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I sindacati bocciano l'accordo tra governo e ArcelorMittal

I sindacati bocciano l?accordo tra governo e ArcelorMittal
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Per Cgil e Fiom, Cisl e Fim e Uil e Uilm, non è chiara la strategia dell'esecutivo in merito al risanamento ambientale, alle prospettive industriali e occupazionali dell'ex Ilva. Un rischio particolarmente elevato per il futuro della siderurgia italiana

I sindacati bocciano l'accordo siglato questa mattina (4 marzo) a Milano tra l'amministrazione straordinaria dell'ex Ilva di Taranto e ArcelorMittal. Al termine di quattro mesi di trattative, l'intesa prevede la modifica del contratto di affitto e acquisizione per rinnovare il polo siderurgico con base a Taranto e la cancellazione della causa civile avviata presso il Tribunale di Milano.

In un comunicato unitario firmato dai leader di Cgil, Cisl e Uil (Maurizio Landini, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo) e dai segretari generali di Fiom, Fim e Uilm (Francesca Re David, Marco Bentivogli e Rocco Palombella) si sottolinea come il negoziato avvenuto da novembre 2019 non abbia visto alcun coinvolgimento delle organizzazioni dei lavoratori. Alla luce dei contenuti appresi, i sindacati ritengono non chiara la strategia del governo in merito al risanamento ambientale, alle prospettive industriali e occupazionali del gruppo. Incertezza alla quale si somma una totale incognita sulla volontà degli investitori, a partire da ArcelorMittal, riguardo al loro impegno finanziario nella nuova compagine societaria che costituirà la nuova AMinvestco.

Nella nota i segretari generali di Cgil e Fiom, Cisl e Fim, Uil e Uilm, sottolineano come dopo due anni di incertezza, nei fatti, il pre-accordo preveda una fase di stallo fino alla fine dell'anno per quanto riguarda l'esecuzione del piano industriale. Un rischio particolarmente elevato per una realtà industriale che necessita, al contrario, di una gestione attenta e determinata.

Nello specifico, secondo le tute blu e le tre confederazioni, appare di totale indeterminazione: il periodo di tempo senza una governance chiara; il ruolo delle banche e dell’investitore pubblico; il mix produttivo tra ciclo integrale e forni elettrici; la possibilità di occupare i 10.700 dipendenti più i 1.800 in amministrazione straordinaria e i lavoratori in appalto, assicurati dall'accordo del 6 settembre 2018.

Gli investimenti proposti oggi, sottolineano i sindacati, sono molto inferiori al piano già sottoscritto mentre la previsione di ripartenza dell’Afo5 ha tempistiche di rifacimento troppo dilatate nel tempo. "Quell'intesa – concludono i segretari generali – non prevedeva esuberi né l’utilizzo della cassa integrazione. Alla luce di questi motivi, l’accordo del 6 settembre 2018 resta la migliore garanzia per l’occupazione, il risanamento ambientale e il rilancio produttivo".

(D.C.)