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È la giornata dello sciopero generale dei lavoratori dell’ex Ilva. Un’astensione di 24 ore proclamata da Fiom Cgil, Fim Cisl e Uilm Uil in seguito all’annuncio di venerdì 9 ottobre di Acciaierie d’Italia dello stop alle attività produttive degli impianti dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto, nonché la “fermata temporanea generale” degli impianti di Genova, Novi Ligure (Alessandria) e Racconigi (Cuneo) entro il 15 novembre.
Assemblee e cortei si sono svolti in tutte le città che ospitano i siti produttivi del gruppo siderurgico, migliaia i lavoratori (sia dipendenti diretti sia delle ditte appaltatrici) che hanno sfilato per chiedere a governo e commissari straordinari un deciso cambio di rotta. Presenti alle manifestazioni anche le istituzioni (Comuni e Regioni) e numerosi parlamentari.
De Palma, Fiom: “Serve una società partecipata pubblica”
“Siamo partiti e non ci fermeremo fino a quando non avremo risposte. Il governo metta le risorse perché non vogliamo essere cassintegrati, ma essere rispettati come lavoratori”. A dirlo è il segretario generale Fiom Cgil Michele De Palma: “Noi abbiamo sempre lottato in tutti i modi e ci abbiamo messo la faccia con scioperi, manifestazioni e azioni legali per produrre acciaio, salvaguardando salute e ambiente. Per questo non si può aspettare la Cassazione o una gara che dura da anni”.
Il leader sindacale sottolinea la necessità di “una società partecipata pubblica per realizzare un piano straordinario per tenere in marcia tutti gli impianti a freddo a Taranto, Genova, Novi Ligure e Racconigi, salvaguardando anche gli altri stabilimenti. Sono necessari interventi di manutenzione in tutte le aree per la sicurezza e la salute, per salvaguardare il reddito dei lavoratori e decarbonizzare la produzione. Occorre bonificare e investire: per tutto questo, non bisogna mandare a casa le persone ma farle lavorare”.
La manifestazione di Taranto
I lavoratori hanno cominciato a radunarsi davanti alle portinerie alle prime luci dell’alba. Poco dopo le sette di mattina si è svolta un’assemblea di due ore nel parcheggio della direzione, poi un gruppo di lavoratori e delegati ha occupato un tratto della statale 7 (che da Massafra va a Bari) e della statale 106 Ionica (verso Reggio Calabria).
“Servono misure straordinarie per i lavoratori, perché l’ultimo incontro a Palazzo Chigi non ha dato le soluzioni che ci aspettavamo”. Così il segretario generale Fiom Taranto e Puglia Francesco Brigati: “Il tema vero è affrontare tale questione, insieme al processo di transizione ecologica e alla decarbonizzazione. Sono necessarie risorse finanziarie, e l’unica soluzione per superare le difficoltà che stiamo attraversando è garantire un intervento pubblico per avviare sia la transizione ecologica sia la decarbonizzazione”.
“Non vogliamo essere condannati a un presente e a un futuro fatto di cassa integrazione". È il messaggio lanciato dal segretario generale Cgil Taranto Giovanni D'Arcangelo: “Il governo non si può più nascondere, deve mettere le risorse per creare una società partecipata pubblica che metta in sicurezza i lavoratori e il loro reddito, decarbonizzi l'area e investa per le bonifiche. La transizione ecologica o si fa così, oppure va solo verso la precarietà”.
“Per Taranto chiediamo certezze. Esiste una strada ed è quella di una fabbrica decarbonizzata: chiediamo di conoscere tempi e risorse, oltre ai piani sugli incentivi per attrarre nuovi investimenti che ci erano stati preannunciati ad agosto”. A dirlo è il presidente della Regione Puglia Antonio Decaro: “Nel frattempo l’ex Ilva può e deve continuare a lavorare con le attività produttive del ‘processo a freddo’, che possono proseguire e essere ampliate, e con la manutenzione e messa in sicurezza delle aree”.
Alla manifestazione ha partecipato anche il sindaco di Taranto Piero Bitetti. “Chiedo al governo di portare avanti il tavolo interministeriale per Taranto, puntando a una legge speciale che crei le condizioni utili per generare investimenti e creare occasioni di sviluppo”, ha detto il primo cittadino, precisando di “rappresentare le ansie di un territorio che rischia un grado di povertà veramente preoccupante, che incide anche sulla deprivazione della popolazione e sulla contrazione dei consumi”.
La manifestazione di Genova
A Genova la mobilitazione è iniziata alle sette del mattino, con un’assemblea convocata davanti alla portineria dello stabilimento. Sono stati schierati i mezzi pesanti, in centinaia si sono radunati per poi dare vita a un corteo verso la Prefettura, dove i lavoratori si sono accampati montando anche tende e gazebi. Presenti, accanto ai lavoratori, anche il presidente della Regione Liguria Marco Bucci, la sindaca di Genova Silvia Salis e diversi parlamentari.
"A Genova non vogliamo ammortizzatori sociali ma lavoro. Gli impianti genovesi, se adeguatamente alimentati, possono lavorare a pieno regime”, ha detto il segretario generale Fiom Cgil Genova Stefano Bonazzi: “La scelta surreale di dichiarare lo stop di tutti gli impianti entro il 15 novembre è inaccettabile, sia perché la Cassazione dovrà pronunciarsi dopo il 20 ottobre, sia perché, nonostante la chiusura dell’area a caldo di Taranto, gli impianti del Nord possono continuare a lavorare. Il governo ritiri la dichiarazione di chiusura e acquisisca coils o bramme sul mercato per garantire la continuità produttiva degli impianti a freddo”.
Medesima posizione è stata espressa dalla Rsu Fiom di Ilva Cornigliano. “Non possiamo pagare colpe che non sono nostre, Genova può e deve continuare a produrre”, ha detto il coordinatore Armando Palombo: “Genova non c’entra nulla con la legge Seveso, chiudere quest’impianto è un delitto industriale. La lettera dei commissari va sterilizzata e va varato un piano per l’approvvigionamento dei semilavorati. I soldi vanno usati per comprare le forniture, non sprecati per mandare altre 2 mila persone in cassa integrazione tra gli stabilimenti del Nord”.
“Le dichiarazioni scellerate dei commissari devo essere ritirate e sostituite da un piano di strategia chiaro che dia continuità allo stabilimento”. Così il segretario generale Cgil Genova Alessandro Pagano, rimarcando che si colpiscono “incomprensibilmente le attività che hanno continuità e mercato: in questo modo, utilizzando risorse della cassa Integrazione, si fermano degli stabilimenti che invece, solo approvvigionandoli con la materia prima, potrebbero andare avanti”.
Venendo alle presenze istituzionali, al corteo ha partecipato anche la sindaca di Genova Silvia Salis: “Non c’è alcuna motivazione industriale per trattare in questo modo gli stabilimenti del Nord, quando il mercato richiede le loro lavorazioni: basterebbe un accordo sui mercati internazionali per l’approvvigionamento delle materie prime e il problema non esisterebbe”. La sindaca ha aggiunto: “Qui ci sono tutte le caratteristiche per andare avanti. Lo stabilimento funziona, i lavoratori vogliono lavorare e il mercato richiede i prodotti realizzati a Genova. Non c’è alcun motivo per fermare gli impianti”.
“È irrazionale prevedere la chiusura di una fabbrica che fa un prodotto che serve, richiesto in Italia e nel mondo, e che porta guadagno all’azienda”. Per il presidente della Regione Liguria Marco Bucci “nel mondo c’è grande disponibilità di coils, quindi abbiamo chiesto di poter prevedere l’acquisto all’esterno o attraverso fornitori italiani di coils da portare qui e lavorare. Questo è l’obiettivo. Se ci vorranno un mese o due o tre, non importa: l’essenziale è che ci sia un progetto per portare avanti le forniture”.























