PHOTO
La Iuf-Uita, International union of food, agricultural, hotel, restaurant, catering, tobacco and allied workers' association, è una federazione che raggruppa i sindacati continentali, nazionali e regionali dei settori agricolo, turistico, alimentare. È un colosso. 400 organizzazioni affiliate in circa 120 Paesi, più di 10 milioni di lavoratori rappresentati. Oggi la Flai Cgil è a capo del settore agricolo: alla conferenza Ginevra del 21 e 22 settembre Andrea Coinu, responsabile delle politiche internazionali della federazione italiana dell’agroindustria, è stato eletto all’unanimità presidente del gruppo globale dei lavoratori della terra.
“Siamo orgogliosi come federazione, è un bel riconoscimento – dichiara Coinu -. È il riconoscimento di un lavoro collettivo che va avanti da anni sui temi internazionali, del nostro impegno per la solidarietà, la pace, l’antagonismo alla guerra che sono la nostra cifra politica”.
La Iuf-Uita è una grande soggetto. Chi rappresenta?
All’interno del settore agricolo della federazione ci sono tantissime realtà, operai, braccianti, piccoli produttori e poi sindacati che rappresentano milioni di lavoratori, dell’India, del Sud e Centro America, come Brasile e Costa Rica, dell’Africa, Sudafrica, Delta del Niger, e le grandi farm del Nord America, Canada e Usa. Lavora a strettissimo contatto con l’Ilo e la Fao, affronta quotidianamente situazioni di sfruttamento quasi schiavistiche, combatte contro la fame nel mondo e per la creazione di un modello di agricoltura sostenibile.
Lo sviluppo sostenibile in agricoltura è uno dei temi centrali della federazione?
Sì, è un tema centrale che sta a cuore a tutto il Sud globale, dove il sindacato spesso si ritrova a contare i morti per avvelenamento da pesticidi tossici, dove le persone hanno difficoltà ad avere accesso ad acqua e cibo ma lavorano in piantagioni in cui si spreca il cibo prodotto e l’acqua non manca mai. Dove? In Africa, Sud America, Sud Est Asiatico.
Un collega camerunense che rappresenta i lavorati della canna da zucchero raccontava che lì continuano ad arrivare tonnellate di pesticidi a cui è stato cambiato il nome e il codice commerciale. Questo fenomeno è molto più comune di quanto si possa immaginare. E l’Europa non è al riparo da questo problema: anche nell’Unione è diffuso l’impiego illegale di pesticidi.
Le proposte di modifica delle norme europee nell’ambito della disciplina dei pesticidi sono al centro delle preoccupazioni di molte organizzazioni. In particolare alcune disposizioni potrebbero indebolire l’attuale sistema europeo di valutazione e revisione delle sostanze attive. Che ne pensa?
Una delle proposte in discussione è annullare le verifiche temporali dell’uso dei pesticidi, quindi renderne legale l’impiego senza limiti. Non siamo d’accordo perché smontare dei paletti contraddice qualsiasi politica che punta a un modello sostenibile e rappresenta una palese inversione di tendenza. Nel mondo esistono tantissime pratiche di coltivazione agroecologica: molti studi accademici dimostrano che la produttività di queste colture è addirittura competitiva rispetto ai sistemi agricoli estrattivi.
La Iuf-Uita promuove questo tipo di colture?
Il nostro lavoro è promuovere questo tipo di soluzioni da un lato, e dall’altro avviare grandi campagne di sensibilizzazione rivolte ai lavoratori che spesso non sanno quali siano gli effetti devastanti sulla salute dell’uomo degli agenti chimici, con l’ambizione di costruire una grande vertenza globale contro l’agricoltura basata solo sulla chimica e a favore di un’agricoltura moderna e sostenibile.
Quali sono gli altri ambiti di lavoro?
Registriamo ampie sacche di lavoro minorile che stiamo cercando di combattere usando tutti i dispositivi della giurisprudenza internazionale. Un altro grande problema è il riconoscimento della qualità del lavoro che gli operai agricoli svolgono in tutto il mondo: mentre è sempre più diffuso un modello che produce cibo di serie A e di serie B, i lavoratori non possono permettersi quello di qualità. È un vero e proprio paradosso dell’attuale modello produttivo.
In tutte le filiere si perde tra il 30 e il 50 per cento del cibo prodotto perché si spreca, ma 800 milioni di persone tuttora soffrono la fame. Inoltre, un’altra questione strategica è fare in modo che le produzioni agricole non siano sottoposte a speculazione finanziaria. E poi ci sono le guerre e la Palestina.
Qual è la posizione sui conflitti?
Ci sono decine di milioni di persone i cui diritti non possono essere tutelati perché vivono in zone di guerra. Quando c’è un conflitto, lo sfruttamento è legalizzato, quotidiano, in Burkina Faso, Niger, Palestina.
Abbiamo approvato una risoluzione per chiedere di mettere fine all’occupazione illegale di tutti i territori palestinesi da parte del governo israeliano, ci siamo impegnati a coinvolgere Ilo e Onu in iniziative in Cisgiordania e a realizzare campagne di solidarietà internazionale a sostegno dei lavoratori palestinesi per la raccolta delle olive del 2026, che per loro è la base della sopravvivenza. La terra e l’agricoltura devono essere difese a tutti i costi perché non rappresentano solo cibo e sostentamento, ma anche l’identità culturale e immateriale di un popolo.






















