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Cinque mesi di trattativa non sono bastati a cambiare davvero il piano di Electrolux. E oggi, lunedì 5 ottobre, azienda, governo, enti locali e organizzazioni sindacali tornano a incontrarsi al ministero delle Imprese e del Made in Italy con distanze ancora profonde. Sul tavolo restano 1.450 esuberi, la prospettiva della chiusura dello stabilimento di Cerreto d’Esi e il progetto di modificare l’organizzazione del lavoro aumentando le cadenze produttive. “Ci siamo lasciati con grandi distanze e grandi problemi. In cinque mesi l’azienda ha semplicemente ‘alleggerito’ il piano”, dice Barbara Tibaldi, segretaria nazionale della Fiom Cgil.
Cinque mesi senza una svolta
La vertenza era arrivata a un primo passaggio politico il 21 luglio, sempre al Mimit. Il confronto aveva certificato lo stallo. Electrolux si era dichiarata disponibile a rivedere il progetto presentato a maggio, chiedendo però maggiori investimenti, una riduzione dei costi energetici e interventi per aumentare la competitività degli impianti italiani.
I sindacati avevano risposto confermando la linea: nessuna chiusura e nessun esubero. E avevano denunciato il rischio di uno spostamento delle produzioni verso altri Paesi, a partire da Polonia e Thailandia. Il governo, da parte sua, aveva definito “irricevibile” il piano della multinazionale svedese. Il ministro Adolfo Urso aveva quindi rinviato il confronto all'autunno, con l'obiettivo dichiarato di affrontare complessivamente la vertenza. Ma gli incontri tecnici successivi non hanno prodotto il cambio di rotta atteso.
Fiom: stop a tutti i licenziamenti
Nonostante le aperture manifestate dall’amministratore delegato di Electrolux Italia, Massimiliano Ranieri, il progetto industriale è rimasto sostanzialmente in piedi. E alle questioni occupazionali se ne è aggiunta un’altra. L’azienda punta infatti a superare gli accordi sindacali che regolano l’organizzazione del lavoro e fissano limiti alle cadenze delle linee di montaggio nei diversi stabilimenti. L’obiettivo indicato è arrivare fino a 140 pezzi l’ora.
Per la Fiom, dunque, l’incontro di oggi deve segnare una discontinuità. "Quello che sappiamo è che in cinque mesi di trattative e di lotte dei lavoratori l’azienda non ha davvero messo in discussione quel piano”, sottolinea Tibaldi. “Cerreto non può essere chiusa – ha ribadito – i licenziamenti vanno ritirati e vanno impedite le delocalizzazioni dei prodotti. Il governo ha dichiarato che avrebbe messo a disposizione strumenti ordinari e straordinari per convincere l’azienda a un vero passo indietro. Vediamo oggi se oltre alle chiacchiere c’è un po’ di sostanza”.






















