Quando potrò andare in pensione? È probabilmente questa la domanda che più interessa una lavoratrice o un lavoratore quando si parla di previdenza. Ed è anche una domanda alla quale, negli ultimi anni, è diventato sempre più difficile dare una risposta che rimanga valida nel tempo.

Le nuove proiezioni della Ragioneria generale dello Stato confermano quanto su Collettiva avevamo già scritto a gennaio (metti link): i requisiti per andare in pensione sono destinati ad aumentare per effetto dell'adeguamento alla speranza di vita. Altro che blocco, che pure era stato promesso.

Il primo aumento è ormai dietro l'angolo. Prendendo come riferimento il 2026, nel 2028 serviranno tre mesi in più. Per la pensione di vecchiaia si passerà dagli attuali 67 anni a 67 anni e 3 mesi. Per la pensione anticipata ordinaria il requisito salirà dagli attuali 42 anni e 10 mesi a 43 anni e 1 mese per gli uomini e da 41 anni e 10 mesi a 42 anni e 1 mese per le donne.

Oltre il 2028

Ma è guardando oltre il 2028 che il quadro diventa ancora più significativo. Secondo le proiezioni della Ragioneria, infatti, nel 2029 potrebbero aggiungersi altri tre mesi: 67 anni e 6 mesi per la pensione di vecchiaia, 43 anni e 4 mesi di contributi per l'anticipata degli uomini e 42 anni e 4 mesi per quella delle donne.

E non finisce qui. Nel 2031 la proiezione aggiunge altri due mesi, portando la vecchiaia a 67 anni e 8 mesi, l'anticipata a 43 anni e 6 mesi per gli uomini e 42 anni e 6 mesi per le donne. Dal 2029 parliamo ovviamente di proiezioni: gli adeguamenti effettivi dipenderanno dall'andamento della speranza di vita e dai dati che saranno accertati. È quindi importante non presentare questi valori come requisiti già definitivamente stabiliti.

Un dato nascosto nelle note

È proprio nelle note del Rapporto, però, che compare uno degli elementi più significativi. La proiezione centrale indica per il 2031 un incremento di due mesi, ma gli andamenti demografici più recenti potrebbero determinare un aumento di tre mesi, raggiungendo così il tetto massimo previsto per ciascun adeguamento biennale. È un particolare tecnico solo in apparenza. Perché significa che la pressione verso un ulteriore innalzamento dei requisiti potrebbe essere persino superiore a quella rappresentata nella tabella centrale della Ragioneria.

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E il meccanismo non riguarda soltanto la pensione di vecchiaia. L'adeguamento alla speranza di vita interessa anche gli altri requisiti pensionistici cui la normativa lo applica. La stessa pensione anticipata contributiva, che oggi consente in presenza delle altre condizioni previste dalla legge l'accesso a 64 anni, vede quindi muoversi nel tempo anche il proprio requisito anagrafico, che nel 2031 arriverebbe a 64 anni e 8 mesi.

Cigna: “Si promettono i 64 anni, ma intanto i requisiti salgono”

“È questa la contraddizione che dobbiamo mettere in evidenza – osserva Ezio Cigna, responsabile delle Politiche previdenziali della Cgil nazionale -. Mentre si continua a promettere la possibilità di andare in pensione a 64 anni, la realtà è che i requisiti pensionistici continuano ad aumentare”. Il problema, per la Cgil, non riguarda soltanto quanti mesi si aggiungeranno nel 2028, nel 2029 o nel 2031. Riguarda il meccanismo con il quale questi aumenti vengono determinati.

“Continuiamo ad applicare sostanzialmente in maniera generalizzata l'aumento medio della speranza di vita ai requisiti pensionistici - attacca il dirigente Cgil -, salvo alcune eccezioni microscopiche. Ma sappiamo bene che non tutti i lavori sono uguali e, soprattutto, che la speranza di vita non è uguale per tutti”.

Le condizioni nelle quali si lavora, la gravosità delle mansioni, le carriere discontinue, i livelli di reddito e le condizioni sociali incidono profondamente sulla vita delle persone. Per questo, sostiene Cigna, “non possiamo continuare a immaginare che un dato medio demografico produca automaticamente lo stesso allungamento della vita lavorativa per tutti”.

Non solo “quando”, ma anche “quanto”

C'è poi un'altra questione che contribuisce a rendere la previdenza una delle principali preoccupazioni dei lavoratori. “Oggi abbiamo un livello di incertezza che riguarda contemporaneamente il diritto e la misura della pensione - sottolinea il responsabile previdenza della Cgil -. Le persone vogliono sapere quando potranno smettere di lavorare, ma vogliono anche sapere con quale pensione potranno vivere”.

Per chi ha carriere fragili, discontinue o caratterizzate da basse retribuzioni, spostare continuamente in avanti il momento del pensionamento non risolve infatti il problema dell'adeguatezza degli assegni.

Ed è per questo che, conclude Cigna, “abbiamo bisogno di tornare a discutere non semplicemente di qualche mese in più o in meno, ma di quale sistema previdenziale vogliamo costruire. Un sistema capace di garantire flessibilità nell'uscita, pensioni adeguate e, soprattutto, di riconoscere le differenze che esistono tra i lavori e tra le condizioni di vita delle persone, a partire dai giovani e dalle donne”.