“Gli impianti si stanno spegnendo, a partire da oggi saranno circa 5.500 i lavoratori in cassa integrazione. Entro il 15 novembre, inoltre, si fermeranno tutti gli stabilimenti e ci sarà una nuova procedura di cassa integrazione che riguarderà la totalità degli addetti”. Questa la situazione dell’ex Ilva, come ci racconta il segretario generale Fiom Taranto e Puglia Francesco Brigati.

Un’emergenza nazionale, con migliaia di lavoratori lasciati nella massima incertezza e prospettive ancora tutte da definire. Un declino industriale cui i sindacati da anni stanno cercando di opporsi, e che vede oggi (lunedì 12 ottobre) uno sciopero nazionale di 24 ore di tutti gli stabilimenti del gruppo siderurgico.

Venerdì 9 è scattata la chiusura dell’area a caldo dello stabilimento tarantino. Quali sono le prime conseguenze?

La fermata dell’area a caldo sta provocando un aumento considerevole dei numeri della cassa integrazione, ma i lavoratori non si rassegnano e credono nella possibilità di un futuro diverso. Questa situazione dura ormai da 14 anni e, malgrado tutti i governi che si sono succeduti, non si è mai usciti dall’incertezza e dal fatto che sono stati sempre contrapposti tra loro due diritti costituzionali, ossia il lavoro e la salute, e che entrambi non sono stati garantiti.

Prima di entrare nel merito delle questioni: qual è lo stato d’animo dei lavoratori?

C'è voglia di rivendicare i propri diritti, c’è molta tensione, molta rabbia. Certo, c’è anche sconforto, perché sono passati tanti anni e la situazione non è cambiata. Ma vedo anche grande determinazione: i lavoratori vogliono partecipare, abbiamo ritorni importanti riguardo lo sciopero di oggi. Adesso è il momento del riscatto.

Veniamo al rapporto con il governo. Cosa sta facendo l’esecutivo per risolvere la situazione?

In una fase emergenziale come l’attuale, il governo dovrebbe adottare misure straordinarie per i lavoratori, ma questo finora non è avvenuto. Siamo sempre dentro un quadro normativo e legislativo che non va oltre la riforma Fornero, non supera la questione dei lavori usuranti, non affronta il tema salariale. Si pensa di risolvere il problema solo attraverso l'utilizzo della cassa integrazione, senza peraltro avere una prospettiva chiara di cosa sarà il processo di decarbonizzazione.

La Fiom, dunque, chiede misure straordinarie per tutelare i lavoratori. Quali provvedimenti andrebbero adottati?

Gli interventi possono essere molti: servono prepensionamenti e incentivi all’esodo per chi vuole determinare un cambio di vita, parimenti servono misure relative all’esposizione che i lavoratori hanno avuto rispetto alle emissioni inquinanti, alle polveri sottili, alle fonti cancerogeni come il benzopirene o la diossina.

Il provvedimento della Corte d'Appello di Milano ha colmato un vuoto della politica. Quali sono le maggiori responsabilità che, appunto, vanno imputate alla politica?

Non è la prima volta che la magistratura interviene: basti ricordare il sequestro preventivo degli impianti del luglio 2012 o la sentenza della Corte costituzionale del 2013 in cui si poneva la questione del bilanciamento dei principi del diritto alla salute e del diritto al lavoro. A distanza di 14 anni ci troviamo con un ciclo integrato, adesso completamente fermo, anche per responsabilità di tutti i governi che si sono succeduti, che non hanno mai programmato, attraverso politiche industriali, la transizione ecologica e il processo di decarbonizzazione.

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I lavoratori dell’indotto sono l’anello debole della catena, su cui potrebbe abbattersi un diluvio di licenziamenti.

Abbiamo ottenuto un primo importante risultato, a fronte dell’informativa delle parti datoriali in cui si minacciavano 4.200 licenziamenti a causa della chiusura dello stabilimento, che prevede una cassa integrazione in deroga fino al 30 giugno 2027, che potrà essere rifinanziata. Questo è frutto della lotta messa in campo, anche se sappiamo che non saranno misure sufficienti. Voglio sottolineare che parliamo di lavoratori fondamentali per la vita dello stabilimento, senza la loro professionalità non sarebbe possibile immaginare una nuova prospettiva.

Lo stabilimento di Taranto è un patrimonio nazionale. Va però accompagnato in una seria transizione ecologica, industriale e sociale. Qual è la vostra ricetta?

Taranto è stato considerato in tutti i decreti di questi anni un sito di interesse strategico per il nostro Paese, ma in realtà non lo è mai stato realmente. Fin dal 2012, quando ci fu il sequestro preventivo degli impianti, condividemmo con i lavoratori una piattaforma centrata sull'intervento pubblico. Quella piattaforma, a maggior ragione, è valida ancora adesso, considerato il fallimento della vendita legata ad Arcelor Mittal e tutto ciò che ne è conseguito. Noi pensiamo, al contrario di quanto dichiarato dal governo, che deve essere l’intervento pubblico a indirizzare le politiche industriali. Poi, possono anche esserci cordate o interessi privati a garantire il processo di decarbonizzazione, il risanamento ambientale e la transizione ecologica.