Per ricordare Nella Marcellino, recentemente scomparsa, proponiamo ai lettori di rassegna.it questo suo reportage (qui il pdf originale) dal Vietnam pubblicato su Rassegna Sindacale nel 1971 col titolo "A Sud di Hanoi". La guerra e i bombardamenti americani erano ancora nel vivo e feroci. Il mondo intero guardava con empatia alla resistenza della popolazione vietnamita, senza poter prevedere che le sue sofferenze sarebbero durate oltre la fine della guerra, negli anni della Repubblica socialista del Vietnam e sotto il giogo della sua dittatura. Un'empatia che traspare anche dal reportage firmato da Nella Marcellino, insieme a un interesse "sindacale" per i dati materiali e le condizioni di vita delle persone.


IL TESTO ORIGINALE
Una delegazione della Cgil composta dal segretario confederale Aldo Giunti, dal segretario della Camera del lavoro di Milano Pierluigi Perotta, dal segretario della Camera del lavoro di Roma Carlo Bensi e dalla segretaria generale aggiunta della Filziat Nella Marcellino è stata ospite dei sindacati della Repubblica Democratica del Vietnam dal 20 novembre al 5 dicembre (1970).

Le condizioni di vita, di lavoro e di lotta del popolo del Vietnam sono profondamente diverse da quelle immaginate prima del nostro arrivo ad Hanoi. L’esperienza vissuta dalla delegazione della Cgil in quattordici giorni di permanenza nel Vietnam, durante i quali abbiamo visitato la quarta zona, a sud di Hanoi, una delle più colpite dai bombardamenti americani, abbiamo incontrato operai, contadini, donne, bambini, insegnanti, dirigenti sindacali, è al tempo stesso meravigliosa e terribile. Si è colpiti dalla gentilezza dei costumi, dall’ingegnosa operosità che emana dal lavoro collettivo che sostituisce la mancanza delle macchine nei lavori agricoli e in quelli stradali, nella riparazione dei ponti bombardati e nella costruzione delle capanne di terra e di bambù. Si è colpiti dalla tenacia e dalla fermezza con le quali tutto un popolo lavora e combatte «anche per i fratelli del Sud Vietnam», «perché siamo un unico paese e non possiamo accettare linee di demarcazione fittizie»; ognuno parla della riunificazione del paese, della libertà conquistata al Nord, della lotta per l’indipendenza che non cesserà fino a quando l’ultimo americano non avrà lasciato il suolo vietnamita.

I sacrifici, le sofferenze materiali e morali non hanno piegato gli uomini e le donne del Vietnam: di fronte ad ogni avversità, alla ripresa dei bombardamenti avvenuta il giorno del nostro arrivo ad Hanoi, non si nota nessun sgomento.

Venticinque anni fa, ad Hanoi, sulla piazza Ba Dinh, davanti al palazzo che era stato residenza del governatore francese, al centro di un quartiere «proibito» ai vietnamiti, Ho Chi Minh proclamava l’indipendenza nazionale e la fondazione della Repubblica Democratica del Vietnam.

In un quarto di secolo molte cose si possono fare anche quando si tratta della prima esperienza storica del passaggio diretto dal feudalesimo al socialismo. Ma in questi venticinque anni la R.D.V. non ha mai conosciuto la pace completa. Appena fondata dovette affrontare la guerra contro il colonialismo francese; ne uscì vittoriosa con Dien Bien Phu nel 1954. Dal 1954 al 1964 conobbe un periodo di pace che si può solo considerare relativa poiché il paese era mutilato e tagliato in due, mentre di fatto la guerra non cessava nel Sud. Poi, nel febbraio 1965, cominciarono i bombardamenti americani. Si calcola che dalla fine del ‘64 alla fine del ’68 la R.V.D. abbia subìto circa 100.000 attacchi aerei con più di un milione di tonnellate di bombe sganciate su un territorio relativamente esiguo (vale a dire i 2/3 dell’intero tonnellaggio di bombe sganciate durante tutta la durata della Seconda guerra mondiale sui fronti di Europa e del Mediterraneo). Perciò quando si fa il bilancio della lotta per l’edificazione del socialismo nell’R.D.V. bisogna partire da questa realtà, dalle gigantesche difficoltà che il paese ha superato non soltanto per sopravvivere ma per sviluppare la sua economia, per fare uscire le popolazioni dall’abbrutimento, dalla fame endemica e dall’ignoranza lasciate in eredità dal feudalismo e da ottanta anni di dominazione coloniale.

La fame è stata vinta
Della lotta per sopravvivere e per migliorare le condizioni di vita della popolazione ci ha parlato il compagno Hoang Qupc Viet presidente della Federazione dèi sindacati del Vietnam.

Prima del ’54 e sotto la dominazione coloniale milioni di vietnamiti hanno conosciuto, come condizione generale e che li seguiva per tutta la vita, la fame. Oggi, non si vive certo nell’abbondanza ma la fame è definitivamente liquidata; il problema che si pone oggi è di aumentare la quantità e soprattutto la qualità del cibo a disposizione, sia per la popolazione del Nord, che è considerevolmente aumentata, sia per rifornire i combattenti di gran parte dell’Indocina.

Eloquenti testimonianze ci sono venute in proposito nel corso dei nostri incontri; valga per tutte quella raccolta nella fattoria di Stato «Tay Hieu» ai margini della foresta vergine, nella provincia di Nghé-An. Visitavamo una piantagione di caoutchouc, e gli impianti per la prima trasformazione della gomma. Una donna ci disse: «Durante il colonialismo si sosteneva che le lavoratrici addette a questi lavori non potevano avere figli; quelli che nascevano erano solo concime per queste piantagioni! Oggi qui le donne partoriscono, i bambini sono sempre più numerosi, crescono sani, vanno a scuola».

Nel 1954 la produzione industriale era solo il 10 % della produzione globale – oggi il 50% dell’intera produzione del Nord proviene dall’industria. Questo risultato è stato raggiunto a prezzo di sacrifici inimmaginabili. Tutte le industrie sono decentrate – ogni fabbrica suddivisa in più reparti «sfollati» nelle varie regioni del paese – i macchinari hanno dovuto essere smontati, protetti durante i difficili trasporti sulle strade dissestate, messi al sicuro. Abbiamo una prova delle difficoltà superate quando visitiamo nella provincia di Than Hoa la «fabbrica nella grotta».

Nella provincia si calcola che l’80% delle abitazioni, delle fabbriche, delle scuole, degli ospedali, delle chiese, delle case di riposo per i lavoratori (poiché la provincia si affaccia sul Golfo del Tonchino e a Samson era stato creato un primo centro balenare) è stato raso al suolo. Ci portano nella fabbrica sistemata nella grotta, circondata da capanne di bambù, risaie, banani. L’entrata della fabbrica si perde nel verde; dentro una grotta spaziosa, pulita e illuminata con batterie elettriche, vi sono le macchine.

È il reparto di una officina che aveva cinquecento operai; fanno pezzi di ricambio per le macchine agricole e per i mezzi di trasporto. Hanno subìto diciassette attacchi aerei ma la roccia resiste; «è stata scavata da tutti noi », – ci dicono, – «dalle donne e dai ragazzi in tre mesi di duro lavoro; abbiamo lavorato con le sole mani perché non avevamo mezzi meccanici». Dopo ogni bombardamento rifanno le casette di bambù, di terra e di paglia, continuano a coltivare riso, ortaggi, ad allevare le anitre. Così –dicono ancora – «abbiamo assicurato e migliorato le condizioni di vita dei lavoratori e delle loro famiglie durante questi quattro anni. La produttività è aumentata dal 30% al 50% – tutti i giovani hanno terminato le scuole medie (il 2° grado) – una parte quelle superiori (il 3° grado), tutti seguono corsi di insegnamento professionali (giovani e vecchi), il 30 % dei lavoratori ha conseguito il 2° grado di insegnamento tecnico».

È nell’agricoltura che i Vietnamiti hanno raggiunto i risultati più sorprendenti malgrado che i bombardamenti abbiano sottratto alla coltivazione migliaia di ettari di terra, e malgrado che gli uomini siano andati quasi tutti a combattere. Alle cooperative è così stata sottratta la mano d’opera tecnicamente più qualificata: restano le donne, i vecchi e i bambini. Eppure si sono realizzati gli obiettivi più ambiziosi passando da 2 a 5 tonnellate di riso per ettaro. Nei giorni della nostra visita si terminava il secondo raccolto del riso; in molte cooperative la media di produzione era di 6-7 persino 8 tonnellate per ettaro. È il risultato della grande mobilitazione nelle campagne, del lavoro collettivo, delle giuste indicazioni per quella che si chiama «la piccola idraulica»: lavori collettivi di irrigazione, canali di scolo, drenaggio dei campi. È il risultato dell’utilizzazione di concimi naturali e «verdi».

Oggi si opera già per altri traguardi: due porci per ettaro coltivato, più concimi. Il 76% della popolazione rurale è nelle cooperative ma tutti ci dicono che nessun contadino «è costretto a farsi cooperatore» – «bisogna convincere e non costringere»... «la migliore propaganda per lo sviluppo della cooperazione, per nuovi metodi di lavorazione della terra, per la preparazione e l’utilizzo dei concimi, per l’allevamento, per un più alto rendimento contro un modo arretrato e tradizionale di lavorare la terra la fanno i risultati raggiunti dalle cooperative. Così ci dicono i contadini, ai quali, il bonzo di una grande pagoda ha dato una parte della sua pagoda stessa per proteggere l’abbondante raccolto.

Il lavoro collettivo
Si comincia a rompere con la monocoltura del riso – anche se rimane la coltura principale – si coltivano patate, granturco, manioca. Inoltre, nella misura in cui si risolve il problema di assicurare il nutrimento, diventa possibile estendere le colture industriali (canna da zucchero, ricino, arachide e caoutchouc). Sono in sviluppo l’allevamento dei maiali e la pescicoltura; le buche prodotte dalle bombe si trasformano in campi di manioca e in stagni per l’allevamento dei pesci.

Tali progressi sono stati possibili essenzialmente grazie all’aumento considerevole della quantità di lavoro prestato sia in considerazione dell’aumento notevole della popolazione – è molto diminuita la mortalità infantile – sia con la mobilitazione di tutte le capacità di lavoro in passato inutilizzate; solo una radicale riforma agraria e il sistema cooperativo poteva realizzare questo progresso. Il contadino vietnamita sulla sua minuscola particella di terra forniva poco più di cento giornate di lavoro all’anno. Con il lavoro collettivo si può lavorare tutto l’anno: si fanno canali, lavori idraulici ecc. Un campo irrigato o nel quale si fanno lavori di drenaggio può fornire un raccolto abbondante e anche due raccolti all’anno. In molti villaggi il socialismo ha raddoppiato la superficie di produzione. Evidentemente è aperto il problema della meccanizzazione dell’agricoltura, dei concimi naturali e chimici, dell’industrializzazione del paese, di una nuova divisione del lavoro: non a caso la parola d’ordine per la quale si opera oggi è «un uomo per ogni ettaro di terra coltivabile». Si può affermare che durante la guerra di distruzione si è portata a termine la trasformazione socialista dei rapporti di produzione nell’agricoltura.

L’apporto delle donne
Quello che colpisce in particolare è la mobilitazione di tutto il popolo. In questo i sindacati hanno un ruolo determinante e democratico con una loro ricca struttura di base. Lo sforzo costante è quello di produrre di più, di difendere meglio il territorio dai bombardamenti, di salvare il patrimonio economico e culturale del paese. Dovunque squadre di difesa contraerea – tutte con fatti gloriosi al loro attivo. Scolari che dopo le ore di studio vanno a scavare piccoli canali di irrigazione. Vecchi e ragazzi che preparano rifugi. I giorni della nostra permanenza nel Vietnam sono i giorni della ripresa dei bombardamenti, della rabbia non più dissimulata di Nixon per le migliaia di piloti prigionieri. Tutti intensificano il lavoro, raddoppiano la vigilanza, le misure di protezione per risparmiare al massimo la popolazione civile.

Così, ma così sempre, da anni, prima ancora che l’alba spunti, ognuno comincia a lavorare per qualche compito particolare; alle quattro, alle cinque del mattino, gli argini delle risaie, i ponti, le strade sono già affollati da centinaia di migliaia di biciclette, da portatrici con i caratteristici canestri appesi alle due estremità della canna di bambù appoggiata sulla spalla che trasportano riso, ortaggi, frutta, terra, carbone, e qualsiasi altro materiale. Nelle risaie a gruppi si muovono le mietitrici che, con i loro grandi cappelli conici lavorano a gruppi nelle risaie, uomini e donne che scavano i canali che irrigano i campi con i grandi bacili di legno azionati a mano; bambini, che pascolano i bufali, accoccolati sulla loro schiena.

Vi sono i pescatori e quelli che raccolgono le uova di pesci per rifornire nuovi stagni, vi sono i costruttori di capanne, i portatori che vanno verso il Sud. Un esercito silenzioso che muove a grappoli lungo tutte le strade, tutti i camminamenti. Ognuno porta il suo contributo a questo gigantesco sforzo collettivo, ma il 70-80% di questo esercito è costituito da «chignons», cioè da ragazze e da donne che hanno superato in pochi anni i pregiudizi e l’arretratezza secolare per divenire uno dei supporti principali della resistenza e della costruzione del socialismo.

Ma i vietnamiti non si fanno illusioni, sanno che il loro nemico è una delle più grandi potenze militari ed economiche che sia mai esistita nel mondo, sanno che la guerra può anche durare a lungo ma sanno anche che l’enorme superiorità economica e militare non sarà sufficiente agli Usa a vincere la loro resistenza, sanno di non potersi impegnare in una battaglia frontale per liberarsi dall’aggressore, ma sono consapevoli che la lotta che conducono costa cara all’America. «Il costo di questa guerra – ci diceva un compagno vietnamita – non avrebbe potuto essere sopportato da nessun altro paese capitalista del mondo». I vietnamiti sanno che la loro lotta logora l’America, fa esplodere contraddizioni profonde nella società americana e può costringere il nemico ad una «ritirata onorevole».

I vietnamiti sanno anche che l’aggressione ha per obiettivo di respingere indietro le frontiere del socialismo, di umiliare gli Stati socialisti, di ammonire i popoli ex coloniali, di affermare il diritto degli S.U. ad esercitare la funzione di gendarme del mondo. I vietnamiti combattono per la loro indipendenza e la loro sovranità
nazionale, per la liberazione del Sud, per la riunificazione del paese; ma sanno anche di essere la trincea avanzata della lotta contro l’imperialismo, di combattere per tutti i popoli che edificano il socialismo, per tutti i popoli che lottano per la libertà e l’indipendenza.

Contano innanzitutto sulle «loro forze»; «siamo il più povero dei paesi – dicono – ma possiamo resistere a lungo, abbiamo delle riserve»; e alludono così agli uomini, ai giovani, che sempre più numerosi partono volontari per il fronte.

Il nostro impegno
Sono riconoscenti a tutti i paesi socialisti per gli aiuti che ricevono, innanzitutto all’Urss e alla Cina Popolare. Parlano con affetto della Repubblica Democratica Tedesca, della Cecoslovacchia, dalle quali hanno avuto aiuti preziosi. Parlano con grande stima della solidarietà dei lavoratori italiani; danno una grande importanza ai movimenti che si sono sviluppati negli Stati Uniti contro la politica di aggressione!

Parlano giustamente degli aiuti che ricevono come di un diritto che essi pagano con il sangue versato nella lotta comune per la libertà e l’indipendenza contro l’imperialismo. Sono custodi gelosi delle loro tradizioni storiche, culturali, rivoluzionarie e nazionali; affermano in mille modi la loro determinazione alla riunificazione del paese: sono pronti alla lotta e alla trattativa, ma non sono disposti a cedere neanche un pollice del loro territorio e non vogliono mai più ingerenze straniere sulla loro terra!

I vietnamiti combattono non solo per loro ma anche per noi: il movimento operaio e popolare italiano ha espresso ripetutamente e anche con una larga unità la sua solidarietà con la loro lotta; ha levato alto la sua protesta contro l’imperialismo americano; chiede che si ponga fine ai bombardamenti, che siano ritirate le truppe americane, chiede il riconoscimento della Repubblica Democratica del Vietnam.

Ma noi, come gli altri popoli, dobbiamo molto ai vietnamiti, siamo in debito con loro. Dobbiamo dare di più. In questo momento bisogna intensificare la battaglia e fare sentire la nostra protesta e la nostra collera ma questo non è ancora sufficiente. Il popolo vietnamita ha bisogno di tutto: di sangue, di medicinali, di mezzi finanziari. Riceve molto, ma le sue necessità sono grandi ed impellenti. Ogni lavoratore e ogni organizzazione deve sentire il dovere di prendere iniziative per intensificare l’aiuto politico e concreto al Vietnam. La nostra delegazione ha preso l’impegno di porre questi problemi al movimento sindacale italiano.

RASSEGNA SINDACALE, N.29, 10-24 GENNAIO 1971