“Sono i giorni della rabbia e del dolore, la città si sta rialzando, con tanta fatica, riscoprendo anche un grande spirito di solidarietà. Ci stiamo rimboccando le maniche tutti per riportare la nostra città alla normalità. Maggiori difficoltà invece si registrano nell’entroterra, colpito duramente dall’alluvione, lì la situazione è più critica.” E’ quanto ha raccontato oggi ai microfoni di Radio Articolo 1 Fabio Marante, segretario generale della Fillea Genova, nel corso della trasmissione settimanale Radio Fillea, oggi interamente dedicata al tema dell’“Italia che frana” e delle tante storie di ordinaria vergogna di questo nostro Paese dove alle alluvioni seguono promesse e finanziamenti… ma non seguono le opere.

Come nel caso di Olbia, colpita il 18 novembre 2013 dalle bombe d’acqua del ciclone Cleopatra, migliaia di sfollati, 13 morti (dei 16 che il ciclone provocò nell’intera isola). Dal governo Letta furono stanziati fondi straordinari ma, come ha raccontato Hassan Ben Bouazid, segretario provinciale Fillea, “dopo 11 mesi, a parte piccole opere finanziate dal Comune, come la pulizia dei corsi d’acqua e il ripristino di alcuni edifici pubblici, per il resto è tutto fermo e dal governo solo promesse. Servirebbero 120 milioni per opere importanti ed urgenti, come l’allargamento dei canali e le opere di by pass per le acque”, ha raccontato Hassan, “ma le uniche piccole opere di fatto sono state avviate con il volontariato e le donazioni. Ad esempio, con le casse edili e con il contributo dei lavoratori che hanno donato un’ora di lavoro, stiamo concludendo in questi giorni i lavori di ripristino del Palazzetto dello Sport”. Intanto il Comune ha 30 milioni di euro disponibili “ma i vincoli del patto di stabilità non hanno consentito di spenderli!”.

Erano invece 35 milioni, quelli promessi a Genova due anni fa: avrebbero consentito i primi interventi per avviare le due grandi opere prioritarie, come ricorda Marante, “lo scolmatore del Fereggiano ed il secondo lotto del Bisagno, opere indispensabili per recuperare sostenibilità idraulica a questo nostro territorio, che è stato oggetto negli anni 60 e 70 di un importantissimo fenomeno di urbanizzazione. I nostri torrenti, tra cui Bisagno e Fereggiano, scorrono o in superficie o in mezzo al cemento o tombati, l’urgenza di intervenire non è di oggi, ma risale alla prima alluvione datata 1953”.

Lo scolmatore del Rio Fereggiano, spiega Marante, “è una infrastruttura che deve raccogliere le acque in eccesso durante le forti piogge, una sorta di letto di piena artificiale, la sua progettazione risale a 20 anni fa e per una serie di veti incrociati e pasticci della politica, solo nel 2012 è riuscita a vedere finanziamento. Come sanno tutti, il bando si è concluso il 10 ottobre, cinque giorni fa”.

Assurda anche la situazione dell’altra opera, il secondo lotto del Bisagno: “Qui siamo alla follia, le aziende che avevano effettuato i lavori del primo lotto, concluso nel 2006, furono estromesse dalla gara per l’aggiudicazione del secondo lotto a causa di tre curricula non completi. Nel 2010 il ricorso al Tar, e intanto 35 milioni erano pronti e fermi. Ora il governatore si assume la responsabilità personale di autorizzare l’opera, ma si può andare avanti cosi? Si può impedire di avviare un’opera così importante per tre curricula non completi?”.


Qui il link al podcast della trasmissione.