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Il commento

Inca Cgil: 156 mila denunce di contagio all'Inail, eppure il riconoscimento dell'infortunio non è garantito

Giorgio Sbordoni
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Silvino Candeloro, del collegio di presidenza del patronato: molto spesso il primo certificato rilasciato al lavoratore è di malattia

156.766, tante sono le denunce di contagio da Covid sul lavoro pervenute all’Inail. Siamo a un quarto di tutte le denunce d’infortunio presentate da gennaio 2020 a oggi e al 5,4% del totale dei contagi registrati in Italia. Numeri che continuano a raccontare una situazione difficile e preoccupante. Chi resta in prima linea al fianco dei lavoratori, come il patronato Inca Cgil, primo nella tutela, non può che sottolineare quanto sia importante richiamare l’Inail a rendere conto di quanti sono i riconoscimenti delle denunce presentate.

“Continuiamo a ricevere elenchi di infortunati e deceduti – ci racconta Silvino Candeloro, del collegio di presidenza dell’Inca Cgil - ma il riconoscimento non è garantito. E molto spesso il problema è che la denuncia arriva in un secondo momento, perché il primo certificato rilasciato al lavoratore è di malattia e il nodo diventa quindi quello della trasformazione da malattia a infortunio”.

Dove si complica il sistema? “Sarebbe il datore di lavoro a dover fare la denuncia di infortunio e non lo fa. Abbiamo oltre un milione di certificati di malattia covid che in realtà almeno per una buona parte dovrebbe essere trasformato in certificato di infortunio”.

Le difficoltà non nascono certo oggi. Il patronato racconta di molti casi denunciati a marzo e aprile 2020 che ancora non sono stati trattati. Documenti ancora fermi nei cassetti. Altri respinti perché manca la denuncia del datore, “nonostante l’Inail dovrebbe richiederla. E invece l’istituto cita la mancanza del nesso di causa perché nella documentazione manca il tampone, che nei primi tempi era molto difficile da fare. Noi – ci spiega Silvino Candeloro – abbiamo detto più volte che il test sierologico, rilevando la presenza di anticorpi a riprova di un precedente contagio, potrebbe sostituire il tampone, ma l’inail continua a contestarlo. In sintesi per loro manca la diagnosi. Che pure potrebbe essere ricostruita anche attraverso una tac ai polmoni, dove resta sicuramente traccia visibile di una polmonite come quella da covid”.

Quali sono i dati dell’attività dell’Inca su questo fronte? E qual è la fotografia della situazione attuale? “Nella prima fase, prima dell’estate, abbiamo realizzato circa 2500 denunce. In tempi recenti, solo nel periodo gennaio-febbraio 2021, abbiamo già raccolto 700 denunce. Nella seconda fase i lavoratori sono evidentemente più convinti e consapevoli, la nostra opera di informazione e comunicazione ha funzionato, i delegati delle categorie erano più preparati. Il numero dei morti da contagio sul lavoro è diminuito perché è cresciuta l’attenzione alle persone più fragili, tra i lavoratori, e hanno funzionato sia i protocolli sia la prevenzione che hanno promosso, obbligando i datori ad adottare tutti gli strumenti utili per evitare il contagio. Sono aumentati tanto i contagi nella seconda fase sul lavoro, ma i lavoratori tendono a denunciare e sono più attenti”.

Quali i settori su cui concentrate la vostra attenzione? “Purtroppo sono quelli che ormai sappiamo bene. Per di più i casi riguardano il sociosanitario, a riprova del fatto che occorre accelerare al massimo il piano vaccinale. Auspichiamo che la macchina funzioni meglio per quanto riguarda il numero di vaccinazioni sul personale più esposto. È chiaro che dove c’è il rischio specifico continuano a preoccuparci una serie di settori dove il contagio può avviene nel rapporto con l’utenza: addetti casse, alle vendite, al trasporto e alle pulizie”

Qual è la sfida, anche in prospettiva? “Una cosa su cui stiamo lavorando – ci dice Silvino Candeloro – riguarda i postumi. Proprio in questi giorni stiamo organizzando un convegno per il prossimo giugno con un programma dedicato all’approfondimento sui postumi da covid per i lavoratori e le lavoratrici. Stiamo coinvolgendo persone autorevoli che si occupano di pneumologia, cardiologia, psichiatria, gli ambiti più significativi. E su questo vorremmo aprire un confronto anche con l’Inail. Per ora l’unica cosa che possiamo dire è che rispetto ai postumi bisogna stare attenti perché non ci sono ancora certezze da parte della scienza”.