Sei sicura? Sicura di poter accedere. Sicura di essere ascoltata. Sicura di essere rispettata. Ogni giorno in Italia ci sono donne che entrano in una struttura del Servizio Sanitario Nazionale per esercitare il loro diritto di scelta, e si sentono ripetere frasi colpevolizzanti, paternalistiche o apertamente dissuasive. Frasi che restano dentro per tutta la vita, come ferite che non si chiudono mai.

All’atteggiamento ostile nei confronti della scelta di abortire, continua ad unirsi l’oggettiva difficoltà di accedere all’interruzione volontaria di gravidanza in maniera universale in tutto il paese. I dati – quei pochi – ci dicono che la Legge 194 continua ad avere un’applicazione discontinua e a macchia di leopardo. Permane, inoltre, un grande vulnus rispetto alle relazioni annuali che il governo dovrebbe pubblicare. 

Gli ultimi dati del Ministero della Salute/ISS, Relazione IVG risalgono al 2023:  in Italia, il 57,1% dei ginecologi era obiettore di coscienza, con forti differenze tra le regioni. Nello stesso anno, erano 349 i punti in cui veniva effettuata l’IVG e, su 535 strutture con ostetricia e/o ginecologia, solo 327 effettuavano IVG: il 61,1%.
L’indagine “Mai Dati” dell’Associazione Luca Coscioni nel 2021 ha rilevato 72 ospedali con oltre l’80% di obiettori e 18 strutture con il 100% dei ginecologi obiettori. E così, anche se la legge 194 garantisce l’interruzione volontaria di gravidanza, per alcune donne accedere a questo diritto può significare affrontare attese, spostamenti, difficoltà territoriali e, in alcuni casi, giudizi o pressioni invece di ascolto e assistenza. Perché un diritto alla salute riproduttiva non può esistere solo sulla carta.

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