Le organizzazioni sociali raramente muoiono di vecchiaia. Il pericolo, per chi ha molta storia alle spalle, è un altro: morire di rispetto, diventare così degni di riguardo da smettere di disturbare, tra convegni, anniversari e corridoi pieni di fotografie in bianco e nero. La Cgil compie oggi centovent’anni e può permettersi l’orgoglio di guardarli tutti. Quel corridoio di ricordi l’ha riempito da protagonista, senza mai smettere di essere una presenza scomoda per chi comanda.

E non è la biografia di una semplice sigla. Ci sono le Camere del lavoro e le leghe bracciantili, gli anni del fascismo con le tessere tenute nascoste, la Resistenza, Di Vittorio, lo Statuto dei lavoratori, le battaglie per la scuola e la sanità pubbliche, per la parità tra donne e uomini. Conquiste che oggi attraversano le nostre vite con la naturalezza delle cose acquisite, tanto da farci dimenticare che acquisite, un tempo, non lo erano affatto. Qualcuno dovette pretenderle. E nelle stagioni in cui l’Italia ha allargato lo spazio della libertà e della giustizia sociale, la Cgil era lì. In prima fila.

Ma un patrimonio, se resta in vetrina, diventa un soprammobile. Una grande storia concede prestigio, ma soprattutto presenta il conto. E il conto, a centovent’anni, si paga al presente. Quanto pesa oggi la Cgil nella vita materiale delle persone? La risposta sta anche nelle parole con cui il nostro tempo racconta chi lavora. Lo sciopero come disturbo da contenere, la contrattazione come zavorra per la competitività, la piazza come problema di ordine pubblico. Sotto tutto questo corre la domanda decisiva: quanto conta chi vive del proprio salario? È qui che il sindacato ritrova, intatta, la propria ragione sociale.

Il lavoro, però, ha cambiato pelle e geografia. Il cancello davanti al quale distribuire un volantino spesso è scomparso, ma i rapporti di forza sono rimasti. Oggi il comando può avere il volto di una piattaforma che impone una consegna, di una catena di appalti in cui ogni responsabilità svanisce al piano superiore, di un algoritmo che assegna voti senza rendere conto dei propri criteri. La produzione si è sparpagliata, le responsabilità si sono diluite, la subordinazione è diventata più difficile persino da individuare. Il comando è rimasto e, proprio perché meno visibile, può diventare ancora più pervasivo.

Così, accanto ai milioni di persone già rappresentate, c’è un arcipelago sterminato ancora da raggiungere. Chi lavora dal salotto di casa, chi vive dentro un subappalto, chi porta cibo in bicicletta, chi attraversa anni di precarietà prima di poter chiamare “carriera” il proprio percorso. Hanno spesso gli stessi problemi senza condividere uno spogliatoio, un turno, una mensa. A volte neppure la consapevolezza di stare dalla stessa parte. Il Novecento aveva costruito luoghi nei quali riconoscersi. Il presente chiede di inventarne di nuovi. Di tessere legami dove il mercato produce solitudine, di ricomporre ciò che la precarietà divide, di restituire una dimensione comune a problemi scaricati sulle spalle dei singoli.

Per questo la Cgil non si è mai fermata al perimetro del contratto. Il lavoratore e il cittadino sono la stessa persona. Un salario dignitoso perde valore se una visita medica diventa un lusso. Un contratto stabile offre poca sicurezza se una giovane coppia non trova casa. La libertà conquistata sul posto di lavoro si impoverisce se fuori arretrano i diritti civili. Confederalità significa esattamente questo: tenere insieme ciò che altri hanno interesse a separare. Tanto più oggi, con un governo di ultra destra che torna a frequentare vecchie conoscenze, neofascismi, sovranismi, nazionalismi, muri e riarmo, e il lessico della sicurezza guadagna terreno mentre quello della giustizia sociale ne perde.

Chiedersi se la Cgil “serva ancora” è allora quasi una domanda banale. Finché chi vive di stipendio avrà meno strumenti di chi ne stabilisce prezzo e condizioni, la rappresentanza collettiva resterà indispensabile. E finché libertà, uguaglianza e dignità saranno conquiste da difendere ogni giorno, serviranno soggetti capaci di trasformare quei principi in azione, partecipazione, conflitto, cambiamento.

La domanda più impegnativa è invece un’altra: quanto è disposta a cambiare la Cgil per farsi trovare da chi vive in un mondo lontanissimo da quello che l’ha fatta grande? Del resto, lo ha già fatto. Il sindacato ha attraversato le mutazioni del capitalismo reimparando più volte il proprio mestiere, cambiando linguaggio, strumenti, abitudini. Dalle campagne alle fabbriche, dall’industria ai servizi, dall’operaio massa al pulviscolo di professioni e contratti. Ogni passaggio ha chiesto di abbandonare qualche certezza. Quello che abbiamo davanti chiede lo stesso coraggio.

La fedeltà a Di Vittorio, a Trentin, alle donne e agli uomini che hanno costruito questa storia si misura proprio qui. La memoria vale quando torna in carne e ossa. Chi pedala sotto la pioggia aspettando che un’app assegni la prossima consegna può ignorare tutto della storia del sindacato e avere lo stesso bisogno di tutela. Chi firma l’ennesimo tempo determinato può non aver mai aperto lo Statuto dei lavoratori e sapere benissimo quanto poco possa incidere, da solo, su salario, orari e condizioni. Spetta al sindacato andare a cercare queste persone, imparare la loro lingua, arrivare nei luoghi fisici e digitali dove oggi il lavoro vive.

Centovent’anni, dunque, certificano qualcosa. Questa organizzazione ha attraversato monarchia, fascismo, guerra, ricostruzione, boom economico, terrorismo, crisi industriali, globalizzazione e rivoluzione digitale mantenendo ferma una convinzione: la democrazia diventa più forte quando chi ha meno voce riesce a conquistarne di più. Questa storia non garantisce il domani e non concede rendite di posizione. Consegna qualcosa di molto più esigente, ovvero la responsabilità di essere all’altezza di ciò che si è stati.

Il compito, adesso, è continuare quella storia con altre persone, altri strumenti, altri conflitti, nuovi modi di stare insieme. Conservando la stessa ambizione del 1906: cambiare in meglio la vita di chi lavora e, attraverso il lavoro, rendere il Paese più giusto, più libero, più democratico. Perché per un sindacato il contrario della vecchiaia non è la giovinezza. È essere ancora necessario.