Il 9 ottobre 2021 i fascisti assaltavano la sede nazionale della Cgil. Porte sfondate, stanze devastate, mobili rovesciati. Una scena che sembrava uscita dagli anni Venti del Novecento. Peccato fossimo nel 2021. Cinque anni dopo, la Corte d’Appello di Roma ha confermato sette condanne. Oltre otto anni di carcere anche per i leader di Forza Nuova Roberto Fiore e Giuliano Castellino.

Ma questa non è soltanto una storia giudiziaria. È una storia politica. E soprattutto una storia che non è finita. Perché il fascismo ha imparato a cambiarsi d’abito. Ieri il manganello e l’olio di ricino. Oggi anche gli smartphone, le campagne d’odio, la remigrazione, i salotti televisivi. Cambiano gli strumenti, non necessariamente i bersagli. I sindacati, i migranti, gli studenti, chi protesta, chi rivendica diritti.

E non è un caso che quel giorno abbiano colpito proprio la Cgil. Perché il fascismo, ieri come oggi, teme una cosa più di tutte: le persone che smettono di essere sole e cominciano a organizzarsi. E allora ricordare non basta. Bisogna riconoscere i nuovi fascismi, anche quando si presentano in giacca e cravatta e parlano il linguaggio della rispettabilità.

Cinque anni dopo, quella porta della Cgil è ancora aperta. Ed è questo il particolare che gli squadristi di ogni epoca non riescono a sopportare. Perché possono sfondare una porta. Ma non possono cancellare centoventi anni di lotte, di diritti e di antifascismo.