Il Trump Day non sarà il giorno dei sindacati. Mentre il nuovo presidente degli Stati Uniti Donald Trump si avvia alla cerimonia di insediamento - oggi, venerdì 20 gennaio, a Washington -, il movimento sindacale nordamericano si prepara a combattere un avversario imprevedibile e senza antecedenti politici, e si avvia a uno scontro che sarà una sorta di ora della verità per i sindacati, i lavoratori, le donne e gli immigrati negli Usa. Come ha spiegato Richard Trumka, presidente dell’Afl-Cio, “i prossimi anni diranno chi siamo davvero come movimento sindacale. Saremo messi alla prova. Ma dobbiamo impegnarci da subito a restare uniti e saldi in difesa dei valori morali che sappiamo essere giusti e veri”.

Le prime, durissime, prese di posizione delle unions non mostrano alcuna apertura verso l’approccio protezionistico al lavoro che ha fruttato a Trump molti voti nelle fasce impoverite dell’America proletaria. Lo scontro è frontale, quasi un clash of civilizations. I temi dell’agenda Trump che risuonano come allarmi rossi vermigli per il sindacato non riguardano solo le politiche del lavoro e chi ne sarà a capo, ma welfare e sanità, diritti delle donne, diritti dei migranti. Quanto di buono ha lasciato l’amministrazione Obama rischia di estinguersi nel giro di pochi anni. Quindi si combatte, e si combatterà.

Una delle prime iniziative dell’Afl-Cio è la campagna contro Andrew Puzder, big manager di ristoranti fast food scelto da Trump come segretario del Lavoro. Il sindacato ha chiesto agli elettori di fare pressione sui propri rappresentanti al Congresso per scongiurare una nomina “che sarebbe un disastro per i lavoratori americani”. Puzder – sostiene il sindacato – “si è schierato contro l’aumento del salario minimo, si è opposto all’aumento delle retribuzioni per gli straordinari e ha sostenuto la sostituzione dei lavoratori con macchinari. Il 60% dei suoi ristoranti – denuncia ancora il sindacato – hanno violato la legge proprio in tema di salari minimi e straordinari”. Per l’Afl-Cio è intollerabile che quest’uomo divenga il responsabile delle politiche del lavoro per i prossimi quattro anni.

Fanno compagnia a Puzder, nella scarsa stima delle unions, altri membri del futuro gabinetto Trump. Come ad esempio Steven Mnuchin, nominato al Tesoro, accusato dal sindacato di aver causato l’ultima grande recessione economica. Oppure come Betsy DeVos, prossimo segretario all’Educazione, che per l’Afl-Cio è una nemica dichiarata dell’istruzione pubblica. O, infine, come Tom Price, nominato alla Sanità, che – sempre per il sindacato – ha l’intenzione di “distruggere il Medicare così come lo conosciamo, di privatizzare la sicurezza sociale e di sabotare l’accesso alle assicurazioni sanitarie per tutti”.

Si combatte. E si combatterà. Soprattutto a difesa del Medicare, la riforma sanitaria varata da Obama. Tom Price fa paura. Secondo Kenneth Quinnell dell’Afl-Cio, Price punta ad abrogare l’Affordable Care Act (la normativa che ha esteso l’accesso alle assicurazioni sanitarie) e a sostituirlo con un suo piano che prevede “tagli alle tutele per le persone affette da malattie gravi, e carta bianca alle compagnie assicurative per l’aumento dei premi a carico delle donne, degli anziani e dei lavoratori a seconda delle mansioni svolte”. Ma – denuncia ancora Quinnell – il futuro ministro della Sanità americana progetterebbe anche di tassare i benefits sanitari dei lavoratori, così da scoraggiare le imprese che garantiscono coperture ai propri dipendenti; e vorrebbe abolire il bando, sancito dall’Affordable Care Act, su quelle compagnie assicurative che discriminano i pazienti con condizioni mediche preesistenti. L’obiettivo finale di Price e Trump – mette in guardia l’Afl-Cio – è privatizzare Medicare, ma qui il muro dovranno erigerlo i sindacati, non il nuovo inquilino della Casa Bianca.

Si combatte, e si combatterà, anche in difesa degli immigrati. Ancora Trumka, in un editoriale pubblicato sul suo blog, sottolinea che le iniziative proposte da Trump per la deportazione di massa, o la costruzione di muri anti-immigrati, “sono una violazione dei nostri princìpi fondativi”. Il leader del sindacato americano guarda al momento in cui Trump metterà la sua mano sulla Bibbia e giurerà di difendere la Costituzione degli Stati Uniti: “Non è un semplice giuramento; è la promessa di guidare la nostra nazione con tolleranza, uguaglianza e giustizia per tutti”. Riguardo all’immigrazione, l’Afl-Cio si è opposta a suo tempo all’inasprimento delle politiche obamiane, ma la minaccia di Trump “è molto più grave”, ammonisce Trumka, e stila un elenco che richiama alla mente la Germania degli anni ‘30: deportazioni, guardie armate nei quartieri e nei luoghi di lavoro, arresto di iscritti al sindacato e di membri delle comunità.

“Lo spettro delle deportazioni di massa – si legge in un passaggio di Trumka – è assolutamente terrificante per quegli uomini e donne che vivono e lavorano qui, che fanno la fila con noi nei negozi di alimentari, e i cui figli frequentano le nostre scuole. Le proposte di Trump squarceranno il tessuto della nostra società e dei nostri valori, ma non dovremo consentirlo. Dovremo resistere con tutti gli strumenti che abbiamo, in ogni luogo noi siamo, in qualsiasi modo potremo. E dovremo rifiutarci di essere divisi in ‘noi’ e ‘loro’”.

Si combatte e si combatterà, a quanto pare. Ma L’Afl-Cio non dà certo appuntamento a oggi, giorno dell’insediamento di Trump. Piuttosto a domani, sabato 21 gennaio, quando migliaia di donne di ogni etnia, religione, orientamento sessuale e provenienza si raccoglieranno a Washington per la Women’s March: la prima grande occasione di contestare colui che molti considerano il presidente più misogino mai avuto dagli Usa nella loro storia.