Re Carlo III e Audrey Hepburn, sono solo due dei nomi che hanno alimentato la fama del panno del Casentino, entrato a far parte della storia del cinema e delle cronache di corte del Regno Unito, simbolo di eleganza e tradizione tessile. Ma dietro la storia di questo prodotto, molto conosciuto oltre i confini nazionali, c’è oggi una realtà molto meno celebrativa: il definitivo stop alla produzione e 15 lavoratori rimasti senza occupazione, per molti dei quali non si intravedono prospettive.

A richiamare l’attenzione sulle conseguenze della chiusura sono Elisa Calori, segretaria della Filctem Cgil di Arezzo, e Alessandro Tracchi, segretario della Cgil aretina. L’appello è rivolto alle istituzioni locali, alla Regione e al sistema imprenditoriale toscano, chiamati a individuare soluzioni occupazionali per chi ha perso il lavoro.

Il lavoro dopo la chiusura

Negli ultimi anni il sindacato si è impegnato per garantire la continuità produttiva, promuovendo incontri con le istituzioni locali e sollecitando l’intervento di nuovi imprenditori disposti a investire. Un percorso che non è bastato a scongiurare la fine dell’attività.

Ora la priorità è trovare nuove opportunità per le 15 persone coinvolte. Lavoratrici e lavoratori che per decenni hanno contribuito alla realizzazione di un prodotto conosciuto in tutto il mondo, mettendo a disposizione professionalità ed esperienza. Con la chiusura, il rischio è che il panno continui a essere lavorato altrove, mentre chi lo ha realizzato fin qui resterà senza certezze sul futuro.

Una produzione storica, un problema per il territorio

Per la Filctem Cgil e la Cgil di Arezzo, la vicenda va oltre la perdita di una produzione storica. In gioco ci sono anche le competenze accumulate nel tempo e il futuro di un territorio in cui le piccole realtà produttive rappresentano una componente importante del tessuto economico e sociale.

È per questo che l’appello non si limita alle istituzioni locali e alla Regione, ma coinvolge anche il sistema imprenditoriale toscano. L’obiettivo è individuare soluzioni occupazionali per i lavoratori, evitando che la chiusura si traduca nella perdita definitiva di professionalità che appartengono alla storia produttiva della vallata.

"Questa storia non è una semplice vertenza sindacale, ma il paradigma di come la nostra società intenda misurarsi con un mondo del lavoro fatto di piccole realtà che rappresentano anche il tessuto sociale e culturale di aree come quelle interne del nostro Paese", osservano Calori e Tracchi.

Il panno del Casentino potrebbe continuare a essere prodotto lontano dalla vallata che gli ha dato origine. Per i 15 lavoratori rimasti senza occupazione, invece, il futuro è ancora tutto da decifrare.