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Il boom delle deroghe non si ferma

Il boom delle deroghe non si ferma
Foto: fotografia di Kostandin Minga (da Flickr)
E.D.N.
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Si moltiplicano le aziende che inviano ai prefetti le richieste per restare aperte. Sono circa 40.000 in tutto il Paese. In Friuli 3.000 domande, in Toscana 7.000. Numeri alti a Bergamo a Brescia. I sindacati: "Non sono tutte attività essenziali"

Le richieste di deroga non si fermano. Si stanno moltiplicando in questi giorni, e in queste ore, i fascicoli che arrivano sui tavoli dei prefetti di tutte le città italiane: sono le aziende che chiedono di continuare la produzione, in deroga al fermo stabilito dal decreto del 25 marzo, perché considerano la loro attività essenziale. A rischiare sono naturalmente i lavoratori, soprattutto operai ma non solo, a cui viene chiesto di restare nelle fabbriche durante l'epidemia di Covid-19. Una tendenza che investe molti metalmeccanici, ma tanti settori sono interessati dal fenomeno in modo trasversale (leggi la nostra inchiesta).

Difficile reperire dati certi che coprano tutta Italia. Partendo dalla considerazione che la maggioranza delle richieste si concentra nel Nord-Est (Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna), si stima che finora siano circa 40.000 le domande inviate dalle aziende. Nella regione più colpita dal virus, la Lombardia, le richieste continuano ad essere la prassi: poco meno di 2.000 a Bergamo, quasi 3.000 sulla scrivania del prefetto di Brescia.

Il Friuli Venezia Giulia ha toccato quota 3.000 domande. Circa 430 solo nell'area di Trieste. Da giorni i sindacati locali denunciano l'abuso dello strumento, invitando gli industriali a "non fare i furbetti", come hanno detto Fiom e Fim della città triestina. Il segretario generale della Cgil regionale, Villiam Pezzetta, ha parlato di "evidente rischio di un abuso dello strumento", assicurando che il sindacato "vigilerà sulla corretta applicazione del decreto, per quanto riguarda sia la correttezza delle deroghe sia l'osservanza scrupolosa delle norme di sicurezza nelle attività aperte". Questo, come prevede anche il protocollo firmato in regione, ha aggiunto, "dovrebbe essere il compito di tutte le parti coinvolte, comprese le associazioni imprenditoriali. Indispensabile evitare e reprimere comportamenti irresponsabili che antepongono il tornaconto di pochi alla necessità di garantire la massima efficacia delle misure in atto, che tutti noi auspichiamo possano durare il più breve tempo possibile, ma non meno di quanto necessario".

In Toscana le richieste di deroga sono circa 7.000. È l'allarme arrivato dalla Cgil attraverso il segretario generale Dalida Angelini: il metodo utilizzato dalle imprese è l'autocertificazione, ha sottolineato la sindacalista, ovvero i datori di lavoro attestano da soli l'essenzialità della propria produzione. Poi, ovviamente, sono i prefetti a vagliare le domande. "Troppe le aziende che fanno finta di non capire che il virus si combatte riducendo al limite del possibile le occasioni di contatto - ha dichiarato -. Dopo il protocollo generale firmato con il governo, gli accordi di categoria e le linee guida concertate con la Regione Toscana, troppi imprenditori per non perdere un vantaggio competitivo passano sopra alla sicurezza dei lavoratori, dei familiari e di tutti, loro compresi". L'impressione è che sarà concesso un alto numero di deroghe. Per fare un esempio, a Siena hanno chiesto la deroga 500 aziende: su 460 fascicoli esaminati, ha reso noto la prefettura, solo 11 sono stati respinti.

Dall'Emilia-Romagna arriva la forte denuncia della Fiom di Modena: ci sono dubbi su centinaia di aziende, che dovrebbero essere chiuse ma continuano a lavorare. Secondo la segretaria generale della Fiom, Stefania Ferrari, "almeno duemila non sono in regola in base al decreto, servono più controlli". Il sindacato sta inviando le diffide a restare aperti. Anche a Reggio Emilia una valanga di aziende ha chiesto di restare aperte: sono circa 2.500. La Cgil provinciale ha avvertito che, se gli imprenditori non saranno richiamati alla responsabilità, è sul tavolo anche l'opzione dello sciopero.

In Piemonte salgono a 900 le aziende che lavorano in deroga, secondo i conteggi del Corriere di Torino. In Trentino 700 imprese hanno inviato ai prefetti la domanda per restare attive, 347 di loro hanno già ricevuto il via libera. Nel Lazio Cgil, Cisl e Uil hanno lanciato un appello nei giorni scorsi, rivolgendosi agli imprenditori: "Non è il momento delle furbizie". La tendenza a chiedere deroghe, nel frattempo, continua.

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