La bozza di piattaforma unitaria di Cgil, Cisl e Uil su fisco e previdenza, approvata dagli esecutivi unitari del 10 giugno scorso, nasce con lo scopo di esporre una posizione comune sui due temi che così pervasivamente attraversano la vita di tutti i lavoratori e i pensionati e di far partire una campagna di assemblee che consentano ai lavoratori di esprimersi. L’obiettivo delle proposte di questa piattaforma è la correzione di storture che, oltre a essere ingiuste, alimentano diseguaglianze e ingessano il paese.

Previdenza
Agosto è stato un mese caldo per le pensioni: con ripetuti annunci di nuovi e terribili interventi sulla previdenza (si è parlato addirittura di toccare i diritti acquisiti) cui hanno fatto seguito ripetute smentite. Né possiamo dimenticare, sempre ad agosto, l’altro tragico balletto: quello sull’approvazione e poi sulla cancellazione degli emendamenti relativi alla quota 96 per il personale della scuola e all’eliminazione delle penalizzazioni previste per chi accede al diritto alla pensione anticipata prima del sessantaduesimo anno di età. Un comportamento veramente indecente: prima si danno speranze e garanzie e poi si finisce per negare tutto. Nella bozza di piattaforma, Cgil, Cisl e Uil hanno rivendicato la necessità di interventi che mirino a reinserire nel nostro sistema previdenziale pubblico elementi di equità, di flessibilità e di solidarietà.

La manovra Monti-Fornero sulle pensioni ha infatti cancellato i diritti delle persone, ha creato un clima di sfiducia e di incertezza sul futuro, ha rotto il patto sociale che era stato sottoscritto tra i lavoratori e lo Stato e ha penalizzato tutti: giovani, donne, lavoratrici e lavoratori, pensionate e pensionati. Anche se la Fornero ha affermato che la “riforma” era stata fatta soprattutto per rendere giustizia ai giovani, è bene dire subito che i giovani sono stati invece fortemente penalizzati. La mancanza e/o la precarietà del lavoro unita all’innalzamento infinito dei requisiti per il diritto a pensione creerà una situazione in cui si andrà in pensione sempre più tardi e con importi di pensione irrisori e non dignitosi.

Per questo i sindacati ritengono che sia necessario individuare un meccanismo che garantisca ai giovani che svolgono lavori precari, saltuari, stagionali, parasubordinati l’adeguatezza delle future pensioni. Possono essere pensate più soluzioni, ma una cosa è certa: devono essere introdotti dei correttivi al sistema di calcolo contributivo, sia per la rivalutazione del montante contributivo, sia per i coefficienti di trasformazione del montante contributivo rivalutato. La manovra ha creato l’emergenza sociale dei lavoratori “esodati”, che rischia di essere di carattere strutturale, visto che la crisi persiste e le imprese continuano con i processi di esubero dei lavoratori “anziani”, che corrono il pericolo di rimanere senza lavoro, con ammortizzatori sociali ridotti e senza pensione.

Le 6 salvaguardie finora definite (l’ultima è stata approvata dalla Camera, ma non ancora discussa in Senato) non hanno risolto la questione. Sono ancora molti i casi non tutelati e sono ancora tantissimi i lavoratori che si trovano senza alcun sostegno economico: un vero e proprio dramma sociale. È necessario risolvere inmaniera strutturale la questione e per farlo il Parlamento deve varare una norma di carattere generale che riconosca a tutti il diritto a pensione in base alla previgente normativa. Non possono esserci soluzioni diverse: si creerebbero ulteriori disparità di trattamento tra soggetti che si trovano in identiche situazioni.

La Cgil ha sempre sostenuto con forza la necessità di ripristinare la flessibilità dell’età pensionabile: prima di tutto perché un sistema contributivo senza flessibilità non ha senso e poi perché la flessibilità in uscita è l’unico strumento valido per coniugare una reale parità di trattamento tra uomo e donna con l’esercizio delle opportunità individuali e della libera scelta, oltre a essere anche l’unico strumento che permette un vero innalzamento delle età medie di pensionamento. Anche per ripristinare meccanismi di flessibilità possono essere individuate più soluzioni: si può pensare di ripristinare la flessibilità dell’età pensionabile per la pensione di vecchiaia in un arco temporale che parta dall’età minima di 62 anni (62-68; 62-70) senza prevedere ulteriori penalizzazioni rispetto a quelle già insite nel sistema di calcolo contributivo.

Altra soluzione potrebbe essere quella di ripristinare il sistema delle quote per la pensione anticipata, prevedendo la possibilità di accesso al pensionamento al raggiungimento di più combinazioni derivanti dalla somma dell’età anagrafica e dell’anzianità contributiva. Senza dimenticare la questione, che deve essere assolutamente ripresa, relativa ai lavoratori che svolgono attività particolarmente faticose e pesanti. La manovra Monti-Fornero ha di fatto vanificato la normativa sui lavori usuranti, normativa che, peraltro, già presentava parecchi problemi non risolti, a cominciare dalla platea dei beneficiari e dalla rigidità dei requisiti richiesti per ottenere il diritto a pensione. È necessario, pertanto, che ci sia un radicale ripensamento di tutta la normativa.

Non solo. Deve essere completamente cancellata la penalizzazione prevista per coloro che maturano il diritto alla pensione anticipata prima del sessantaduesimo anno di età: si tratta infatti di una norma assolutamente ingiusta, che colpisce i lavoratori precoci, le donne e i soggetti più deboli. Per quanto riguarda poi eventuali ulteriori interventi sulla pensione anticipata delle donne che ci verrebbero richiesti dall’Europa, diciamo subito che non siamo d’accordo e che l’unico intervento possibile è quello di prevedere anche per gli uomini lo stesso requisito contributivo previsto per le donne. Per non tacere dell’esigenza di garantire la tutela del potere di acquisto delle pensioni, individuando un nuovo sistema di indicizzazione delle pensioni stesse che sia più idoneo rispetto al sistema attuale e che eviti il loro progressivo impoverimento nel tempo.

Per la previdenza complementare è necessario rilanciare le adesioni ai fondi pensione negoziali con misure di carattere contrattuale (per esempio, adesione con il solo contributo del datore di lavoro, adesione con conferimento parziale e flessibile del tfr per i soggetti deboli del mercato del lavoro ecc.) e con una nuova campagna informativa istituzionale, che si concluda con un nuovo semestre di adesione tramite silenzio-assenso rivolto a tutti i lavoratori, compresi i dipendenti pubblici, a cui va esteso l’attuale regime fiscale previsto per i lavoratori del settore privato. È infine necessario riformare il sistema di governance degli enti previdenziali e assicurativi: deve essere realizzato un vero sistema duale che indichi, in maniera inequivocabile, la ripartizione dei poteri tra attività di gestione e attività di indirizzo strategico e di sorveglianza, come previsto nell’Avviso comune di Cgil, Cisl, Uil e Confindustria del giugno 2012.

Fisco
Negli anni della crisi i governi hanno sbagliato ogni previsione sulla crescita, dimostratasi nei fatti inferiore a quella preventivata; era prevedibile, viste le politiche di austerità intraprese. Nonostante le minori entrate, dipendenti e pensionati hanno visto aumentare la pressione Irpef dello 0,73 per cento e dell’1,33 (2008-2012), il tutto al netto di aumenti Iva, imposte sugli immobili e aumenti delle accise. La riduzione della pressione fiscale è quindi una richiesta prioritaria, e può essere parte della soluzione alla crisi di domanda che attanaglia il nostro e altri paesi. Ma ancor più importante è notare che per la prima volta, in un documento unitario, si parla di un fisco che sia di sostegno a politiche di sviluppo.

La piattaforma chiede la riduzione della pressione fiscale attraverso la stabilizzazione degli 80 euro anche per gli anni a venire, e un bonus simile anche per pensionati, incapienti e partite Iva iscritte in gestione separata; insomma, un’iniezione di liquidità per gran parte delle famiglie a basso reddito, a cui si aggiunge la richiesta di aumento del sostegno per le famiglie con figli e di garantire il funzionamento del fondo di riduzione della pressione fiscale alimentato dalla lotta all’evasione. Gli effetti limitati degli 80 euro dimostrano tuttavia che la sola redistribuzione, giusta e necessaria, non è sufficiente a uscire dalla stagnazione della nostra economia. Per questo i sindacati sostengono la necessità di pensare una riforma fiscale tarata anche e soprattutto sullo sviluppo. Secondo punto della piattaforma fiscale è la lotta all’evasione: anch’essa, se ben articolata, può essere parte di politiche per lo sviluppo.

L’evasione è infatti un freno alla concorrenza, seleziona l’impresa più disonesta anziché la più efficiente, è concausa dell’alta pressione fiscale italiana e, soprattutto, è ingiusta, se pensiamo che il tasso di evasione di dipendenti e pensionati è vicino allo zero, quello di autonomi e imprenditori è pari al 56, mentre per chi vive di rendita è dell’84 per cento. La proposta del sindacato non punta solo a punire l’evasione commessa, ma privilegia un sistema che dissuada – meglio ancora, impedisca – l’evasione, e che soprattutto si concentri sui grandi evasori: oltre l’80 per cento del carico residuo dei crediti non riscossi si riferisce, del resto, a debitori di importi superiori a 500.000 euro (circa 452 miliardi). E non sarebbe credibile, oltre che utile, colpire il piccolo evasore e non toccare i grandi interessi.

Cgil, Cisl e Uil chiedono quindi il potenziamento della tracciabilità dei pagamenti, lo sviluppo della moneta elettronica, l’obbligo di trasmissione telematica dei corrispettivi, sistemi temporanei e selettivi di contrasto di interessi, aumento dei controlli, inseriti in un piano straordinario triennale, potenziamento e utilizzo incrociato delle banche dati, reintroduzione del reato di falso in bilancio. Il tutto con una programmazione delle quote di recupero dell’evasione da destinare alla diminuzione della pressione fiscale (come detto, anche in un’ottica di politiche per lo sviluppo).

Ciò che i sindacati credono sia davvero necessario nella lotta all’evasione fiscale, è la volontà politica di colpire gli interessi (malati) che sono dietro questo fenomeno, che in Italia raggiunge dimensioni record tra i paesi Ocse, con circa 180 miliardi annui di mancate entrate. Se solo l’evasione fosse ai livelli di Francia e Germania, le maggiori entrate sarebbero pari a 65-80 miliardi di euro annui. Nella piattaforma non si parla di una razionalizzazione delle imposte patrimoniali e della loro unificazione in un’imposta sulle grandi ricchezze che tassi i grandi patrimoni improduttivi e indirizzi le risorse alla creazione di lavoro di qualità, agli investimenti pubblici, alla modernizzazione del paese. Sarà comunque possibile inserire la tematica in occasione delle assemblee di base.

Responsabili politiche previdenziali e fiscali Cgil nazionale.