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Farmacie comunali, un servizio essenziale tra mille difficoltà

Farmacie comunali, un servizio essenziale tra mille difficoltà
Foto: Simona Caleo
Simona Caleo
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Le mascherine fornite da Farmacap, l'azienda socio-sanitaria del Comune di Roma, sono poche e di qualità discutibile. I lavoratori chiedono più tutele: “Siamo in una situazione già di per sé precaria, facciamo anche i magazzinieri"

Gianpaolo prende mestamente da uno scaffale un pacchetto di mascherine: sono bianche, leggere, inconsistenti, prive di qualsiasi certificazione, in poche parole inutili. E sono parte dei dispositivi di protezione individuale che Farmacap – l’azienda speciale farmasociosanitaria capitolina alla quale fanno capo le 45 farmacie comunali romane – ha distribuito ai 350 tra farmacisti, operatori sociali e addetti che sono impiegati nei punti vendita per far fronte all’emergenza sanitaria straordinaria, inedita, epocale che vede questi lavoratori tra le categorie più esposte ai rischi che comporta.

Mentre il Papa prega per i farmacisti, proprio a Roma ci sono farmacie dove si lavora a porte chiuse, ricevendo i clienti, allineati alla giusta distanza lungo il marciapiede, allo sportello prima destinato ai turni di notte, non per un pedante eccesso di cautela, ma solo perché è l’unico modo per ovviare alla cronica mancanza – a ormai più di un mese dal primo decreto emanato – di dpi adeguati a svolgere in sicurezza un lavoro delicato ed essenziale. Ma a Farmacap le porte chiuse non piacciono. “Secondo i vertici della nostra azienda noi dovremmo lavorare a battenti aperti, perché i dispositivi che ci hanno fornito sono idonei” spiega Rosanna, sul viso una di quelle mascherine bianche che l’azienda ha ricevuto a marzo dalla Protezione civile e consegnato ai dipendenti invitandoli a “dimostrare di meritarle”, come si legge nella lettera con la quale si chiede loro di riaprire le porte al pubblico, ora che la protezione c’è.

“Gli utenti vengono a prendere i farmaci di cui hanno bisogno, ma guardandosi intorno possono acquistare altre cose: per questo la direzione vorrebbe che tenessimo le porte aperte. Ma una farmacia comunale è innanzitutto un servizio”. Il negozio è grande e lungo il banco sono state piazzate due barriere di plexiglas, 80 centimetri di larghezza e 50 di altezza ciascuna, che ne proteggono solo una piccola parte. “In farmacia vengono persone che stanno male, e non sempre indossano le mascherine. Oltre ai farmaci, cercano consigli e supporto: succede sempre, ma adesso in modo particolare, perché non possono vedere il medico di base. Senza le adeguate protezioni e una sanificazione frequente questo luogo potrebbe diventare un focolaio di infezione”. Nicoletta è la direttrice della piccola farmacia comunale del Corviale, dove è presente anche lo sportello sociale. “All’inizio dell’emergenza non sapevo come organizzare uno spazio così ristretto per rispettare le distanze minime tra utenza e banco”.

Quando oltre ai farmacisti ci sono gli operatori sociali e la clientela, la stanza è presto satura. “L’unica cosa sensata da fare era chiudere la porta, utilizzando il corridoio esterno dello stabile per la fila”. Anche qui c’è una barriera di plexiglas di 80 centimetri per un banco di tre metri, “come se il virus non sostasse nell’aria e le persone potessero incolonnarsi dietro quel piccolo schermo. Eppure il direttore generale di questa azienda è laureato in Farmacia, ha buone basi in materia di igiene”. Non è stato mai fornito, poi, il gel per l’utenza, previsto da decreto all’ingresso degli esercizi aperti: è arrivato invece un flacone di ipoclorito di sodio da offrire ai clienti per igienizzare le mani. “Un bottiglione di candeggina – spiega il suo collega Gianpaolo – con la quale si sarebbero bruciati mani e vestiti”.

“Lavoriamo in una situazione già di per sé precaria – aggiunge Nicoletta – arredi vecchi, mancanza di personale, il farmacista deve fare anche il magazziniere. Non abbiamo neanche un pos senza filo e manca un servizio di consegna degli spiccioli, dobbiamo arrangiarci da soli. Hanno risparmiato su tutto e sono sempre in deficit: ma dove vanno a finire questi soldi?”.

“Farmacap è un’azienda in perenne difficoltà, eppure potrebbe avere un buon ritorno economico e fornire un servizio di eccellenza alla cittadinanza, se solo il Comune si impegnasse nel suo rilancio” spiega Marco Feuli, Filcams Cgil Roma e Lazio. “Farmacap ha al suo interno un comparto sociale importante e la sua missione dovrebbe essere restituire il ruolo e lo spirito della cosiddetta farmacia sociale ai cittadini. Dei 45 punti aperti su tutto il territorio molti si trovano in aree difficili, e dovrebbero essere considerati presidi importanti di assistenza per le persone più fragili”.

“Calmierare i prezzi, offrire servizi pubblici di eccellenza come il Cup, consegne a domicilio, supporto psicologico, possibilità di parlare con le persone e introdurle, in base alle loro necessità, verso ambienti di assistenza solidale”, queste le prospettive operative indicate dal sindacato per valorizzare l’inclinazione sociale delle farmacie comunali romane. “Ma il Comune non risponde e mostra invece, con le sue azioni, la volontà politica di spingere silenziosamente Farmacap verso il privato, una cosa che abbiamo combattuto e continueremo a combattere – chiarisce Feuli – per il bene dei lavoratori”. Se dalla Capitale alziamo lo sguardo al resto del Paese e lo allarghiamo al privato, la tutela dei lavoratori delle farmacie appare ugualmente incerta e le parti datoriali altrettanto sorde alle richieste del sindacato.

“Abbiamo chiesto a Federfarma di sottoscrivere un protocollo per la sicurezza dei lavoratori e della clientela, come quelli sottoscritti da Confcommercio, Confesercenti e Confprofessioni il 14 marzo – dice Danilo Lelli, Filcams Cgil nazionale – una proposta concreta, perché da un territorio all’altro vediamo mettere in campo soluzioni diverse e fantasiose. E tutto questo a fronte di una retorica insopportabile: non vogliamo eroi mal tutelati, ma operatori consapevoli del proprio ruolo che possano esercitarlo in sicurezza”. Sono passati 15 giorni e da Federfarma non è arrivata nessuna risposta, mentre la cronaca della diffusione del virus parla di 400 operatori contagiati e 8 deceduti.

Le difficoltà eccezionali di questo periodo si sono abbattute su un settore complicato, che non vede rinnovato il contratto da sette anni. “Prima della pandemia avevamo inviato al ministro Speranza, su sua richiesta, una scheda sullo stato dei rinnovi del ccnl di settore. Oltre all’adeguamento economico, è ancora più importante riconoscere la professionalità degli addetti, anche per tutelare i cittadini, e avere un sistema di bilateralità strutturato come in altri settori” aggiunge Lelli. “Siamo in emergenza, ma le farmacie stanno lavorando anche più di prima e, visto che l’emergenza non finirà presto, dobbiamo occuparci del rinnovo di questo contratto”.