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L'attacco

Una bomba sul treno del Sole

Ilaria Romeo
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Tra la fine degli anni Sessanta e l'inizio degli anni Settanta il Sud dell'Italia è attraversato da diversi movimenti di rivendicazione sociale. Le organizzazioni di estrema destra rispondono a questa ondata di protesta da un lato con una serie di attentati dinamitardi, dall'altro tentando di accreditarsi al grido di "Boia chi molla" come rappresentanti degli interessi della popolazione in lotta

Verso le 17 del 22 luglio 1970, all’inizio della rivolta del Boia chi molla e meno di un anno dopo la strage di Piazza Fontana, nei pressi della stazione di Gioia Tauro, deraglia il treno Freccia del Sud diretto da Palermo a Torino provocando la morte di sei persone (Rita Cacicia, Rosa Fassari, Andrea Gangemi, Nicoletta Mazzocchio, Letizia Concetta Palumbo e Adriana Maria Vassallo) e il ferimento di altre 70 circa.

Sul treno del Sole ci sono duecento passeggeri. Lavoratori pendolari che tornano su dopo un soggiorno in famiglia, un gruppo di pellegrini diretto a Lourdes, viaggiatori occasionali. La scena che si presenta agli occhi dei soccorritori è tragica: alcuni vagoni sono schiacciati tra loro e le manovre di soccorso sono rese ancora più faticose dal forte caldo. Molti sono incastrati tra le lamiere, altri riescono ad uscire dal groviglio di ferro dai finestrini.

Nella prima fase delle indagini, si ritenne che il fatto fosse stato dovuto al cedimento strutturale di un carrello del treno (il questore Emilio Santillo - accorso sul luogo - identificherà le cause del deragliamento con “lo sbullonamento del carrello n° 2 del corpo della nona vettura”); più tardi, alla negligenza del personale che era alla sua guida. Solo molti anni dopo sentenze definitive accerteranno che si era invece trattato di un attentato dinamitardo. “Un mistero dimenticato - lo definirà Carlo Lucarelli - Talmente oscuro, talmente misterioso, che per tanto tempo nessuno ne ha saputo niente, dissolto quasi, coperto dalle nebbie nere di tanti altri grandi Misteri d’Italia”.

In realtà l’ipotesi dell’attentato viene avanzata e sostenuta dalla maggior parte della stampa nazionale: il giornalista Mario Righetti del Corriere della sera sostiene questa tesi dopo soli tre giorni, presto supportato anche da altre testate (su l’Avanti addirittura si arrivò a citare il presunto rinvenimento di altro esplosivo, il 7 agosto).

Il 22 settembre 1970, un nuovo ordigno esplode sui binari a Taureana, dieci chilometri a sud di Gioia Tauro. Un informatore avverte che la via ferrata è stata distrutta dall’esplosivo e il direttissimo Roma-Reggio viene fermato in tempo. Pochi giorni dopo, il 26 settembre, vengono fermati anche gli anarchici della Baracca: Gianni Aricò, Angelo Casile, Franco Scordo, Luigi Lo Celso e Annalise Borth, età media ventidue anni, partiti per Roma con una mini minor carica di documenti.

“Abbiamo scoperto cose che faranno tremare l’Italia”, aveva confidato Gianni Aricò alla madre pochi giorni prima di morire. “È meglio che non faccia partire tuo figlio”, aveva detto un amico poliziotto al padre di Lo Celso, la sera prima della partenza. 

Nel 1993 i collaboratori di giustizia Giacomo Lauro e Carmine Dominici confermeranno al giudice istruttore milanese Guido Salvini la presunta collusione tra ambienti d’estrema destra e ‘ndrangheta, sostenendo la diretta responsabilità di questi nei fatti di Reggio e nell’attentato di Gioia Tauro.

“Personalmente - dirà Carmine Dominici - ritengo che quello dei cinque ragazzi non sia stato un incidente ma un omicidio. E tale opinione è condivisa anche da altri militanti avanguardisti. Non sono assolutamente in grado di indicare chi potrebbe aver preso parte alla presunta azione omicidiaria e, peraltro, era illogico che ci si rivolgesse a militanti calabresi in quanto ciò avrebbe comportato un pericoloso spostamento geografico”. “Sono convinto - aggiungerà il procuratore Salvo Boemi nel 2001 - che quei cinque giovani avessero trovato dei documenti importanti. Non riesco a spiegarmi in altro modo la sparizione di tutte le carte che si trasportavano nella loro utilitaria. È un caso che avrei desiderato approfondire (...) ma esistono insormontabili problemi di competenza”.

Documenti importanti che probabilmente avrebbero consentito, se consegnati a chi di competenza, di ricostruire una catena di comando che da Reggio Calabria conduceva fino a Roma, fino al disegno golpista del principe Junio Valerio Borghese. Che avrebbero consentito, forse, di fare luce su di un’altra strage altrimenti destinata a restare impunita. E non solo per il tanto tempo trascorso.

“Quella maledetta notte del 26 settembre - scriveva Fabio Cuzzola nel volume Cinque anarchici del Sud - ha segnato, distrutto, violentato tante famiglie, ha spezzato legami forti, amicizie sanguigne, ha cancellato le speranze e i sogni di cinque giovani del Sud. (...) Il silenzio è sceso come una fossa comune dove sono state sepolte e cancellate le storie, i documenti e i terribili segreti che questi giovani portavano con sé. Ci sono voluti venticinque anni perché un magistrato, il giudice Guido Salvini del tribunale di Milano, riaprisse il dossier relativo al deragliamento del treno a Gioia Tauro il 22 luglio del 1970. Anche in questo caso si parlò subito di incidente, ma qualche anno dopo si scoprì che si trattava di un attentato, senza per altro che emergessero colpevoli e mandanti. Era proprio quello che avevano scoperto questi giovani anarchici e avevano raccolto in un dossier che stavano portando a Roma. Ci son voluti dei pentiti fascisti e mafiosi che parlassero di tutto questo perché, per un attimo, ritornasse l’attenzione su quella notte maledetta quando, in un’ora incerta, improbabile, tra la fine dell’ora legale e l’inizio dell’ora solare, un camion di frutta (probabilmente con l’ausilio di un’altra macchina) spargesse sull’asfalto il sangue innocente di chi credeva veramente nella libertà e nella giustizia”.