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Il personaggio

L'impegno di Bruno Trentin: rinnovare il sindacato

Foto: Remo Casilli / Agenzia Sintesi
Ilaria Romeo
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L'11 novembre del 1993 si chiude a Roma la quarta Conferenza di organizzazione della Cgil all'insegna del rinnovamento. Un anno più tardi, a Chianciano, Trentin lascerà la guida della Confederazione con un messaggio emblematico. La Cgil - dirà - è "un sindacato di donne e di uomini che si interroga sempre sulle proprie scelte e anche sui propri errori, che cerca di apprendere dagli altri per trovare tutte le energie che gli consentano di decidere, di agire, ma anche di continuare a rinnovarsi, di dimostrare con i fatti la sua capacità di cambiare e di aprirsi a tutte le esperienze vitali e a tutti i fenomeni di democrazia che covano ora e che covano sempre nel mondo dei lavoratori”

L’11 novembre del 1993 si chiude a Roma la quarta Conferenza di organizzazione della Cgil. Il documento finale licenziato proporrà nuove norme in tema di strutture, regole e risorse, allo scopo di favorire la trasparenza dell’organizzazione e la responsabilità dei gruppi dirigenti.

“Un rinnovamento dei gruppi dirigenti della Cgil e del loro metodo di lavoro - affermava  del resto Bruno Trentin già nell’aprile del 1989 - è possibile e necessario: io avverto questo problema come il compito principale che mi incombe (…) Ma non aspettatevi da me un rinnovamento degli uomini separato da un rinnovamento delle politiche, del programma, e della strategia della nostra organizzazione. E non aspettatevi da me il ruolo di un mediatore fra fazioni. Sono e rimarrò, credo, fino alla mia morte, uno dei pochi o dei molti illusi che ritengono che il rinnovamento dei gruppi dirigenti cammina con la coerenza delle idee, con l’assunzione delle responsabilità, con il coraggio della proposta e del progetto. E ciò, proprio perché sono convinto che presto o tardi, con la forza delle idee e delle proposte anche le forze culturalmente minoritarie di oggi, se dimostrano coerenza e rigore, possono diventare maggioranza domani ed essere davvero il futuro della nostra organizzazione (…) C’è bisogno, specialmente oggi, di una deontologia del sindacato che dia credibilità e certezze ai lavoratori e che lanci ai giovani che vogliono cimentarsi con questa prova il messaggio che lavorare per la Cgil e nella Cgil non è un mestiere come un altro, ma può essere, può diventare una ragione di vita”.

In quell’aprile del 1989 si apriva a Chianciano la prima Conferenza di programma della Cgil. Bruno Trentin, eletto segretario generale della Confederazione da pochi mesi, rompeva gli indugi e illustrava il suo progetto, avanzando l’ipotesi di una nuova Cgil, sindacato dei diritti, della solidarietà e del programma, avviando un processo di autoriforma che, di fatto, proseguirà con la Conferenza di organizzazione di Firenze del novembre 1989 e con il Congresso di Rimini del 1991, per concludersi nel giugno 1994 con la seconda Conferenza programmatica della Confederazione.

Sul piano organizzativo, la novità più rilevante sarà lo scioglimento delle componenti storiche collegate ai partiti di riferimento della sinistra italiana. In questo modo, la dinamica tra maggioranza e opposizione si sarebbe sviluppata all’interno del sindacato non tanto sulla base della vicinanza a un partito o a una coalizione di governo, quanto in virtù della condivisione o meno di un programma di governo dell’organizzazione.

Sul piano rivendicativo, la Cgil accetta di contribuire alla riforma della contrattazione collettiva e di discutere con gli interlocutori pubblici e privati l’introduzione della politica dei redditi attraverso il sistema della concertazione, individuata come il principale strumento per riportare sotto controllo l’esplosione del debito nazionale; entrambi questi temi saranno introdotti con lo storico accordo siglato nel luglio 1993 con il governo Ciampi, evento rivelatosi presto decisivo per il risanamento dei conti pubblici e per l’ingresso dell’Italia nell’Unione europea.

Un anno più tardi, sempre a Chianciano, Bruno Trentin lascerà la guida della Confederazione, “quella Cgil che conosco bene - affermerà - e di cui lascio la direzione con un sentimento di infinita riconoscenza (…); un sindacato di donne e di uomini che si interroga sempre sulle proprie scelte e anche sui propri errori, che cerca di apprendere dagli altri per trovare tutte le energie che gli consentano di decidere, di agire, ma anche di continuare a rinnovarsi, di dimostrare con i fatti la sua capacità di cambiare e di aprirsi a tutte le esperienze vitali e a tutti i fenomeni di democrazia che covano ora e che covano sempre nel mondo dei lavoratori”.

“Temo che questa volta - saluterà Trentin - la darò vinta a Valeria Fedeli che ha polemizzato con me per la faccia di bronzo che ero capace di mantenere, ma sarei un ipocrita se negassi che provo in questo momento una profonda emozione, un senso di dolore anche, come accade ogni volta che si interrompe un modo di operare ed anche un tipo di vita, mentre si affronta con qualche ansia un futuro che deve essere ancora disegnato (…) Credo di poter dire, se me lo permettete, che provo in questo momento, come militante della Cgil, un sentimento confuso di riconoscenza ma anche di fierezza: di riconoscenza per tutto quello che mi hanno dato questa Organizzazione, le persone che ho potuto conoscere, scoprire, stimare, apprendendo molto da loro; riconoscenza anche per le prove dure che, come molti di voi, ho dovuto affrontare, per gli insegnamenti che ne ho ricevuto e perché mai esse sono state vissute in totale solitudine. Anche in chi dissentiva radicalmente ho potuto sempre scoprire, cogliere rispetto ed affetto di cui li ringrazio (…) Senza averli conosciuti la mia vita sarebbe stata un’altra”.

“Lascio la direzione della Cgil non per andare a fare l’eremita - dirà - né per lasciare l’organizzazione a cuocere nel suo brodo. Io in quel brodo ci voglio stare, nella collocazione che la Cgil mi vorrà dare, al di fuori del gruppo dirigente, senza pasticci, senza mentori, né tutori”.