Università telematiche ancora nell’occhio del ciclone. La procura di Napoli sta indagando - 22 gli avvisi di garanzia emessi - sulle presunte pressioni che il presidente di Multiversity-Unipegaso, Fabio Domenico Vaccarono, avrebbe esercitato per influenzare le decisioni del ministero sulle regole degli esami digitali, cercando di ottenere una proroga della possibilità di svolgere le prove a distanza. Una possibilità, questa, eccezionalmente concessa durante la pandemia covid e formalmente terminata il 30 marzo del 2022 con la fine dello stato d’emergenza. Uno stop che tanti atenei però non hanno di fatto rispettato.

L’ipotesi di reato è quella di corruzione tra privati. Il filone d’indagine è legato a una precedente inchiesta che ha contestato irregolarità nelle immatricolazioni, nel riconoscimento dei crediti formativi, nei tirocini e nello svolgimento, appunto, degli esami a distanza. Il sospetto è che siano stati riconosciuti titoli in maniera irregolare. Infine, secondo la Procura, i vertici di Multiversity-Unipegaso avrebbero tentato di condizionare i giudizi della stampa italiana sugli stessi atenei.

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Al di là di come andrà a finire l’indagine, è la conferma, a essere buoni, di una opacità nel funzionamento delle telematiche che sindacati e studenti denunciano da tempo.

Per la segretaria generale della Flc Cgil, Gianna Fracassi, “se le indiscrezioni sull’inchiesta Multiversity fossero confermate, sarebbe chiara la gravità di un’azione istituzionale che ha favorito le università telematiche con requisiti di docenza non verificati per anni e poi dimezzati, esami online illegittimi ma tollerati e verifiche finali in presenza puramente formali, che lasciano invariati i voti assegnati a distanza”.

Tante sono le storture da segnalare in questo universo, per esempio un rapporto tra studenti e insegnanti dieci volte superiore rispetto a quello delle università tradizionali, la presenza di un numero enorme di insegnanti precari (il 29.51%, praticamente il doppio che nelle tradizionali), l’effettiva libertà didattica e di ricerca all’interno di un sistema che, proprio perché profit, deve attirare e “soddisfare” studenti-clienti e, non da ultimo, il fatto che il personale non docente non abbia un proprio contratto nazionale di riferimento.

E così la qualità dell’insegnamento viene sacrificata sull’altare del profitto. Una deriva iniziata da quando ha preso piede il modello profit. Due le tappe di questo processo: l’andata a regime di un sistema di “quasi mercato” con la riforma Gelmini del 2010 e il parere del maggio 2019 del Consiglio di Stato che ha consentito alle università di diventare società di capitali e, dunque, di fare profitti.

“Le prove online, la lesione della libertà di docenza sulla bibliografia per gli esami e le modalità di verifica, un numero di studenti spropositato per docente, la ripetuta forzatura delle normative su scatti stipendiali, regimi di impegno e inamovibilità dalla sede di servizio sono solo alcuni dei comportamenti che ledono qualità e profilo dei titoli universitari”, attacca ancora Fracassi.

In parallelo, sottolinea la sindacalista, “si è sviluppata una campagna mediatica volta a sottolineare il presunto ruolo progressivo degli atenei telematici, che permetterebbero a settori sociali fragili di conquistare i titoli universitari”.

In realtà, sottolinea la leader sindacale, “lo spazio che si è creato per questi soggetti profit, è stato determinato dal radicale definanziamento degli atenei pubblici, dalla chiusura delle sedi distaccate e dei corsi serali e dal mancato sviluppo di corsi a distanza, e oggi proprio l’azione delle telematiche rischia di segmentare e dequalificare l’intera formazione post-diploma”.

Sulla stessa lunghezza d’onda gli studenti. “L'istruzione non può essere un bene piegato agli interessi del capitale finanziario. Quanto sta emergendo a Napoli deve segnare il punto di non ritorno per una riforma radicale dell'intero settore delle università telematiche”, afferma Sabrina Brizzola, coordinatrice dell’Udu. Il quadro è sconcertante e rivela, continua, “la deriva dell’istruzione universitaria quando questa viene sottomessa alle sole logiche del profitto privato e dei fondi speculativi”.

E ancora: “Così si traccia un profilo devastante di come la formazione, in queste università for-profit, si trasforma in un vero e proprio esamificio privo di reale valore formativo e docenza effettiva”, mentre l’università “deve tornare a essere un luogo di crescita, cultura e dignità democratica, non un mercato di crediti formativi da difendere con strategie di potere e campagne di condizionamento mediatico”.

L’operato della Magistratura, per quanto meritorio, ovviamente non basta. Serve un’assunzione di responsabilità da parte della politica ma anche, è l’appello di Fracassi, che “il mondo accademico e le istituzioni universitarie rompano finalmente il muro di silenzio sulla forzatura delle norme che circonda questi atenei”.