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Seconda giornata di sciopero negli stabilimenti dell’ex Ilva di Taranto e Genova. Una mobilitazione iniziata ieri, con lo stop di 24 ore di tutti gli impianti del gruppo siderurgico, proclamata da Fiom Cgil, Fim Cisl e Uilm Uil in seguito all’annuncio di venerdì 9 ottobre di Acciaierie d’Italia dello stop alle attività produttive degli impianti dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto, nonché la “fermata temporanea generale” dei siti produttivi di Genova, Novi Ligure (Alessandria) e Racconigi (Cuneo) entro il 15 novembre.
Per stasera è atteso dal Consiglio dei ministri il varo di un nuovo decreto legge. Dovrebbe contenere misure per i lavoratori (la cassa integrazione in deroga per il personale dell'indotto; la prosecuzione dell'integrazione economica della cassa straordinaria per i dipendenti diretti) e per favorire nuovi investimenti industriali nell'area di Taranto.
Il decreto legge sull'ex Ilva, infine, dovrebbe contenere anche una norma “salva-impianti” sino alla pronuncia della Cassazione nell'udienza del 20 ottobre, allo scopo di “evitare il rischio - ha spiegato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano - che la piena e totale esecuzione dell'ordine di spegnimento degli altiforni renda vana un'eventuale decisione della Cassazione che dovesse consentire ai forni di restare in attività”.
Da segnalare, infine, che i commissari di Acciaierie d'Italia stanno valutando la possibilità di assicurare tanto a Genova quanto a Taranto forniture non dirette per consentire che gli impianti dell'area di laminazione (la cosiddetta area a freddo, a valle di quella a caldo) dei due stabilimenti possano comunque lavorare. A Genova ci sarebbe autonomia di materia prima per lavorare sino a fine novembre, mentre il problema derivante dalla fermata della produzione a Taranto impatta per ora sullo stesso sito di Taranto e su quello di Novi Ligure, fermo da mesi.
Sindacati: “Chiediamo lavoro, non cassa integrazione”
“Nell’incontro di ieri con il ministero dell’Interno, le Prefetture interessate e i commissari straordinari abbiamo ribadito le ragioni degli scioperi: insieme ai lavoratori chiediamo lavoro, non cassa integrazione”. A dirlo sono i segretari generali di Fiom Cgil (Michele De Palma), Fim Cisl (Ferdinando Uliano) e Uilm Uil (Davide Sperti).
“Abbiamo espresso forte preoccupazione per la situazione attuale e per il futuro degli stabilimenti dell’ex Ilva”, proseguono i tre dirigenti sindacali: “In particolare, a seguito delle recenti comunicazioni sulla sospensione delle attività produttive, abbiamo ribadito la richiesta di acquistare bramme e coils per far ripartire tutte le lavorazioni a freddo a Taranto, Genova, Novi Ligure e Racconigi e in tutti gli altri stabilimenti”.
De Palma, Uliano e Sperti hanno chiesto “che il governo garantisca ai commissari tutti gli strumenti affinché le attività non sottoposte a fermo giudiziario in tutti gli stabilimenti tutelino il lavoro, a partire da quelle a freddo fino a quelle manutentive, per garantire la sicurezza dei lavoratori e degli impianti”.
I tre esponenti hanno evidenziato che “il compito svolto dai commissari, in assenza di un piano finanziario adeguato, è insufficiente e incerto, e non può da solo garantire la continuità degli impianti di verticalizzazione. Pertanto è indispensabile riportare la responsabilità delle decisioni a Palazzo Chigi”.
De Palma, Uliano e Sperti hanno così concluso: “Il governo non può scaricare sulla magistratura o su altri soggetti responsabilità che sono politiche. Come ribadito durante la presentazione della nostra posizione in merito alla necessità di un piano straordinario già lo scorso agosto, chiediamo di confrontarci su un progetto ambientale, industriale e occupazionale che preveda Dri e forni elettrici, con la presenza di una cordata a maggioranza pubblica, e di un piano sociale congiunto sulla base delle proposte evidenziate in quella sede”.
La mobilitazione a Taranto
A Taranto lavoratori e delegati sindacali hanno sfidato l'umidità della notte per mantenere i presìdi organizzati da ieri mattina sulle statali alle porte della città (la 7 per Massafra-Taranto e la 106 per Metaponto-Reggio Calabria). La protesta, che doveva essere inizialmente di 24 ore, è stata poi proclamata da Fiom Cgil, Fim Cisl, Uilm Uil e Usb a oltranza. La mobilitazione, spiegano i sindacati, andrà avanti sino a quando dal governo non arriverà la nuova convocazione del tavolo sull'ex Ilva chiesta da ieri. Nel frattempo, la Regione Puglia ha già convocato una riunione per la mattinata di giovedì 15.
“Stiamo proseguendo con la mobilitazione e continueremo a farlo finché non arriveranno risposte”, dichiara il segretario generale Fiom Taranto e Puglia Francesco Brigati: “Oggi alla presidenza del Consiglio si discuterà del decreto per l’ex Ilva. Riteniamo che le misure che ci hanno presentato a Palazzo Chigi siano insufficienti: abbiamo la necessità di mettere in sicurezza i lavoratori, nonché di garantire sia il processo di transizione ecologica per quanto riguarda il futuro dello stabilimento sia la continuità produttiva per quanto riguarda l’area a freddo. Sono risposte che, al momento, non ci sono arrivate”.
La mobilitazione a Genova
Prima notte all'addiaccio per i lavoratori ex Ilva, accampati davanti alla Prefettura da ieri sera per chiedere di fermare la chiusura degli impianti, in programma entro il 15 novembre. Una delegazione di lavoratori ha incontrato stamani in Prefettura il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi, cui hanno consegnato una lettera contenente le richieste per evitare la completa fermata degli impianti di laminazione a freddo.
“Nessuno si aspettava soluzioni da quest’incontro, ma abbiamo apprezzato che un ministro importante come Piantedosi ci abbia ricevuti e abbia ascoltato preoccupazioni e proposte per uscire dal caos creato dai commissari”, spiega il coordinatore Rsu Fiom di Ilva Cornigliano Armando Palombo: “Gli abbiamo consegnato un documento scritto con le nostre richieste. La soluzione c'è e crediamo l'abbia capita: ci ha confermato che è in corso un grande lavoro tra commissari, governo e segreterie nazionali per far arrivare rotoli a Genova e alimentare gli stabilimenti del Nord non colpiti da provvedimenti giudiziari”.
Palombo ha aggiunto: “Noi possiamo e vogliamo lavorare, non chiediamo assistenza ma pretendiamo che gli impianti non si fermino, altrimenti si perdono clienti. Le rassicurazioni a parole non bastano: serve un piano chiaro, nero su bianco, che escluda il passaggio in cassa integrazione per 985 lavoratori da metà novembre. Solo allora valuteremo se togliere il presidio. Nel frattempo ci prepariamo a trascorrere anche questa notte in piazza”.


























