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Quali sono le condizione di vita in carcere? Quali reali possibilità di rieducazione e di recupero sociale ci sono? Qual è il livello del sovraffollamento, del degrado, delle condizioni igienico-sanitarie, della carenza di risorse e personale?
A dare una risposta è il report “I diritti in carcere” realizzato dalla Cgil e curato dall'area stato sociale e diritti, con il contributo dell’area politiche del lavoro e contrattazione della confederazione e della Funzione pubblica, che fotografa una situazione sempre più lontana dai principi sanciti dall’articolo 27 della Costituzione: spazi invivibili, condizioni spesso disumane, abbandono.
I numeri
Si parte dai numeri. Stando agli ultimi dati del Dap, dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, aggiornati al 31 luglio, sono quasi 65 mila i ristretti in 189 istituti, di cui il 31,3 per cento di cittadinanza straniera, il 4,5 per cento sono donne, di cui 29 madri con 34 figli al seguito. Contando che i posti regolamentari sono 51 mila, ci sono quasi 14 mila persone in più che salgono a oltre 18 mila se si considera che i posti effettivamente disponibili, a causa dell’inagibilità e indisponibilità di molti spazi, risultano essere poco più di 46 mila.
“Ad agosto si è raggiunto un nuovo drammatico record di presenze in carcere – dichiara Daniela Barbaresi, segretaria nazionale Cgil –, con 66 mila persone ristrette a fronte di 46 mila posti e un tasso medio di sovraffollamento del 140 per cento, che in molti istituti supera il 200 per cento. Le carceri sono piene di poveri, immigrati, tossicodipendenti, persone con problemi di salute mentale. Condizioni di marginalità e vite difficili che dovrebbero trovare altre risposte: nell’istruzione, in un reddito e in un lavoro dignitoso”.
Sovraffollamento cronico
Drammatico il tasso di sovraffollamento in alcune realtà. È al 160 per cento nelle carceri della Puglia, 159 in Molise, 150 in Lombardia. A Latina e a Brescia Canton Mombello la popolazione detenuta è più del doppio dei posti regolamentari, rispettivamente 216 e 203 per cento. Poi ci sono Foggia (184), Verona Montorio (182), Brindisi (181), Bergamo Resmini (181), Lecce, Teramo e Como (180), Venezia S. Maria Maggiore (178), Monza (177), Civitavecchia (176). Preoccupante anche la situazione nei grandi istituti come Roma Regina Coeli (171), Bologna (163), Milano San Vittore (158) e Opera (148), Napoli Poggioreale (142) e Secondigliano (136).
Sofferenza e suicidi
“Il sistema detentivo è caratterizzato da molte, troppe criticità che si sommano al sovraffollamento – si legge nel dossier della Cgil –. Il sintomo più evidente è il generale aumento dei suicidi e degli eventi critici che rappresentano l’indicatore della non vita in carcere, dove la specifica vulnerabilità dovuta alla privazione della libertà si somma alle reali condizioni detentive e ad altre preesistenti fragilità individuali e sociali”.
Nel 2025 si sono tolti la vita 74 detenuti, un numero tra i più alti degli ultimi trent’anni, dopo il tragico record di 84 suicidi nel 2022; 1.981 i tentativi, 13 mila gli atti di autolesionismo, 6 mila le aggressioni, 2 mila gli atti coercitivi, 13 mila le manifestazioni di protesta individuali e collettive.
L’età media dei morti suicidi è di 41 anni, 17 di loro avevano meno di 30 anni. La persona più giovane, suicidatasi nel carcere di Pavia, aveva 21 anni. Oltre un terzo era in attesa del giudizio di primo grado. Nei primi 8 mesi del 2026 si sono registrati 40 suicidi: uno ogni cinque giorni (fonte Ristretti).
E il lavoro?
L’analisi della Cgil dedica particolare attenzione al tema del lavoro, strumento fondamentale di reinserimento sociale: oggi lavora poco più di un terzo della popolazione detenuta, meno di 22 mila persone, e di questi oltre 3 mila, uno su sette, per imprese private o cooperative.
“Gli altri 19 mila sono impiegati nell’amministrazione penitenziaria – denuncia il report –, sotto il regime speciale dell'articolo 22 dell'ordinamento, subendo il taglio della retribuzione (la cosiddetta "mercede") ai due terzi del contratto collettivo. A parità di mansioni, convivono regimi contrattuali e retributivi profondamente diversi, rendendo il lavoro per l’amministrazione una forma di impiego a tutela ridotta”.
Lavorano per poche ore al giorno, pochi giorni al mese, quasi esclusivamente per attività di tipo domestico (pulizia, cucina, ecc.), a scarso contenuto professionalizzante, spesso nell’assenza delle normali tutele contrattuali, a partire dalla retribuzione prevista, cosa che rischia di mettere in discussione anche il progetto inclusivo e di reinserimento sociale.
Centrale anche il tema dell’istruzione, della salute, del diritto all’affettività, della condizione delle donne detenute e dei minori, con un allarme specifico per l’aumento degli ingressi negli istituti penali minorili e per l’evoluzione della legislazione in materia di giustizia minorile.
La vera emergenza è la prevenzione
“Il governo Meloni ha battuto ogni record per nuovi reati introdotti e per l’inasprimento di pene per reati già previsti – conclude Barbaresi -, in un delirio di populismo penale e politiche securitarie che arrivano fino all’aberrazione di stravolgere la giustizia minorile, alla ricerca di un facile consenso attraverso la gestione delle paure. Populismo utile per i titoli dei giornali dimenticando che la vera emergenza non è prevedere un maggior ricorso al carcere, ma prevenirlo, renderlo un luogo adeguato alla funzione di recupero che gli è attribuita dalla Costituzione, mai di afflizione”.























