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Il virus e la salute mentale dimenticata

Il virus e la salute mentale dimenticata
Foto: FOTO DI © COSIMA SCAVOLINI/AG.SINTESI
Stefano Iucci
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Trincas Maglione (Unasam): in tutti i provvedimenti del governo questo problema non viene affrontato. Le Regioni vanno per conto proprio ma generalmente i servizi sono stati bloccati. L'isolamento è tragico per le persone che hanno bisogno di comunità

Nel Global Action Plan 2020-2030 l’Oms ha da poco aggiunto un obiettivo strategico che riguarda “la salute mentale nelle emergenze umanitarie”. Proprio in questi giorni la stessa organizzazione ha diffuso l’importante “Covid-19: Guida operativa per mantenere i servizi sanitari essenziali durante un epidemia”, che indica tra i servizi essenziali da garantire quelli riferiti alle persone con problemi di salute mentale e, più in generale, alle persone non autosufficienti e con patologie croniche.

 

Per l'Oms la salute mentale è fondamentale nelle emergenze umanitarie

Nonostante queste autorevoli prese di posizione, in Italia la situazione è ancora molto problematica: “Le importanti misure disposte dal Governo per il potenziamento delle risorse del Ssn e del personale impegnato in prima fila per fronteggiare l’emergenza della pandemia da Covid-19 non tengono conto della salute mentale”. Così si legge nell’appello lanciato dalla Conferenza nazionale salute mentale, sottoscritto da un vasto cartello di organizzazioni (tra cui la Cgil), e inviato a una serie di autorità tra cui il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e il ministro della Salute Roberto Speranza.

 

Garantire il funzionamento dei servizi di salute mentale

Tra le richieste più significative rivolte alla politica c’è quella di garantire il funzionamento della rete territoriale della salute mentale, come dei servizi territoriali rivolti agli anziani, alle persone con disabilità, alle persone con malattie croniche. Perché, se è vero che il Covid -19 uccide e va contenuto, le altre fragilità, le diverse patologie che investono soprattutto i più deboli, non vanno in certo in pausa, anzi in queste situazioni si acuiscono. “Purtroppo è così – spiega Gisella Trincas Maglione, presidente dell’Unasam (l’Unione nazionale delle associazioni per la salute mentale, tra le firmatarie dell’appello) –. La privazione della libertà di movimento e quella di stare con gli altri per condividere il nostro tempo è dolorosa per tutti, figuriamoci per le persone fragili dal punto di vista mentale. Ma fino a oggi il governo di questo problema non si è proprio occupato. La questione di come affrontare il tema della salute mentale non compare in nessuno dei provvedimenti presi finora”.

Quali sono gli aspetti più negativi di questa situazione per le persone fragili dal punto di vista mentale?

Considera che un aspetto su cui generalmente si cerca di intervenire in tempi “normali” è spezzare l’isolamento in cui molte di queste persone si chiudono. È ovvio quindi che l’isolamento a cui sono costrette dalla pandemia le danneggia pesantemente. Poi naturalmente le reazioni sono diverse. Ho un fratello e una sorella in queste condizioni: Raffaele sta in una comunità terapeutica e dovrebbe andare a vivere in una casa con un’altra persona, ma è terrorizzato dal virus e non esce mai; mia sorella invece, Maria Antonietta, che sta a Casamatta (comunità integrata con sede a Cagliari e fondata dalla nostra intervistata, ndr), esce tranquillamente per fare brevi passeggiate con gli operatori. Ovviamente nella situazione di disagio vanno anche considerate quelle realtà familiari in cui ci sono tensioni, conflitti – magari con presenza di anziani – e in cui dunque non ce la si fa a reggere questa situazione.

E qui sono proprio i servizi per la salute mentale che dovrebbero svolgere un ruolo importante…

Il problema è proprio questo. Subito dopo le prime dichiarazioni di emergenza sanitaria, i servizi di salute mentale hanno bloccato tutte le attività riabilitative di gruppo – quelle più utili in virtù di quanto dicevamo sopra – e anche i tirocini, le borse lavoro, perché ovviamente le aziende che accolgono le persone hanno dichiarato la loro impossibilità a proseguire. Anche i gruppi di mutuo aiuto sono stati fermati.

 

Tutte le attività di gruppo sono state bloccate

Esistono fortunatamente associazioni di familiari e utenti che cercano di mantenere un minimo di contatto con le persone, magari al telefono, ma questo non è sufficiente. Non solo: il passo successivo è stato il blocco dell’attività ordinaria dei centri di salute mentale il che ha comportato, nella stragrande maggioranza dei territori, il loro coinvolgimento solo nei casi di emergenza, per i quali però ci sono altri servizi ( il 118 e gli Spdc, i servizi psichiatrici di diagnosi e cura, ndr) che hanno ben altre competenze in materia.

Voi lamentate da parte del governo una mancanza di indirizzo generale, insomma anche in questo caso – come per la sanità in generale – le Regioni e le varie Asl sembrano andare un po’ tutte per proprio conto...

È così. Non c’è stato nessuno indirizzo: solo un generico “state a casa”, in assenza di un minimo di richiamo alle responsabilità che pure le istituzioni dovrebbero avere. Quindi la situazione è molto differenziata: in alcune realtà i centri di salute mentale hanno addirittura ricevuto l’ordine di tenere le porte chiuse per evitare assembramenti, in altri i servizi funzionano con ingressi contingentati, talvolta si continua a lavorare in esterno domiciliare con le cooperative.

Quindi qualche esempio positivo c’è…

Sì. A Catania, Modena, Gorizia e Trieste, ad esempio, stanno provando a mantenere delle attività, con luoghi di incontro per piccoli gruppi o costruendo comunità virtuali con le piattaforme digitali. Però vorrei precisare: in assenza di linee guida, nella stragrande maggioranza dei territori non è così, spesso ci si limita a qualche contatto telefonico e anche per le emergenza la situazione è compromessa perché le strutture, per evitare i contagi, hanno drasticamente ridotto la presenza del personale e vanno avanti con un numero limitato di operatori. Il che rischia di far precipitare situazioni che magari prese in tempo non sarebbero “degenerate”. Faccio solo un esempio.

 

Se non si interviene tempestivamente le situazioni possono degenare

In provincia di Cagliari una paziente del centro di salute mentale, non particolarmente grave, ha sviluppato una psicosi per il coronavirus, ma ci sono voluti 10 giorni perché i servizi potessero intervenire e, a quel punto, si è dovuti ricorrere a un Tso che probabilmente con un’azione più tempestiva si sarebbe potuto evitare. Insomma, in molti casi a fare danni non è il virus, ma l’inadeguatezza del nostro sistema sanitario nell’affrontarlo. Io credo che, pur in emergenza e con tutte le protezioni e le tutele adeguate per i lavoratori, servizi così importanti non debbano essere depotenziati in una fase come questa.

Tanto più che anche in condizioni normali non è che godessero di buona salute…

 

Perché non sono state requisite le strutture private?

Il coronavirus arriva in una fase in cui già molti centri di salute mentale venivano accorpati, costringendo le persone a spostamenti a causa appunto di uno sguarnimento dei servizi sul territorio. In più gli Spdc sono stati in molti casi requisiti per creare posti in terapia intensiva. Noi non siamo tra quelli che rivendicano più posti in ospedale, ma certo così saranno sempre meno. Trovo davvero incredibile che in piena emergenza non si siano, invece, requisite le cliniche private, così come del resto è previsto dalla Costituzione. Si va sempre a pescare tra i più deboli e indifesi. Insomma, tutto questo ci preoccupa, anche perché nessuno è in grado di dire quanto questa situazione durerà ed è dunque impossibile capire quanta sofferenza recherà alle persone fragili e alle loro famiglie, anch’esse molto esposte.

E sulla controversa questione delle “brevi passeggiate” come ci si regola nel vostro caso?

Qui siamo al paradosso. Abbiamo sollecitato più volte indicazioni dal ministero della Salute, senza ottenere mai alcuna risposta. Insomma, si può uscire con i cani mentre è controverso farlo con i bambini e con le persone in sofferenza mentale. Anche in questo caso ognuno fa da sé: in alcune Regioni, ad esempio la “mia” Sardegna, brevi passeggiate con operatori o familiari si possono fare. In altre no, o non è chiaro. E poi non capisco perché chiudere i parchi, anziché regolamentarne l’accesso e le distanze di sicurezza con i vigili? Questo purtroppo è un paese in cui spesso, anziché assumersi responsabilità, si preferisce praticare la scorciatoia della via securitaria.