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Centoventi anni di storia sindacale si possono raccontare in molti modi. Si possono seguire i congressi, le date, i segretari generali, le grandi mobilitazioni, gli accordi e le leggi che hanno cambiato il rapporto tra lavoro e società. È una storia necessaria, quella che ricostruisce continuità e fratture di una vicenda lunga più di un secolo.
Ma gli archivi permettono di seguire anche un’altra traccia: quella delle persone che alla Cgil si rivolgono. Le lettere, le richieste e le segnalazioni conservate nelle carte della Confederazione raccontano infatti qualcosa che va oltre la condizione contrattuale. Dietro il lavoratore ci sono una famiglia, una casa, la salute, l’istruzione dei figli, l’emigrazione, il territorio. Non di rado sono proprio queste dimensioni a spiegare perché una persona decida di rivolgersi al sindacato.
Una delle testimonianze più significative si trova nella corrispondenza indirizzata a Giuseppe Di Vittorio nel 1945. La guerra è appena finita, ma per molte famiglie italiane l’attesa dei propri cari non è ancora terminata. Sono numerosi i parenti dei militari dispersi sul fronte orientale che scrivono alla Cgil e direttamente al suo segretario generale.
Nunziata Ciuciotta, l’8 agosto 1945 scrive alla “Spettabile Cgil Roma” per avere notizie del figlio Antonio Siebet, bersagliere della Divisione Pasubio, disperso sul Don dal dicembre 1942. Giuseppe Danza, da Foggia, cerca il figlio Gaetano. Nicola Pipita, iscritto al Pci di Cirò, chiede notizie del figlio Antonio. Da Voghera, G. Mezzadri cerca Francesco. Altri telegrammi arrivano da Cerignola. Sono richieste private, ma arrivano a un’organizzazione collettiva.
Nell’estate del 1945 la Cgil unitaria invia una delegazione in Unione Sovietica, guidata da Di Vittorio. Durante la missione vengono individuati circa 1.800 prigionieri. La vicenda dei dispersi e dei rimpatri assume così una dimensione politica e diplomatica, ma alla sua origine restano domande individuali: una madre, una moglie, un padre che vogliono sapere cosa è successo a una persona. È questo uno degli aspetti più interessanti di quelle carte. Mostrano il momento in cui una domanda individuale entra dentro una struttura organizzata.
La corrispondenza con Di Vittorio non riguarda però soltanto i prigionieri. Negli anni successivi compaiono richieste di sostegno da parte di vedove e famiglie colpite dalle lotte per la terra e dal conflitto sociale, domande relative all’istruzione dei figli, lettere di emigrati, proteste sui trasporti. Nel 1952 Ernesto Alberti, colono di Savigno, sottopone all’attenzione di Di Vittorio e dell’Ufficio studi della Confederterra un dispositivo da applicare alle falciatrici per alleggerire la fatica della mietitura. I disegni vengono esaminati e la proposta viene messa in relazione con aziende costruttrici e Consigli di gestione.
Sono episodi che possono sembrare minori se confrontati con le grandi vicende della storia sindacale. Proprio per questo, però, sono preziosi. Permettono di osservare la Cgil da un punto di vista diverso: non soltanto attraverso le sue dichiarazioni programmatiche, ma attraverso le domande concrete alle quali viene chiamata a rispondere.
Quest’attenzione alla persona non nasce nel 1945. La storia della Confederazione del 1906 si costruisce già dentro una pluralità di mondi del lavoro. Le Camere del lavoro mettono in relazione territori e mestieri diversi; le federazioni organizzano i lavoratori per settore. Accanto all’industria ci sono il lavoro agricolo, quello stagionale, le occupazioni femminili e una molteplicità di mestieri che non possono essere ricondotti alla sola figura dell’operaio industriale.
La pluralità, naturalmente, non elimina i conflitti. Nel 1912 una parte del sindacalismo rivoluzionario costituisce l’Unione sindacale italiana. La frattura riguarda anche il modo di concepire l’organizzazione, il rapporto con la politica e gli strumenti del conflitto. La storia sindacale non procede per semplice accumulazione: è fatta di scelte, divisioni, ricomposizioni e cambiamenti.
La dittatura fascista interrompe la possibilità di una rappresentanza sindacale libera. Le Camere del lavoro vengono colpite e le organizzazioni autonome distrutte. La ricostruzione del sindacato dopo la guerra passa dal Patto di Roma del 3 giugno 1944 e dalla Cgil unitaria. È in questo contesto che le domande individuali e familiari ricominciano a incontrare un’organizzazione capace, quando possibile, di trasformarle in iniziative collettive.
Il dopoguerra modifica rapidamente il quadro. Nel 1949, con il Piano del lavoro la Cgil affronta la disoccupazione, lo sviluppo delle aree depresse e il problema del Mezzogiorno. La questione del lavoro viene così collocata dentro quella più ampia della ricostruzione economica e sociale del Paese.
Negli anni Cinquanta la grande industria assume un peso crescente nella rappresentazione del lavoro. Anche qui, però, la storia non è lineare. La sconfitta della Cgil nelle elezioni della Commissione interna alla Fiat nel 1955 porta Di Vittorio a una riflessione critica sulle trasformazioni dell’organizzazione del lavoro e sulle condizioni degli operai. È un passaggio significativo, perché mostra come la rappresentanza debba confrontarsi con una realtà che cambia anche quando l’organizzazione pensa di conoscerla.
Nel decennio successivo la figura dell’operaio industriale acquista una nuova centralità. La contrattazione aziendale, le lotte nei luoghi di lavoro, i delegati e, alla fine degli anni Sessanta, i Consigli di fabbrica modificano le forme della rappresentanza. La persona che il sindacato incontra non è più soltanto il destinatario di una tutela: diventa sempre più direttamente soggetto della rappresentanza.
Il 1970 costituisce uno dei passaggi fondamentali di questa trasformazione. Con lo Statuto dei lavoratori, la legge 300 riconosce diritti e libertà nel luogo di lavoro e rafforza la dimensione individuale e collettiva della tutela. È il punto di arrivo di una stagione di conflitti e di elaborazioni, ma anche un punto di partenza per una concezione più ampia dei diritti del lavoratore.
Nello stesso periodo cambia la società italiana. Cresce l’occupazione femminile, si modificano i percorsi scolastici e professionali, si trasformano i servizi e il pubblico impiego. Il sindacato deve confrontarsi con lavoratori e lavoratrici che portano nella rappresentanza questioni non sempre riconducibili alla tradizionale dimensione salariale: la formazione, il tempo di vita, la conciliazione, l’organizzazione del lavoro, la qualità del lavoro.
La trasformazione prosegue negli anni Ottanta. La crisi di alcuni settori industriali, la ristrutturazione produttiva e la crescita del terziario modificano la composizione del mondo del lavoro. La Cgil è chiamata a ridefinire strumenti e linguaggi della rappresentanza.
È in questo quadro che va collocata la segreteria di Bruno Trentin. La sua elezione nel novembre 1988 e la Conferenza programmatica di Chianciano dell’aprile 1989 segnano una fase nella quale la Cgil riflette sulla propria identità, sull’autonomia sindacale, sui diritti e sul programma. La centralità della persona nel lavoro entra in modo esplicito in questa elaborazione e viene collegata a una concezione del sindacato come soggetto generale, non riducibile alla sola contrattazione.
Il passaggio è importante, ma non va isolato dal resto della storia. La formula della persona al centro acquista significato anche perché arriva dopo decenni nei quali è cambiata la figura del lavoratore rappresentato. Le lettere dell’immediato dopoguerra, le lotte contadine, la grande fabbrica, i Consigli, l’ingresso massiccio delle donne nel mercato del lavoro, la trasformazione dei servizi e le nuove forme della precarietà appartengono a una stessa storia: quella della progressiva ridefinizione della rappresentanza.
Dagli anni Novanta in poi questa trasformazione diventa ancora più evidente. Il lavoro si frammenta, aumentano le forme contrattuali, cambiano i percorsi professionali, cresce il peso dei servizi e diventa strutturale la presenza di lavoratrici e lavoratori migranti. La rappresentanza non può più riferirsi a una sola figura sociale.
Ed è forse questo il punto più interessante del centoventesimo anniversario. Raccontare 120 anni di Cgil non significa soltanto ricordare ciò che l’organizzazione ha fatto. Significa anche chiedersi chi siano state, nel tempo, le persone che ha incontrato.
Il bracciante delle campagne non è l’operaio della grande fabbrica. L’operaio della grande fabbrica non è il lavoratore dei servizi. La lavoratrice che entra massicciamente nel mercato del lavoro non vive la stessa condizione dell’operaio maschio che aveva costituito per decenni il riferimento implicito di una parte della cultura sindacale.
Il lavoratore stabile non è il precario. Il lavoratore italiano non è necessariamente la figura attraverso cui comprendere il lavoro di una società nella quale la presenza migrante è diventata strutturale. E il lavoratore di oggi, spesso, non è nemmeno una figura facilmente classificabile. Può passare nell’arco della stessa vita dalla formazione alla precarietà, dal lavoro dipendente alla collaborazione, dalla cura familiare al lavoro professionale. Può avere un contratto ma non una sicurezza, un lavoro ma non una prospettiva, una professionalità ma non necessariamente un riconoscimento.
Guardare ai 120 anni della Cgil attraverso la persona non significa dunque sostituire la storia dell’organizzazione con una riflessione astratta. Significa, al contrario, tornare alla storia concreta del lavoro. Per questo la storia della Cgil può essere letta anche come una storia di inclusioni e di scoperte, di risposte trovate e di risposte arrivate tardi, di persone diventate soggetti collettivi e di altre rimaste più a lungo ai margini.
E forse proprio questo rende ancora attuale l’idea della persona al centro. Non come uno slogan, ma come una domanda. Perché una persona arriva prima della categoria con cui proveremo a definirla. Prima di essere un operaio, un bracciante, un’impiegata, un’insegnante, una lavoratrice delle pulizie, un emigrato, un precario, un pensionato, c’è una persona che porta con sé una storia e che può avere una domanda che ancora non sappiamo nominare.
Le lettere a Di Vittorio ci ricordano proprio questo. Una madre che cerca il figlio non è una categoria. Un ragazzo che chiede di poter studiare non è una categoria. Un lavoratore che propone un’invenzione nata dalla propria esperienza non è una categoria. Eppure tutti possono entrare nella storia del sindacato.
Forse i 120 anni della Cgil possono essere raccontati anche così: come il tentativo, mai definitivamente concluso, di trasformare domande individuali in diritti collettivi. A volte attraverso un contratto, a volte attraverso una legge, una vertenza, un servizio, una mobilitazione, una tutela individuale. Altre volte attraverso una nuova forma di organizzazione. Non una forma organizzativa da conservare intatta nel tempo. E nemmeno una stagione da rimpiangere. Non una semplice successione di vittorie da celebrare.
Piuttosto, un modo di stare dentro la storia e di affrontare i problemi. Mettere in relazione persone diverse; costruire solidarietà a partire dalle differenze; tenere insieme il particolare e il generale; non confondere l’unità con l’assenza di conflitto; considerare la democrazia non soltanto come qualcosa da difendere nella società, ma come qualcosa da praticare nell’organizzazione.
E, soprattutto, ricordare una cosa: la persona non deve scomparire dentro l’organizzazione. Al contrario, l’organizzazione ha senso se permette a quella persona, insieme ad altre, di avere più libertà e più possibilità di decidere.
Non possiamo chiedere al passato di dirci esattamente cosa fare oggi. Possiamo però chiedergli come, in altre epoche, lavoratrici e lavoratori siano riusciti a trasformare una condizione di debolezza individuale in una forza collettiva.
E in questa prospettiva il 120° anniversario non è soltanto l’occasione per ripercorrere ciò che è stato. E anche un modo per osservare, attraverso una lunga vicenda collettiva, quanto sia cambiato il mondo del lavoro e quanto abbia dovuto cambiare il sindacato per continuare a rappresentarlo.























