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29 luglio

Vaccino, la questione morale

Carlo Ruggiero
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Guida sintetica alla lettura dei principali quotidiani italiani. Con uno sguardo particolare riservato al lavoro e al sindacato

Le parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella sulla campagna vaccinale e le fibrillazioni nella maggioranza di governo campeggiano sulle prime pagine dei quotidiani di oggi. Il Corriere della sera apre con “Mattarella: vaccinarsi è un dovere”; la Repubblica sceglie: “Compromesso Draghi-Salvini su giustizia e vaccini”; la Stampa opta per: “Mattarella: vaccinarsi dovere morale”: Stesso titolo per il Messaggero: “Vaccinarsi un dovere morale”, mentre il Manifesto sceglie una grande foto del capo dello Stato con: “Libertà condizionata”. Il Fatto quotidiano apre con: “Fauci: vaccinati o no contagiosità identica”, mentre il Sole24Ore scrive: “Imprese, la fiducia è ai massimi”.

Interviste
Sul Corriere della sera, a pagina 9, Federico Fubini intervista Franco Panetta dell'esecutivo Bce: “Per la nuova strategia d'ora in poi quando l'inflazione scenderà sotto al 2% la politica monetaria dovrà ispirarsi ai 'Pirati dei Caraibi', anche se qualcuno preferirebbe la 'Bella Addormentata'. Il Recovery permanente? Sarebbe un progresso importante ma non tutti sono d'accordo. Dipenderà da come sono utilizzate le risorse attuali, soprattutto da parte di Paesi come l'Italia e la Spagna sono ancora alti - dice Panetta - mentre i rischi di un surriscaldamento dell'economia e di un'inflazione elevata sono contenuti. Nell'economia europea ci sono ampie risorse inutilizzate: persone che non hanno lavoro, impianti che non sono tornati a produrre. Non abbiamo recuperato il livello del Pil raggiunto prima della crisi. E siamo ben sotto al sentiero di crescita pre-crisi, ossia del punto in cui saremmo se non ci fosse stata la pandemia. Quel Pil perduto per strada, quella capacità produttiva, quei posti di lavoro distrutti dalla crisi ce li dobbiamo riprendere prima possibile”.

Sulla Stampa, a pagina 11, Andrea Rossi intervista la sindaca di Torino Chiara Appendino: “Se penso che c'era chi respingeva il riconoscimento dello stato di area di crisi perché la parola 'crisi' trasmetteva una cattiva immagine della città... - dice. La sindaca di Torino Chiara Appendino non è tra coloro che si stracciano le vesti pensando che aver portato davanti al presidente del Consiglio i numeri e la fotografia di un territorio in sofferenza significhi sminuirlo accostandolo a quelle realtà depresse che chiedono sovvenzioni e aiuti. Al contrario si dice convinta che sia ora di uscire definitivamente dalla bolla olimpica, quell'idea che la città dell'industria pesante potesse riconvertirsi e vivere di cultura, eventi e alta formazione. Il dossier su Torino aperto da Draghi certifica la fine di un'illusione? 'Non so se sia stata una sbornia, io sono diventata sindaca dieci anni dopo le Olimpiadi, ma di sicuro il dibattito pubblico sul futuro industriale di Torino è stato carente e forse viziato da una narrazione secondo cui cultura e turismo, che sono assi strategici essenziali, potessero diventare sostitutivi della manifattura. Ma non può essere così, a meno di non immaginare una città che si adagia sui 600 mila abitanti'.”

Sul Fatto quotidiano, a pagina 5, appare poi un'intervista a Vincenzo Visco: "Prendiamo la riforma fiscale – si legge -: si può fare a parità di gettito, significa che qualcuno perde e qualcuno guadagna. Il punto è che le commissioni parlamentari quasi all'unanimità hanno respinto questa possibilità, i partiti vogliono una riforma che riduca le tasse. Si potrebbero recuperare risorse rilevanti se si adottassero alcune concrete misure contro l'evasione fiscale che il centro studi Nens, che presiedo, ha reso pubbliche da molto tempo e che ho anche comunicate al governo. Le ricordo che Draghi era direttore generale del Tesoro quando ero ministro, la risposta non è arrivata. Il premier non ha grandi margini di manovra, la Commissione europea ha fatto richieste precise. L'Europa ci chiede la riforma del catasto, l'aumento dell'imposizione patrimoniale, il contrasto all'evasione, l'aumento del gettito dell'Iva che in Italia significa recupero dell'evasione fiscale, non è un problema di aliquote. Le commissioni parlamentari hanno dato indirizzi vincolanti, nessuno deve pagare un euro in più di imposte, il catasto non si tocca e neppure le patrimoniali. Quando si fa una riforma fiscale, in particolare dell'Irpef, non è concepibile che nessuno ci debba perdere. Si può ridisegnare l'imposta sia nelle aliquote sia nell'imponibile e se accade che qualcuno perda qualche decina di euro al mese, soprattutto nelle fasce più alte di reddito, non è una tragedia”.

Editoriali e commenti
Sul Sole24Ore, a pagina 12, Leonardo Becchetti torna sul Pnrr: “Per il momento i due commissari Paolo Gentiloni e Valdis Dombrovskis hanno annunciato una 'tregua' che stabilisce che fino a fine 2022 il patto di stabilità resta sospeso. Intanto molti riconoscono che il target del rapporto debito/Pil del 60% ha poco senso e ragionano piuttosto sul tasso di crescita strutturale compatibile con la stabilizzazione o la riduzione del rapporto in presenza di tassi d'interesse reali così bassi. Per capire quello che potrà succedere dopo è opportuno riflettere sui capisaldi della rivoluzione di fatto occorsa nelle politiche Ue durante la pandemia. La sospensione delle regole su deficit e debito stabilite nel patto di stabilità e crescita, ancorché tali regole erano state in teoria e nei fatti molto flessibili negli ultimi tempi. La crescita dell'attivismo della Bce che, similarmente a quanto fatto dalle altre banche centrali "ad alta reputazione" (Bank of Japan, Bank of England, Federal Reserve), è arrivata a detenere fino a un quarto dei debiti pubblici dei Paesi membri, dandosi un target di ulteriore crescita della quota fino a un possibile 3o per cento. È anche a causa di questo aumentato attivismo che abbiamo assistito al sorprendente fenomeno di un rapporto debito/Pil lievitato fino al 30% in diversi Paesi”.

Il fondo del Corriere della sera è invece affidato ad Aldo Cazzullo, che scrive: “ L'idea che oggi esista un Piano ordito da Merkel, Draghi e Biden per imporre un controllo sui corpi, ovviamente in combutta con Big Pharma, è in sé abbastanza ridicola. Questo non esclude che molti vi credano. Il che non sarebbe drammatico, se non ne discendessero conseguenze serie. In questi diciotto mesi di pandemia gli scienziati si sono più volte contraddetti, ma sono d'accordo su un punto, ampiamente suffragato da ogni statistica, in ogni Paese: il virus è incomparabilmente più pericoloso del vaccino. Il green pass non è l'universo concentrazionario studiato da Michel Foucault, non è il gulag denunciato da Aleksandr Solgenicyn, e non è ovviamente l'anticamera del nazismo, come qualcuno si è avventurato a sostenere; è la prova che un individuo, avendo ricevuto almeno una dose di vaccino, ha molte meno probabilità di contagiarsi e trasmettere il virus rispetto a chi il vaccino non l'ha fatto. Lo Stato tutela la libertà di non vaccinarsi; non quella di mettere in pericolo gli altri. Massimo Cacciari e Giorgio Agamben si sono guardati dall'unirsi alla schiera dei negazionisti e dei sostenitori di similitudini storiche avventate. Tuttavia resta grave che due intellettuali importanti si prestino a essere strumentalizzati da chi rifiuta di svolgere il proprio dovere civico, di prendere atto che in una pandemia ognuno è responsabile della salvezza dell'altro”.

Sulla Stampa, a pagina 23, Giuseppe Russo si occupa ancora di Torino: “Torino sta scivolando verso il sud? I numeri dell'economia dicono di no. La ricchezza prodotta dalla città è significativamente più alta rispetto al mezzogiorno, e ben diverso è anche il dinamismo del mercato immobiliare. La disoccupazione in calo accende una luce di allarme, ma - anche qui — non siamo ai livelli della parte inferiore dello Stivale. Certo, buona parte del Nord corre più veloce, però è vero che nel resto del Piemonte le cose vanno peggio, con l'eccezione di Cuneo. In sintesi: in un malessere generalizzato, Torino si presenta come una città che ha bisogno di investimenti più che di talento, anche perché senza investimenti non ci può essere crescita”.

Sul Riformista , a pagina 4, Angelo De Mattia scrive invece di riforma fiscale: “Ecco, dunque, il cuore del problema, innanzitutto politico, riguardante chi da questo contestuale agire sull'entrata e sulla spesa trae vantaggio e chino, come si realizza la redistribuzione, come si corrisponde alle finalità più volte dichiarate di attuare concretamente una corretta visione della progressività, ma anche dell'equità. A poco a poco, in effetti, ci stiamo allontanando, nella progettazione della revisione, dai grandi interventi del passato, dalla riforma Vanni degli anni cinquanta del secolo scorso, alla riforma Visentini-Cosciani degli iniziali anni settanta, soprattutto quest'ultima un esempio di organicità. ll contesto dell'oggi è enormemente diverso e l'Unione in materia ha un ruolo (si pensi all'Iva) inesistente allepoca di quelle riforme. Sarebbe comunque inaccettabile se, per arrivare comunque al varo della riforma, questa, a poco a poco, venisse ridimensionata e approdasse a una 'riformina'".

Economia, welfare, sindacato
Sul Sole24Ore , a pagina 4, si continua a parlare di pensioni. Marco Rogari scrive: “Con il trascorrere delle ore, diventa più vasto il fronte della maggioranza che spinge per interventi ad ampio raggio, intervenendo magari anche sui requisiti di pensionamento. 'Il tema delle pensioni riguarda milioni di lavoratrici e lavoratori e deve essere una priorità per il governo', ha sottolineato in una nota, al termine di un incontro di una delegazione di deputati Pd con i segretari confederali di Cgil, Cisl e Uil, la capogruppo Dem alla Camera, Debora Serracchiani. Che ha aggiunto: 'Centrale è la questione della flessibilità in uscita, anche in considerazione del superamento di Quota 100'”.

Sulla Repubblica, a pagina 19, ci si occupa della vertenza Gkn, con Fulvio Paloscia: “Il mondo della cultura e dello spettacolo sale sul palco di una fabbrica, la Gkn di Campi Bisenzio, chiamato dallo scrittore e drammaturgo Stefano Massini. Una lunga lista di artisti si schiera con la lotta dei 422 lavoratori licenziati dallo stabilimento alle porte di Firenze che produce componenti per auto. Pochi giorni fa hanno ricevuto una mail, una comunicazione secca, 'decisione unilaterale, rispetto alla quale non risulta essere stato svolto un adeguato confronto con le parti coinvolte', dice il ministro del Lavoro Andrea Orlando. 'La società - aggiunge il ministro - non ha tenuto conto dell'intesa sottoscritta dal governo e dalle parti sociali il 29 giugno, che raccomandava alle imprese ad utilizzare gli ammortizzatori sociali prima di procedere ai licenziamenti'. Orlando conferma, lo ha fatto ieri al "question time" alla Camera, che il governo sta studiando una stretta anti-delocalizzazioni. Ma più che a Roma, ieri sera la scena è stata in provincia di Firenze”.

Sulla Stampa, a pagina 5, Niccolò Zancan intervista invece il presidente della Sterilgarda dopo la lettera con cui invitava i 328 dipendenti a vaccinarsi. “Ho scritto sospeso, non licenziato, ripete adesso il geometra Sarti nel suo ufficio ricavato dentro un vecchio convento. Tutto quello che faccio è per dedizione. Per me questa azienda è come una famiglia, cerco di prendermi cura di tutti e di fare sempre il massimo. Quello che ho scritto era uno stimolo a vaccinarsi. E infatti, ho ricevuto molti riscontri. Diversi lavoratori si sono prenotati proprio in queste ore. Piacila o non piaccia, il vaccino è il solo strumento che abbiamo per difenderci dal virus. Tutte le altre cose le abbiamo già fatte: protocolli rigidissimi, tamponi aziendali, smart working. Il tema della sicurezza è importante, così come lo sono la libertà individuale, il diritto alla salute e il diritto al lavoro. Capisco che questo sia un tema estremamente delicato. Su Facebook non vanno per il sottile. Partono insulti, richieste di boicottaggi. Nel giro di poche ore la Sterilgarda entra nel mirino dei No Vax”.

Su Avvenire, a pagina 19, si dà notizia del rinnovo nel tessile: “Rinnovato fino al 31 marzo 2024 il contratto degli oltre 400mi1a lavoratori del tessile abbigliamento che prevede, fra l'altro, un aumento complessivo di 74 euro e misure per il welfare. L'ipotesi di accordo è stata siglata oggi, spiega una nota, dai sindacati Filctem Cgil, Femca Cisl, Uiltec Uil e le rappresentanze di Smi (Sistema Moda Italia, l'associazione industriale di settore aderente a Confindustria Moda)”.

Sullo stesso quotidiano, a pagina 19, Paolo Pittaluga si occupa poi dell'effetto Covid sui contratti aziendali: “Nel 2020 è esploso l'utilizzo dello smart-working che ha coinvolto oltre 5 milioni di lavoratori, ma è il frutto della liberalizzazione del Governo. Nella contrattazione è cambiato il peso dei settori merceologici: infatti il metalmeccanico è stato superato dai trasporti e dal commercio. L'anno scorso si è registrata la conferma della crescita delle contrattazioni aziendali nelle piccole e piccolissime imprese mentre si è invece ridotta sul 2019 quando riguardava i148% degli accordi la contrattazione sul salario che ha riguardato il 5% degli accordi. Infine, il welfare aziendale: nel 2020 gli accordi hanno subito una battuta d'arresto rappresentando il 2% contro 1132% del 2019”.

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