In evidenza:
Colletiva logo CGIL logo
Colletiva logo CGIL logo

Edicole, al lavoro per trecento euro al mese

Edicole, al lavoro per trecento euro al mese
Foto: Marco Merlini
Simona Ciaramitaro
  • a
  • a
  • a

I chioschi rimangono aperti, ma gli effetti delle misure contro la pandemia aggravano la situazione dei rivenditori di giornali che operano in un settore in perdurante crisi

Vivere con trecento euro al mese continuando a lavorare. È quanto sta accadendo agli edicolanti. L’80 percento delle edicole italiane non hanno mai chiuso, perché rientra nel ristretto novero degli esercizi ai quali non è stata applicata la chiusura emergenziale. Il segretario del Sinagi, il sindacato nazionale dei giornalai affiliato a Slc Cgil, Giuseppe Marchica, ricorda che da tempo si sta denunciando il perdurante stato di crisi del settore e ci illustra quanto ora sta accadendo: “Nelle edicole di periferia la vendita dei giornali tiene abbastanza bene, mentre è un disastro nel centro delle città, dove non ci sono più abitazioni ma solamente uffici. In questi casi si arriva a stare aperti per portare a casa il 20-30 percento del normale incasso mensile che si aggira mediamente attorno ai 1300 euro. La situazione è molto pesante, motivo per il quale abbiamo chiesto alla filiera di non farci pagare in anticipo alcune pubblicazioni, come ad esempio i collezionabili”. 

A fronte di questa richiesta c’è stata una chiusura totale da parte di editori e distributori, i quali “accampano mille scuse, perché l’intero sistema vive sui soldi che entrano tutte le settimane dalle edicole, ma la cosa terribile è che in questo modo tutto il settore rischia di andare in ginocchio e non sarà nemmeno più in grado di pagare gli stipendi”. Per Marchica la strada obbligata è “investire per ricreare un nuovo modello di pubblicazioni che superi quanto accade in questi giorni, quando è diventato possibile leggere gratuitamente i quotidiani in formato pdf attraverso una semplice registrazione”. A questo proposito il Sinagi ha inoltrato una denuncia che è stata accolta dal tribunale competente, ma poi, non solo il sindacato non è stato in grado di sostenere le spese legali e le trasferte dei testimoni, ma da parte della federazione degli editori, dopo un apparente attenzione, non ci sono stati i passi necessari. “Non c’è interesse vero a stroncare il problema che va ad aggiungersi alla crisi del settore, messo a nudo dall’epidemia da Covid-19”, sostiene Marchica, ricordando anche l’iniziativa del suo sindacato congiuntamente a Slc Cgil: “La proposta era quella di dirottare la vendita di libri nelle edicole attraverso la consegna da parte delle librerie, chiuse a seguito delle norme governative, ma, nonostante sulle prime sembrava qualcosa si fosse mosso, nulla è stato messo a sistema e non vi sono stati risultati sostanziali”. 

Le richieste ora avanzate dagli edicolanti sono due, oltre a quella di pagare solamente il venduto e non il distribuito: stabilizzare il credito d’imposta ottenuto nel 2019 anche per i prossimi anni e 10 centesimi di euro in più per ogni rivista venduta, considerato che attualmente l’utile previsto è del 18,77 percento sul prezzo lordo del giornale. Quest’ultima richiesta andrebbe anche a compensare il comportamento di alcuni editori e il segretario del Sinagi porta l’esempio del Gruppo Cairo che, per non perdere le entrate pubblicitarie che si sommano ai finanziamenti pubblici, ha ridotto a 99 centesimi il costo delle riviste che prima ammontava a 2 o 3 euro con l’esito che a pagare “questo giochino” sono gli edicolanti. In ogni caso le risposte alle richieste del settore tardano ad arrivare e se dal ministero competente c’è stata un’apertura alla proroga del credito d’imposta, da parte degli editori invece, “nonostante la nostra volontà di spiegare i motivi alle persone che continuando a venire in edicola stanno mostrando attaccamento verso il settore – conclude Marchica – ci è stato detto di andare a quel paese”.