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Tre autori

Nei corpi e nei versi della poesia operaia

nuovo evento caricato da  il 09-08-2013 1163 Acciaieria Alfa Acciai nella foto fabbrica industria Brescia 14/01/2012 foto Matteo Biatta
Foto: Matteo Biatta
Ilaria Grasso
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Nella Nobili, Ferruccio Brugnaro e Nadia Agustoni. Tre poeti, tre epoche, tre voci che hanno raccontato la fabbrica. Dal lavoro minorile al petrolchimico, dai rapporti tra uomini e donne alla riflessione sul corpo

Sono molti i poeti italiani che hanno lottato coi loro versi ritraendo la condizione operaia. Tra loro anche donne sconosciute al grande pubblico seppure validissime. Donne che meritano un posto non solo nel perimetro della poesia operaia ma nella letteratura più in generale. La poesia operaia italiana, insomma, non è stata solo Luigi Di Ruscio. Hanno lavorato e lavorano sia gli uomini che le donne e fanno poesia sia i poeti che le poete (o poetesse che dir si voglia). Un lavoro, quello del far poesia, che va riconosciuto. È spesso frutto di notti insonni, sacrifici e pause pranzo consumate in fretta per leggere, perché la poesia non sgorga parole solo come lacrime, e le parole si usano anche come lotta, e i poeti, nominando le cose, denunciano e sono testimonianza messa nero su bianco. E l’inchiostro, come noto, è una sostanza indelebile. 

Proviamo a soffermarci su tre figure importanti in diversi contesti storici e sociopolitici. Sono Nella Nobili, Nadia Agustoni e Ferruccio Brugnaro, che è stato anche sindacalista.

Nella Nobili, la ferita del lavoro minorile
Con Nella Nobili andiamo indietro nel tempo, a ridosso degli anni Quaranta del secolo scorso, a Bologna. Nobili, nata nel 1926, a dodici anni inizia a lavorare come soffiatrice di vetro in una fabbrica di medicinali. Ora la sola idea ci fa inorridire, ma a quel tempo il lavoro minorile era molto diffuso. La Riforma Gentile del ’23 impose l’istruzione obbligatoria anche per arginare lo sfruttamento dei bambini nelle fabbriche, ma rimase in parte lettera morta. La vita di Nobili lo testimonia. Ma è una bambina prodigiosa e incrocia nel suo percorso Ada Negri, maestra e poeta, che la incoraggia a scrivere.

Nel corso degli anni, crescendo, si circonda di artisti e amici generosi che non la lasceranno mai sola. Neanche quando, arrivata a Roma, entra nel giro di Maria Bellonci (fondatrice del Premio Strega assieme al marito Goffredo e a Guido Alberti). Nella capitale Nobili si sente però stretta l’etichetta di “poetessa-operaia-proletaria”, che lei stessa definisce una “camicia di forza” e che non riesce a togliersi di dosso. La sua volontà di autodeterminarsi la porta a fuggire dall’ambiente italiano e a trasferirsi in Francia, dove continua a occuparsi di letteratura, produce molto e su svariati temi, principalmente di taglio sociale, ma dando anche voce a un amore forte e dolorosamente autentico per donne che non sempre la ricambiano.
 

Per Nella Nobili essere operaia a dodici anni fu una punizione e un inferno. Lavorare in fabbrica così giovane fu per lei un’esperienza pari alla prigione, un luogo dal quale si può uscire vivi ma non indenni. Lo scrive in versi forti e privi di edulcorazione. L’atmosfera in fabbrica è pesante. Il rumore e l’alienazione la massacrano senza tregua e i soldi non ripagano né risarciscono. L’allieta la visione di una bella collega. Provare un sentimento d’amore la consola e le dona la dignità di esistere.

Figura indimenticabile, quella di Nella Nobili. Una donna che ha fatto della sua vita poesia. Sempre attiva sul fronte intellettuale (scrisse, in francese e da autodidatta, Les femmes et l'amour homosexuel). Aveva letto e ammirato Il secondo sesso di Simone de Beauvoir. Stimava profondamente la scrittrice francese, cui mandò i propri testi. Ma de Beauvoir non ricambiò la stima. Per Nobili fu un colpo durissimo, ci vollero due anni per elaborarlo mettendosi ancora una volta in discussione. Il “gioco” dell’Araba fenice però non funziona più. Nobili si suicida in Francia nel 1985, a cinquantanove anni.

Ferruccio Brugnaro, la fede e la coscienza operaia
Ferruccio Brugnaro, operaio a Porto Marghera negli anni Cinquanta, è innanzitutto un uomo la cui fiducia per l’amore e per il bene è incrollabile. Credente, la fede è per lui perno inamovibile e fonte d’ispirazione di un particolare modo di agire con e per gli uomini, in fabbrica come in poesia. Le sue poesie sono infatti impregnate di un sentimento di prossimità agli ultimi a profonda connotazione cristiana. I volti degli operai custodiscono il bene e la fede in Cristo.

I temi affrontati nella poesia di Brugnaro sono essenzialmente quelli della fabbrica e dell’amore per Maria, maestra elementare e sua moglie, ma anche colei che ha insegnato a scrivere al poeta, donandogli uno strumento di espressione e di lotta. Negli anni di lavoro in fabbrica Brugnaro dimostra una forte ed efficace vocazione alla difesa e tutela dei lavoratori, della loro dignità e del loro valore. Ne troviamo testimonianza nel libro di Enrico Cerasi (Quando una fabbrica chiude, Marsilio 1994) che descrive due anni di attività del Comitato di lotta di fabbrica costituito da centosessantotto lavoratori per opporsi a cassa integrazione e licenziamenti dello stabilimento Alucentro di Porto Marghera.

Foto: GIUSEPPE LIAN/AG.SINTESI

Nei versi di Brugnaro è molto forte anche il tema ecologista e della salute e sicurezza. Aveva intuito prima di tutti quanto potesse essere inquinante e tossico per l’essere umano ciò che produceva la fabbrica, quella in cui lui stesso e i suoi compagni lavoravano. Si trattava del Pvc, il cloruro di polivinile, uno dei prodotti del petrolchimico di Porto Marghera, cui dedica un’intera poesia. Durante gli anni di lotta Ferruccio Brugnaro è vicino ai compagni quando sono soli a mensa, va negli ospedali ad assicurarsi del loro stato di salute e per aggiornarli personalmente sulle vertenze, ciclostila le poesie e le diffonde fuori e dentro la fabbrica, muove mari e monti perché non ne può più di quello che definisce “immobilismo colpevole e suicida”. La sua poesia è semplice e diretta. Vuole arrivare a tutti. E lo fa con il chiaro intento di far nascere dai versi quella coscienza politica senza la quale non si va né avanti né indietro.

Nadia Agustoni, nella fabbrica degli uomini
A Bergamo lavora invece Nadia Agustoni, nata nel 1964. E’ operaia, poeta, saggista e critica militante. Da autodidatta ha dedicato pagine interessanti e intense a Etty Hillesum, Elisabeth Bishop, Monique Witting e altre ancora. Ha lavorato a Firenze e viaggiato molto. Tornata a Bergamo, trova un impoverimento non solo economico e culturale ma anche un paesaggio gravemente offeso dall’enorme quantità di stabilimenti industriali sorti, rapidi e pressoché senza alcun piano urbanistico a rispettare panorami e relazioni tra coloro i quali vivono e producono in quell’ambiente.

La poesia di Agustoni si muove tra i corpi e gli spazi. La poeta rappresenta gli effetti del lavoro in fabbrica sui corpi e sulle menti dei lavoratori. In una bella intervista curata da Alessandra Pigliaru (Il Manifesto, 18/09/20) Agustoni afferma che “nonostante la pesantezza del contesto fabbrica si può essere liberi dalla condizione. È come stare su una linea di confine. Il fatto di stare lì ti porta a una consapevolezza sui subalterni e sul potere che in altri contesti avresti più difficoltà a realizzare”. Da questa consapevolezza e con questa prospettiva ci mostra una condizione operaia fatta di misoginia, abusi di potere, nonnismo (“mobbing” o “bossing” si dice oggi, quasi a edulcorare). Agustoni paragona il clima a quello di una “scena di un film con cowboy e indiani” (titolo di un suo testo poetico). Leggendo le sue parole è palpabile l’affanno dato dalla costante accelerazione della produzione. Nei suoi versi, infatti, denuncia anche la consuetudine di straordinari obbligatori a gravare su turnazioni già molto stressanti e alienanti.

Foto: FABIO FIORANI/AG.SINTESI

Il contesto di fabbrica rappresentato è senza dubbio ad alto tasso di testosterone. Le operaie sono donne solo se hanno figli e se non li hanno sono guardate con sospetto perché non contribuiscono a creare forza lavoro. Doppio onere dunque per le donne che lavorano, quello produttivo e quello riproduttivo. Così come a casa, anche in fabbrica a pulire sono le donne sotto lo sguardo del maschio operaio. Ma ciò avviene solo se sei italiana, perché se sei straniera e per di più incinta sei decisamente un peso per la fabbrica. Devi sparire. Tutt’al più, nella più fortunata delle ipotesi, sei solo carne messa lì a soddisfare senza alcun consenso possibile. Le scene le immaginiamo tutte, compresa quella in cui alcuni parlano in dialetto per emarginare.

Riflessione sul corpo, riflessione sulla condizione operaia
Si può azzardare l’ipotesi che la riflessione compiuta da Nella Nobili e Nadia Agustoni sul proprio corpo e sui propri bisogni, da un punto di vista lesbico, per capirsi e farsi capire, per vivere appieno la propria esistenza, sia stata un punto di partenza per ragionare anche sul corpo economico, politico e sociale.

A chi obiettasse che partire dal corpo non è necessario si potrebbe rispondere che il tema, al contrario, è centrale e non va dato per scontato, perché condiziona il nostro essere nel mondo come individui, donne e uomini, lavoratori e lavoratrici.

Ilaria Grasso è attivista transfemmista. Si occupa di poesia del lavoro. Ha pubblicato la raccolta di poesie Epica Quotidiana (Macabor Editore). Scrive su vari Lit Blog. Da anni porta avanti un lavoro di ricerca in prosa, poesia e saggistica sulla condizione operaia e sui lavoratori precari.