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L'assassinio

Nicolò Azoti il sindacalista che sfidò la mafia

Ilaria Romeo
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Il 21 dicembre 1946 a Baucina il segretario della Camera del lavoro viene colpito a morte. A sparargli cinque colpi d'arma da fuoco mentre rincasa un gabellotto, capomafia locale. Quello di Azoti è uno dei tanti omicidi che funestano il sindacato siciliano impegnato nella lotta per l'assegnazione delle terre e i diritti dei contadini alla fine degli anni Quaranta

Nel secondo dopoguerra siciliano, fra il 1944 e il 1948, i sindacalisti e i politici socialisti o comunisti che cadono sotto i colpi della criminalità organizzata sono più di 40. Il 2 marzo del 1948 è ucciso in contrada Raffo, a Petralia Soprana in provincia di Palermo, il capolega della Federterra Epifanio Li Puma, mezzadro e socialista. Il 1° aprile viene assassinato a Camporeale, al confine tra le province di Trapani e Palermo, il segretario della Camera del lavoro Calogero Cangelosi, anch’egli socialista.

Al centro, nel tempo e nello spazio fra questi due delitti si colloca, il 10 marzo, l’assassinio di Placido Rizzotto, partigiano, socialista, segretario della Camera del lavoro di Corleone e dirigente delle lotte contadine. Sarà l’allora giovane capitano dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa a indagare sul delitto Rizzotto: il lavoro dell’ufficiale, destinato a divenire un nome celebre nel corso dei decenni successivi, porterà all’incriminazione di Luciano Liggio, Pasquale Criscione e Vincenzo Collura, che tuttavia, alla fine del 1952, verranno assolti per insufficienza di prove.

Gli atti terroristici contro il movimento contadino e i suoi dirigenti cominciano con l’uccisione di Andrea Raia il 5 agosto 1944, cui fa seguito - poco più di un mese dopo, il 16 settembre - l’attentato a Girolamo Li Causi, segretario regionale del Pci, durante un comizio a Villalba, feudo di don Calò Vizzini. “Fu quello il mio primo bagno nella mafia del feudo, la mafia che aveva le terre in affitto”, ricorderà anni dopo Emanuele Macaluso, quel giorno presente. Gli assalti alle Camere del lavoro della Cgil ancora unitaria, le intimidazioni e i pestaggi dei suoi dirigenti, i primi omicidi politici proseguiranno negli anni seguenti.

Il 21 dicembre 1946 viene colpito Nicolò Azoti. “Come ogni sera tornava dalla Camera del lavoro - racconterà anni dopo la figlia -, sentii le urla straziate di mia madre, poi nulla più”. Azoti aveva 37 anni. Pagava così l'aver sfidato i gabellotti che avevano cercato invano di corromperlo e che alla fine avevano deciso di toglierlo di mezzo. L'omicidio di Azoti non ottenne mai giustizia. Neppure la testimonianza della moglie che aveva riconosciuto l'assassino servì a catturare i colpevoli e persino al funerale il parroco per paura evitò di far entrare la bara in chiesa. 

 Il 4 gennaio 1947, a Sciacca, provincia di Agrigento, la mafia uccide davanti alla porta della sua abitazione Accursio Miraglia, segretario della locale Camera del lavoro e dirigente comunista. Il 13 febbraio 1947 a Villabate (Palermo) muore Nunzio Sansone, militante comunista impegnato nella lotta per la riforma agraria, fondatore e segretario della locale Camera del lavoro. Lo stesso giorno a Partinico, sempre in provincia di Palermo, viene ucciso Leonardo Salvia, anch’egli in prima fila nelle lotte per la distribuzione delle terre. Un tributo di sangue che continua anche negli anni successivi, con l’uccisione, tra gli altri, di Salvatore Carnevale il 16 maggio 1955, Vincenzo Di Salvo il 17 marzo 1958, Pio La Torre il 30 aprile 1982.

“Per la Cgil e per le forze di progresso - scriveva qualche anno fa Carlo Ghezzi - la lotta alle mafie, alle violenze, a ogni forma di illegalità antica o nuova hanno sempre rappresentato una delle grandi priorità, quasi una precondizione per poter puntare ad avere un ruolo e a svolgere una funzione per uno sviluppo diverso del Paese. Un impegno per il quale sono stati pagati pesanti tributi, che però hanno saputo conferire grande spessore e grande concretezza alla capacità del sindacato di guidare anche nei momenti più difficili, contro la mafia e contro le diverse forme di criminalità organizzata, le forze migliori del Mezzogiorno e dell’Italia”. Un prezzo pagato dai tanti - troppi - che è nostro dovere e nostro preciso impegno ricordare. Perché parlarne vuol dire mettere in discussione l’intero sistema, e noi non ci stancheremo mai di farlo.

Perché “fare memoria è un dovere - diceva don Ciotti - che sentiamo di dover rendere a quanti sono stati uccisi per mano delle mafie, un impegno verso i familiari delle vittime, verso la società tutta, ma prima ancora verso le nostre coscienze di cittadini, di laici e di cristiani, di uomini e donne che vivono il proprio tempo senza rassegnazione”.