“Fuori Palantir dai nostri servizi pubblici!” È l’appello lanciato oggi da diverse organizzazioni sindacali europee alla Commissione europea e ai Governi nazionali: interrompere i contratti in essere con la società statunitense e fermarne l’ingresso nei servizi pubblici europei. Perché Palantir non vende semplicemente software. I suoi sistemi elaborano enormi quantità di dati e vengono utilizzati in settori delicatissimi, dalla sanità alla sicurezza, fino alla difesa.
Negli Stati Uniti l’azienda ha fornito all’Ice – l’agenzia federale responsabile anche del controllo dell’immigrazione – strumenti per incrociare ed estrarre dati, tracciare migranti, analizzare informazioni provenienti dai social media e monitorare gli spostamenti delle persone. Il governo israeliano utilizza invece tecnologie di Palantir nell’ambito delle operazioni militari in Libano e a Gaza.
Ma cosa c’entra tutto questo con i servizi pubblici europei? Secondo i sindacati, il problema è proprio qui. Affidare dati, infrastrutture strategiche e pezzi del funzionamento degli Stati a una società privata significa consegnare un enorme potere a un ristretto gruppo di soggetti che non risponde ai cittadini, ma a interessi privati.
E più i servizi pubblici diventano dipendenti da queste tecnologie, più diventa difficile farne a meno. Non è soltanto una questione di privacy. È una questione di sicurezza, autonomia e controllo democratico.
Le organizzazioni sindacali denunciano inoltre un altro paradosso: mentre Palantir ottiene contratti e risorse pubbliche in Europa, i profitti vengono dirottati negli Stati Uniti, dove la società paga le tasse. I sindacati puntano il dito anche sul sistema di remunerazione dell’azienda, che utilizza ampiamente compensi basati su azioni per i suoi oltre 4.000 dipendenti. E alcuni Paesi hanno già cominciato a considerare un rischio l’ingresso di Palantir nel cuore delle proprie istituzioni.
La Svizzera ha respinto in diverse occasioni le offerte della società per ragioni legate alla sicurezza. La Spagna ha vietato alle proprie aziende pubbliche di stipulare nuovi contratti con Palantir. Paesi come i Paesi Bassi e la Danimarca stanno invece cercando di ridurre la propria dipendenza dalle tecnologie statunitensi.
Eppure in buona parte d’Europa gli accordi continuano. La questione, allora, va molto oltre Palantir. Se i servizi pubblici dipendono sempre di più dai dati e dagli algoritmi, dobbiamo decidere chi può controllare quegli strumenti, secondo quali regole e nell’interesse di chi.
Perché affidare a un’impresa privata i dati sanitari, la sicurezza, la difesa o altri pezzi essenziali dell’amministrazione pubblica non significa semplicemente acquistare un software. Significa cedere una parte del controllo sulle infrastrutture da cui dipendono i nostri diritti e le nostre democrazie. Il digitale può cambiare il modo in cui funzionano i servizi pubblici. Ma il potere di decidere come funzionano deve restare pubblico.






















