Ambiente e lavoro? Il conflitto non esiste. Anzi. È quando non c’è alleanza o c’è inazione, che i posti di lavoro sono a rischio e si perdono. Il sesto rapporto dell’Ilo, Organizzazione internazionale del lavoro, nel 2023 certificava che circa 1,2 miliardi di posti di lavoro dipendono dalla salute degli ecosistemi, che entro il 2030 ci sarà la perdita dell’equivalente di 80 milioni di posti a causa dello stress da calore e che aumenteranno gli infortuni, le malattie e i decessi dei lavoratori.

È partendo da queste premesse che tra le rivendicazioni della Via Maestra c’è la giusta transizione. Oltre cento associazioni, tra cui la Cgil e numerose realtà della società civile tornano in piazza e lanciano una grande manifestazione nazionale per sabato 17 ottobre a Roma, con l’obiettivo di attuare un nuovo protagonismo sociale, per la difesa e la piena attuazione della Costituzione.

Cultura negazionista

Il messaggio è chiaro: opporsi alle attuali politiche energetiche e ambientali del Governo, contrastare la cultura negazionista sui temi della crisi climatica e della riconversione ecologica, e chiedere un’accelerazione per la giusta transizione, per affrontare le crisi sociale, ambientale ed energetica e costruire un modello di sviluppo fondato sulle rinnovabili, sulla giustizia sociale, sulla buona occupazione e sulla pace.

I peccati dell’inazione

“L’inazione è la causa sia della distruzione di posti di lavoro derivante dal degrado ambientale e dal cambiamento climatico – spiega Simona Fabiani, responsabile politiche per il clima, il territorio, l’ambiente e la giusta transizione della Cgil e coordinatrice del gruppo di lavoro ambiente della Via Maestra -, che della perdita dei posti non allineati alle scelte di mercato o alle normative ambientali. Poi c’è l’occupazione che andrà persa a causa dell’eccessivo costo dell’energia, che rende le nostre aziende non competitive nel mercato globale. Allo stesso tempo, l’inazione fa perdere le opportunità derivanti dallo sviluppo dei nuovi settori strategici per la decarbonizzazione”.

Le filiere legate alla produzione delle rinnovabili e della mobilità sostenibile, l’economia circolare e l’uso efficiente di energia e risorse, ma anche il ripristino e la tutela degli ecosistemi, la manutenzione del territorio, solo per fare qualche esempio.

Solare batte nucleare

Prendiamo il solare. È di gran lunga la fonte più conveniente per produrre energia elettrica, con un costo che è tre o quattro volte inferiore a quello del nucleare di nuova costruzione. Lo dicono i dati. Dal 2009 a oggi il costo del fotovoltaico è diminuito di cinque volte, mentre quello del nucleare è aumentato.

E l’Italia è un Paese eccezionale per il sole: lo stesso impianto installato qui produce circa il 40 per cento di energia in più rispetto alla Germania. Poi ci sono l’eolico, il geotermico, che a differenza del sole è programmabile, e soluzioni per l’intermittenza già mature: le batterie, i cui prezzi stanno crollando, e l’idroelettrico pompato.

“Tutto questo è lavoro – ha dichiarato il premio Nobel per la fisica Giorgio Parini in un intervento al gruppo di lavoro della Via Maestra -. Si racconta che puntare sul fotovoltaico significhi regalare denaro alla Cina, da cui importiamo i moduli. Ma le cose non stanno così: il costo del modulo incide soltanto per il venti o trenta per cento, mentre la parte prevalente del costo di un impianto è il lavoro necessario per montarlo, collegarlo e farlo funzionare, e quel lavoro si fa qui, in Italia. In Sicilia c’è già una gigafabbrica dove vengono montati i pannelli, e si può ampliare. Le reti elettriche sono obsolete e vanno digitalizzate e ricostruite quasi da capo. Gli impianti di idroelettrico pompato vanno realizzati. Gli edifici vanno resi efficienti. Tutto questo significa occupazione qualificata, stabile, distribuita su tutto il territorio, e significa investimenti che restano nel Paese. Investire nel nucleare, al contrario, sottrae risorse proprio a questi settori, che sono strategici e che creano molto più lavoro”.

Perdite da siccità

Un’altra conferma di come non ci sia il conflitto tra lavoro e ambiente arriva dai ricercatori del Centro mediterraneo cambiamenti climatici e del Politecnico di Milano: un recente studio quantifica l’impatto della siccità prolungata dovuta al caldo estremo sull’economia europea, nei settori dell’agricoltura, manifatturiero ed edilizia.

738 miliardi di euro i danni nel periodo 1980-2023 e 208 miliardi solo nel quadriennio 2021-24. Per quanto riguarda l’Italia, l’evento siccitoso del 2015-2018 ha causato una perdita di 1,45 punti percentuali di crescita del Pil per abitante (circa 24,3 miliardi di euro) e di 330 mila posti di lavoro. In un mondo con 2°C di riscaldamento le perdite salirebbero a 3,99 punti percentuali (circa 74 miliardi di euro) e a circa 960 mila posti di lavoro.

Le proposte della Via Maestra

Uno dei temi principali della questione ambientale è l’interconnessione fra guerre e controllo delle materie prime, fra cui le fonti fossili. Per questo la ferma opposizione alla guerra, all’aumento delle spese militari e alla riconversione bellica e dual use dell’industria è centrale nella piattaforma.

“La Via Maestra dà il pieno sostegno agli obiettivi del Green Deal – dichiara Mariagrazia Midulla, responsabile clima ed energia di Wwf Italia e coordinatrice del gruppo di lavoro ambiente della Via Maestra –. L’accelerazione della transizione energetica ed ecologica oggi è necessaria non solo per l’acuirsi della crisi climatica e della natura, ma per ragioni economiche e sociali. In tal senso, va rilanciato il ruolo di programmazione strategica degli Stati e dell’Unione Europea, anche alla luce del contesto globale. Proponiamo anche l’attivazione di un tavolo tra governo, parti sociali e società civile per la definizione delle politiche e della governance per una giusta transizione ecologica, anche con l’obiettivo della piena e buona occupazione. Bisogna accelerare la transizione per garantire indipendenza e riduzione dei costi, puntando sullo sviluppo di efficienza e risparmio energetico, infrastrutture e interconnessioni elettriche, sistemi di accumulo, produzione da fonti rinnovabili, elettrificazione e flessibilità dei consumi”.

Tra le altre proposte, nessun nuovo investimento sulle fonti fossili, programmazione dell’uscita dalle fonti fossili e dei sussidi ambientalmente dannosi, opposizione alle disposizioni del decreto bollette che puntano a smantellare il sistema Ets, prolungare le centrali a carbone fino al 2038 e rilanciare le estrazioni nazionali di fonti fossili e alla legge per il ritorno al nucleare.