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Il convegno

Il Green Deal conviene

Foto: Marco Merlini
Patrizia Pallara
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L'economia verde al centro del primo appuntamento targato Cgil per individuare la strada per coniugare l'emergenza sanitaria con un nuovo modello di sviluppo. Fracassi: "Sono necessari forti investimenti pubblici e un'agenzia che crei un sistema con coerenza e sinergia"

Il Green Deal conviene. Conviene all’ambiente perché contribuisce in modo determinante a rallentare la corsa innescata dai cambiamenti climatici. Conviene all’uomo perché è la specie vivente la cui sopravvivenza, per come l’abbiamo conosciuta finora, è minacciata dalle conseguenze del global warming. Conviene alle economie, perché a fronte di investimenti e di drastici cambi di rotta, prospetta un orizzonte di sviluppo (questa volta sostenibile) a lungo termine, con creazione di occupazione e riconversione dei posti di lavoro esistenti. Questo l’assunto del seminario “Economia verde” organizzato dall’area Politiche per lo sviluppo e Forum Economia della Cgil, che si è tenuto giovedì 3 dicembre e che ha visto intorno a un tavolo virtuale Mario Noera, docente di Finanza all'Università Bocconi di Milano, Matteo Leonardi, ricercatore Ref-E di politica e mercati energetici, Roberto Romano, ricercatore di economia Cgil Lombardia, Serena Rugiero, Fondazione Di Vittorio, Gianna Fracassi, vicesegretaria generale della Cgil.

Punto di partenza, l'obiettivo approvato dal Consiglio europeo di realizzare un'Unione a impatto climatico zero entro il 2050 e le conseguenze che questo comporta: riduzione delle emissioni di gas a effetto serra di almeno il 55-60 per cento rispetto ai livelli del 1990 entro il 2030. Un target che tutti definiscono ambizioso, ma che gli scienziati indicano come necessario: per azzerare le emissioni inquinanti entro metà secolo, infatti, il 40 per cento di riduzione non basta più e bisogna aumentare parecchio l’impegno per abbattere le emissioni di anidride carbonica. Mentre il Consiglio europeo ha rinviato la decisione definitiva sul nuovo obiettivo di riduzione della CO2, perché non è riuscito a trovare un accordo comune tra i diversi Paesi (alcuni come quelli del blocco orientale, Polonia, Repubblica Ceca e Bulgaria, dipendono ancora in massima parte dai combustibili fossili), all’interno degli Stati si è aperto il dibattito su che cosa fare e come farlo.  

“Ci troviamo di fronte a un bivio rispetto alle scelte da fare – ha sostenuto Gianna Fracassi -. Quello che stiamo affrontando adesso non si può più definire ‘transizione green’ ma ‘trasformazione’ che è già in atto, in un quadro di mutamento delle dinamiche economiche. Degli investimenti necessari per affrontare il profondo cambiamento che ci attende, sul versante energetico, industriale, dei trasporti, dobbiamo considerare l’aspetto quantitativo e qualitativo, senza dimenticare quello delle regole che è fondamentale ma sul quale il dibattito a livello europeo è ancora timido”. Quello che è necessario per evitare la quinta grande crisi, quella ambientale, secondo Fracassi è fare forti investimenti pubblici, elemento strategico per la ripresa economica: “Lo stesso Fondo monetario internazionale per la prima volta individua questo come strumento fondamentale per la crescita dei Paesi e per il superamento della pandemia. E invece l’Italia ha ridotto in modo drastico gli investimenti pubblici negli ultimi dieci anni”.

Dando un’occhiata ai numeri, gli investimenti sono determinanti. Quelli previsti dal Piano nazionale integrato energia e clima per aumentare l’efficienza energetica e la quota di produzione da rinnovabili sono illuminanti: “Se si passa dai 14,3 miliardi all’anno previsti attualmente ai 100 miliardi annui necessari e compatibili con i nuovi obiettivi europei, si hanno buoni impatti sull’occupazione e anche sul valore aggiunto. Lo scenario può cambiare radicalmente in funzione degli investimenti che verranno fatti” ha spiegato il professor Noera. Al centro della transizione green, quindi, e delle scelte che dovranno essere fatte per rivedere il Piano energia e clima, la creazione di nuovo lavoro ma anche e soprattutto la tutela del lavoro, che vuol dire rafforzamento degli strumenti di riqualificazione e riforma degli ammortizzatori sociali. “Il processo deve essere gestito da un’agenzia dello sviluppo – ha concluso Fracassi -, un luogo dove si costruisce un sistema, si decidono politiche nazionali e territoriali, con il coinvolgimento delle imprese pubbliche e private, e con una coerenza e una sinergia nella pianificazione e programmazione di medio e lungo periodo”.