Dal 2010 al 2025, 15 tra le maggiori aziende chimiche europee hanno prodotto 215 miliardi di euro di utili netti. Di questi, 138 miliardi sono stati destinati a dividendi e riacquisti di azioni. Alla fine del 2025, le stesse società disponevano inoltre di 22,3 miliardi di euro tra liquidità e investimenti a breve termine. Sono i numeri utilizzati da industriAll Europe per rilanciare la campagna Enough is Enough, alla vigilia dell’assemblea generale conclusiva della Critical Chemicals Alliance della Commissione europea.

Il messaggio dei lavoratori del settore chimico europeo è che le risorse per investire ci sono, ma le scelte delle imprese le stanno indirizzando altrove.

Dal 2022 è stata annunciata la chiusura di circa il 9 per cento della capacità produttiva chimica europea, con 30 mila posti di lavoro diretti coinvolti e altri 90 mila considerati a rischio lungo la catena di approvvigionamento. Nello stesso periodo, secondo i dati citati da industriAll, gli investimenti in nuovi impianti chimici in Europa sono diminuiti dell’81 per cento.

Gli utili e il calo degli investimenti

Per il sindacato europeo la crisi non può essere ricondotta soltanto ai costi dell’energia. Le aziende, sostiene industriAll, hanno rinviato per anni gli investimenti necessari per ammodernare impianti e processi produttivi e affrontare la transizione verso tecnologie a minori emissioni.

I dati sui bilanci vengono indicati come elemento per mettere in discussione la tesi secondo cui mancherebbero risorse per sostenere la trasformazione industriale. Negli ultimi cinque anni, le aziende analizzate avrebbero distribuito circa 10 miliardi di euro agli azionisti anche negli anni caratterizzati da perdite. IndustriAll cita, tra gli altri casi, quello di Basf, che nel 2022, a fronte di una perdita di 600 milioni di euro, ha distribuito 4,4 miliardi agli azionisti.

Da qui la richiesta rivolta alla Commissione europea e ai governi: nessun finanziamento pubblico senza condizioni vincolanti. Eventuali programmi di sostegno, compreso un possibile "Made in Europe" per la chimica, dovrebbero garantire occupazione, contrattazione collettiva, formazione e investimenti produttivi in Europa, prevedendo anche meccanismi di recupero delle risorse nel caso in cui gli impegni non vengano rispettati.

Il sindacato europeo chiede inoltre che il denaro pubblico non possa essere utilizzato per finanziare dividendi o riacquisti di azioni e che gli incentivi alla domanda, gli appalti pubblici, l’energia pulita e accessibile, le materie prime e la ricerca contribuiscano a mantenere in Europa le diverse fasi della produzione.

Kirton-Darling: "I soldi ci sono"

La segretaria generale di industriAll Europe, Judith Kirton-Darling, sintetizza così la posizione dei lavoratori europei: "I lavoratori del settore chimico europeo ne hanno abbastanza di sentirsi dire che non ci sono soldi da investire mentre miliardi continuano ad affluire agli azionisti. I soldi ci sono".

Per Kirton-Darling la scelta deve riguardare il futuro degli stabilimenti, delle tecnologie e delle competenze europee, non ulteriori chiusure. E il tema riguarda anche l’utilizzo delle risorse pubbliche: "Niente assegni in bianco né quote gratuite nel sistema ETS senza condizioni, niente denaro pubblico per dividendi o riacquisti di azioni, e nessun sostegno alle aziende che prendono i soldi per poi chiudere o delocalizzare".

L’obiettivo, aggiunge la segretaria generale di industriAll, è ottenere un ritorno per la società quando vengono utilizzate risorse pubbliche: posti di lavoro industriali, produzione e investimenti radicati in Europa. "L’Europa ha bisogno della sua industria chimica, e i lavoratori del settore chimico hanno bisogno di un futuro", afferma Kirton-Darling.

Falcinelli: "Investire nella chimica è centrale"

La questione riguarda direttamente anche l’Italia, dove la Filctem Cgil contesta le scelte di Eni sulla chimica di base. Per il segretario generale Marco Falcinelli, "investire nell’industria chimica è centrale e riguarda praticamente tutti i settori manifatturieri".

Falcinelli richiama la definizione della chimica come "industria delle industrie" utilizzata dal vicepresidente della Commissione europea Séjourné e considera quindi irragionevole la decisione di Eni di dismettere la chimica di base. La contestazione riguarda anche il ruolo dello Stato: "Un’azienda, controllata dal governo, che distribuisce utili, dismette le produzioni e aumenta la dipendenza dall’estero di quei prodotti necessari a tutta la filiera industriale".

Nel mirino della Filctem c’è anche la posizione del ministro delle imprese e del made in Italy Adolfo Urso. Falcinelli sottolinea la contraddizione tra la sottoscrizione del non paper europeo per il rilancio della chimica e l’avallo alle decisioni di Eni sulla chimica di base.

Il segretario generale della Filctem richiama inoltre la recente posizione della stessa Eni sulla raffinazione. "Solo pochi giorni fa ha riconosciuto un errore chiudere le raffinerie in Italia", osserva, sostenendo che un errore analogo si starebbe ripetendo con la chiusura degli impianti per la produzione della chimica di base.

Per Falcinelli la strada è invece quella di mantenere in Italia e in Europa le produzioni strategiche, accompagnandole con "investimenti significativi per ridurne gli impatti ambientali e sociali". Una linea che, per la Filctem, significa difendere la capacità produttiva e insieme intervenire sull’efficienza degli impianti, sull’innovazione e sulla transizione industriale.

La mobilitazione europea arriva alla vigilia dell’assemblea generale conclusiva della Critical Chemicals Alliance, istituita dalla Commissione europea per individuare le produzioni chimiche che l’Europa considera strategiche. Per i sindacati il punto è evitare che il sostegno pubblico finisca per accompagnare nuove chiusure: gli investimenti devono servire a mantenere produzione, lavoro e competenze in Europa.