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I numeri della crisi

La tragedia senza fine della cultura

Teatro Argentina
Foto: Simona Caleo
Maria Antonia Fama
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Quasi il 70% di eventi e di incassi in meno, nel 2020, secondo i dati dell'Osservatorio dello Spettacolo Siae. Il bilancio delle cifre del settore è un bollettino di guerra senza precedenti

Un anno dall’inizio della pandemia. E quasi uno dall’inizio di una crisi nera, come i fondali dei teatri silenziosi e chiusi, dove il sipario non accenna a rialzarsi. Così come i concerti, i tour, le tournée, i cinema e i club, dove risuonano le note di un piano ormai scordato. Il buio in sala manca al pubblico e manca, ancora di più, a quelle centinaia di migliaia di professionisti e imprese culturali, per cui quel buio significa la luce. “Bisogna ripartire subito e in sicurezza, dotare il settore di strumenti di finanziamento adeguato”. A dirlo sono le organizzazioni sindacali (Slc Cgil, Fistel Cisl e Uilcom) che hanno scelto il 23 febbraio per scendere nelle piazze italiane e chiedere a gran voce: “Torniamo a fare spettacolo”.

Il bilancio della crisi del settore è un bollettino di guerra senza precedenti: quasi il 70 per cento di eventi in meno, nel 2020, rispetto al 2019; un calo degli ingressi del 72,90 per cento. La spessa al botteghino è scesa dai quasi 3 miliardi del 2019 ai 623 milioni del 2020. Sono numeri che fanno paura, quelli forniti dall’Osservatorio dello Spettacolo Siae. Un’ecatombe dalla quale non si salva nessun ambito dello spettacolo, dal vivo e non.  

L’attività cinematografica e il teatro registrano oltre il 70 per cento di eventi e di incassi in meno. Ancora peggio va la musica, che sfiora il 90 per cento. Anche quando, finalmente, si potrà ripartire, sarà difficile immaginare i grossi tour negli stadi, con centinaia di migliaia di biglietti staccati. Nonostante le timide riaperture, con molte limitazioni, il comparto mostre ed esposizioni non va meglio: (meno 77,90 per cento di ingressi e meno 76,70 per cento di spesa al botteghino).

Le stagioni perse non sono solo quelle passate, ma anche quelle che verranno. I meccanismi propri di funzionamento del settore, infatti, richiedono tempi di programmazione molto lunghi, su base annuale. Le conseguenze a lungo termine potrebbero essere molte e pesanti. Sui lavoratori, molti dei quali sono senza reddito da quasi un anno, e hanno cominciato a cercare altri lavori. Sulle imprese, e c’è da chiedersi quante sopravvivranno a questa chiusura che si procrastina. Come uno spettacolo senza colpi di scena, che sembra chiudersi privo di un finale.