitato del sistema, il dover fare tutto ciò che tecnicamente si può fare, la sussunzione/ibridazione dell’uomo nelle macchine, la convergenza delle macchine in macchine sempre più grandi e integrate e centralizzate e trasformando le forme tecniche – come scriveva un altro filosofo, Günther Anders (1902-1992) - in forme sociali (e pensiamo agli smartphone e alla rete); una tecnologia che oggi si accresce e si riproduce da sé e impara da sé, a prescindere (anzi: volutamente escludendola) dalla valutazione e dalla consapevolezza umana e democratica. Rendendo quindi ancora più necessario un governo democratico - nelle imprese e nella società - di questa tecnologia e dei processi che innesca, insieme al capitale.

Scriveva Luciano Gallino (1927-2015) più di dieci anni fa (in MicroMega, nr. 3/2011): “La democrazia, si legge nei manuali, è una forma di governo in cui tutti i membri di una collettività hanno sia il diritto, sia la possibilità materiale di partecipare alla formulazione delle decisioni di maggior rilievo che toccano la loro esistenza”. E invece, oggi “la grandissima maggioranza della popolazione è totalmente esclusa dalla formazione delle decisioni che ogni giorno si prendono” nei settori dell’economia, ma oggi, aggiungiamo soprattutto dell’innovazione tecnologica; ed esclusa per l’azione di quel soggetto che si chiama grande impresa. “Il fatto nuovo del nostro tempo è che il potere della grande impresa di decidere a propria totale discrezione che cosa produrre, dove produrlo, a quali costi per sé e per gli altri, non soltanto non è mai stato così grande, ma non ha mai avuto effetti altrettanto negativi sulla società e sulla stessa economia” – così “configurando un deficit di democrazia tale da costituire ormai il maggior problema politico della nostra epoca”.

E questo deficit di democrazia continua a crescere, al crescere del potere del tecno-capitalismo. Ricordava invece Robert A. Dahl: “Il demos e i suoi rappresentanti hanno il diritto di decidere, mediante il processo democratico, [anche] come dovrebbero essere possedute e controllate le imprese economiche”, per il semplice fatto che: “Se la democrazia è giustificata nel governo dello stato, allora essa lo è anche nella conduzione delle imprese economiche” (1989: 118).

E se questo è vero – ed è vero - allora oggi si presenta il tema (urgentissimo) della democratizzazione (di nuovo) delle imprese, ma soprattutto della tecnica e dei processi di innovazione tecnologica industriale - il maggiore problema politico della nostra epoca. Nei luoghi di lavoro, fisici o virtuali (sempre ricordando che la tecnologia non è solo macchine e algoritmi ma soprattutto, incorporandole in sé, regole di organizzazione, comando e controllo); ma soprattutto nella società.

Per realizzare questa democratizzazione – necessaria anche in termini di transizione ecologica - possono servire le parole del filosofo Salvatore Veca (1943-2021): “No Innovation without Representation (and Participation)” (2018: 55). Non è infatti ammissibile che in democrazia via sia un potere - come oggi quello delle imprese e della tecnica - non controllato/bilanciato da un altro potere.

Se invece accettiamo questa crescente alienazione politica prodotta dalle imprese e dalla tecnica (dalla delega che diamo sempre più alla tecnica), allora crolla l’intero sistema democratico. Per evitarlo, il ruolo del sindacato diventa fondamentale - nell’impresa e nella società.

Lelio Demichelis, Professore di Sociologia economica all’Università degli Studi dell’Insubria

Bibliografia
Anders G. (2003), L’uomo è antiquato, 2 voll. Bollati Boringhieri, Torino
Dahl Robert A. (1989), La democrazia economica, il Mulino, Bologna
Demichelis L. (2020), Sociologia della tecnica e del capitalismo, FrancoAngeli, Milano
Demichelis L. (2018), La grande alienazione, Jaca Book, Milano
Demichelis L. (2015), La religione tecno-capitalista, Mimesis, Milano-Udine
Horkheimer M. (2015), Crisi della ragione e trasformazione dello Stato, PGreco, Milano
Ippolita (2017), Tecnologie del dominio, Meltemi, Milano
Ippolita (2014), La rete è libera e democratica. Falso!, Laterza, Roma-Bari
Marcuse H. (2006), L’uomo a una dimensione, Einaudi, Torino
Urbinati N. (2011), Liberi e uguali, Laterza, Roma-Bari
Veca S. (2018), Il senso della possibilità, Feltrinelli, Milano
Zuboff S. (2019), Il capitalismo della sorveglianza, Luiss University Press, Roma