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Lotta alla povertà femminile, quando indagare è una sfida

Una legge piena di paradossi
Foto: foto Simona Caleo
Alessandro Martelli
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Le difficoltà non riguardano solo lo studio dei meccanismi di policy che si rivolgono alle donne in difficoltà, ma anche l'osservazione della complessità che le misure di welfare oppongono a chi intenda osservarne modalità di implementazione ed effetti

Il testo che segue è la sintesi dell’articolo pubblicato nella sezione Tema del n. 1/2018 della Rivista delle Politiche Sociali. Questo è invece il link alla rubrica che Rassegna dedica alla stessa Rivista

La povertà di ampie fasce di popolazione contraddistingue la storia repubblicana italiana, come testimoniato dall’inchiesta parlamentare sulla miseria condotta nel 1952-53, dalla prima indagine Cee del 1979 e dai più recenti dati Istat del 2017. La crisi economico-finanziaria avviatasi nel 2007-2008 ha provocato un aumento della povertà assoluta, soprattutto a partire dal 2012, quando è intervenuta la crisi del debito sovrano. Così, se nel 2005 la povertà assoluta toccava il 3,3% degli individui, nel 2016 riguardava il 7,9% degli individui, per un totale di quasi 5 milioni di persone.

Come noto, la fenomenologia della povertà è assai vasta e complessa e impegna duramente sia chi voglia analizzarne l’entità, l’articolazione interna e le dinamiche evolutive, sia chi – sulla base delle conoscenze disponibili – intenda contrastarla e favorire percorsi di autonomia e inclusione sociale, predisponendo appositi dispositivi di policy.

Entro questo quadro, indagare la povertà femminile rappresenta un’ulteriore sfida teorica e metodologica. Tale sfida si protrae e, per certi versi, si fa ancora più dura nel passare al versante delle politiche di lotta alla povertà in chiave di genere. Ciò non soltanto per la difficoltà di distinguere e studiare i meccanismi di policy che si rivolgono, in particolare, alle donne povere, ma per la stessa più generale complessità che le misure di welfare e, nel caso specifico, di contrasto al disagio sociale grave oppongono a chi intenda osservarne modalità di implementazione ed effetti.

Quanto il fenomeno della povertà sia contrassegnato da questioni di genere e quanto tali questioni influenzino la costruzione e l’implementazione delle politiche di lotta alla povertà sono aspetti che richiedono una ricognizione tanto sulla misurazione della diffusione della povertà (a partire dai principali orientamenti Istat ed Eurostat-EuSilc), quanto sull’impianto e l’articolazione delle politiche di contrasto, in relazione a capienza, disponibilità e potenzialità delle informazioni relative ai beneficiari delle misure contro la povertà e agli effetti di queste.

Le principali statistiche disponibili mostrano livelli di povertà in cui i divari tra maschi e femmine sono tendenzialmente di lieve entità e mai particolarmente accentuati, fatto salvo il dato relativo alle persone senza dimora, dal quale emerge come la condizione di disagio estremo sembrerebbe largamente più diffusa fra gli uomini. In termini di povertà relativa, a fronte di una differenza poco marcata nel 1997 (11,3% l’incidenza entro la popolazione femminile e 10,6% entro quella maschile) e nel 2005 (rispettivamente 11,1% e 10,5%), il divario nel 2016 si riduce ulteriormente, pur sullo sfondo dell’aumento delle persone relativamente povere.

Passando alla povertà assoluta, l’assottigliarsi delle differenze di genere è ancor più vistoso, poiché se nel 2005 il divario poteva dirsi sensibile (risultava coinvolto il 5,2% della popolazione femminile, contro il 3,5% di quella maschile), nel 2016 si registrava una sostanziale equivalenza, con un’incidenza del 7,9% tra le donne e del 7,8% tra i maschi. In relazione alla forma più estrema di disagio sociale, quella della mancanza di una dimora, il censimento Istat riferito al 2014 ha riscontrato una prevalenza maschile molto netta, pari all’85,7% di chi si trova in tale condizione.

Il ricorso a statistiche sulla valutazione soggettiva della propria condizione economica consente di apprezzare la presenza, pur se non consistente, di una differenza di genere a sfavore della componente femminile: sia nel 2005, sia nel 2016, la quota del principale percettore famigliare che definisce come “molto difficoltosa” la propria condizione appare più elevata fra le donne (rispettivamente 17,2% e 12,1%) che non fra gli uomini (13,2% e 9,4%).

Nel complesso, la quota di chi afferma di vivere una condizione economica “difficile” o “molto difficile” rimane sostanzialmente stabile per i due anni considerati, passando dal 34,1% al 32,4%, ma la percezione di massima gravità si contrae, suggerendo una dinamica contraddittoria rispetto alle statistiche di povertà assoluta. In tale quadro, emerge una percezione di gravità che per parte femminile appare, tanto nel 2005 quanto nel 2016, del 30% circa superiore a quella maschile, suggerendo la presenza di variabili legate alla sfera della vita quotidiana familiare ed extra-familiare in grado di determinare una maggior insicurezza nei corsi di vita delle donne.

Per quanto riguarda il reddito minimo, che nel corso dell’attuale decennio ha visto in Italia una rinnovata attenzione, ulteriori passaggi sperimentali e l’approdo prima al sostegno per l’inclusione attiva e successivamente al reddito di inclusione, primo livello essenziale delle prestazioni in ambito sociale, le principali statistiche sulla condizione oggettiva sembrano suggerire una contenuta o nulla differenza di genere, diversamente da quelle soggettive, a conferma dell’esigenza di informazioni più attente alle dinamiche redistributive intrafamiliari (e non solo). Un dato che vale la pena sottolineare in riferimento alle policy è la presenza, tra i richiedenti e i beneficiari della misura, di una netta prevalenza femminile. L’analisi dell’impianto e dell’implementazione delle politiche di reddito minimo consente di cogliere alcuni aspetti interessanti ai fini di una lettura di genere.

In termini generali, persiste un’insufficiente visibilità delle traiettorie femminili nella povertà e nell’assistenza contro la povertà, dovuta sia alla necessità di potenziare le banche dati disponibili in termini di copertura temporale, di qualità dei dati e di variabili analizzate; sia a un’ancora inadeguata attenzione alle politiche-in-azione, secondo criteri analitici che siano di segno sia statistico-quantitativo, sia qualitativo e processuale; sia alla faticosa e non soddisfacente presenza di analisi relative al genere nella reportistica a fini di monitoraggio e di analisi delle principali istituzioni. Ciò con ogni probabilità influenza negativamente anche la sensibilità e appropriatezza (non solo in chiave di genere) delle politiche di contrasto alla povertà.

La riflessione sul fenomeno, evidenziando alcuni elementi significativi in prospettiva di genere ricavabili dall’analisi delle misure in corso, sottolinea dunque come rimangano centrali le modalità di osservazione sia della fenomenologia della povertà, sia dei meccanismi connessi tanto all’impianto quanto all’implementazione delle politiche. Allo stesso tempo, essa indica nel sistema locale il contesto entro il quale è possibile condurre e specificare una lettura gender sensitive in relazione alle concrete dinamiche di implementazione delle policy, in riferimento tanto ai limiti incorporati nei processi tramite i quali le istituzioni si rapportano alla povertà e definiscono operativamente i profili dei beneficiari, quanto alle potenzialità di mettere a punto interventi in cui la dimensione di genere viene osservata ed elaborata con attenzione e competenza.

Alessandro Martelli è ricercatore presso il dipartimento di Sociologia e Diritto dell’economia all’Università di Bologna