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Cgil al governo: subito un confronto sulle pensioni

Pensioni: il cantiere sempre aperto fa solo danni
Foto: Marco Merlini
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Ghiselli a RadioArticolo1: "Siamo in attesa di un tavolo con l'esecutivo. Quota 100 può essere una buona base di partenza, ma il limite minimo di contribuzione di 38 anni è soglia inarrivabile per donne, lavoratori del Sud, piccole imprese e precari"

“Sul fronte delle pensioni, c’è bisogno di un riequilibrio, perchè la legge Fornero è insostenibile dal punto di vista sociale per tutte le persone, e in particolare per le nuove generazioni. Va messo in conto che una riforma costa e bisogna renderla compatibile. Però la spesa pensionistica italiana non è fuori controllo ed è allineata alla media Ue. Quindi, vi sono margini per un riequilibrio, anche se il presidente dell’Inps, Tito Boeri, sostiene che se passa quota 100 - con 62 anni di età e 38 di contributi - il nostro debito sale di 100 miliardi. In ogni caso, prima di ogni decisione, vogliamo un confronto con il governo, come chiediamo da due mesi”. Così Roberto Ghiselli, segretario confederale Cgil, oggi ai microfoni di Italia parla, la rubrica di RadioArticolo1.

“In merito all’ipotesi di quota 100, la nostra idea è che, dopo i 62 anni, chiunque possa andare in pensione, sapendo che più lavori e più prendi, meno lavori e meno prendi, per una scelta individuale che fa il lavoratore, in base alle sue specifiche situazioni e condizioni. Il problema, semmai, sono il limite minimo di contribuzione di 38 anni, che per moltissime persone è una soglia insopportabile, soprattutto per le donne, per buona parte dei lavoratori del Sud, delle piccole imprese e del lavoro discontinuo".

Per non parlare dei giovani, per i quali, se rimane tale regola, ai livelli di contribuzione richiesti non ci arriveranno mai. "Dunque, quello proposto dal governo, è un ritocco alla ‘Fornero’ - che naturalmente non disprezziamo se venisse realizzato, perché dà comunque la possibilità di anticipare il pensionamento, pur pagando un prezzo di decurtazione dell’assegno previdenziale - ma non è sufficiente. Il provvedimento va integrato con altre misure che consentano, ad esempio, il riconoscimento del lavoro di cura delle donne”, ha sostenuto.

Se poi tali interventi portassero al superamento dell’Ape sociale, strumento "di cui non siamo mai stati innamorati", ma che era un primo passo in avanti, secondo il sindacalista, "ci sarebbero tantissimi lavoratori cui verrebbe meno anche quella opportunità. Sui lavori gravosi - la commissione in materia non si è ancora insediata -, ci sono quindici categorie casualmente individuate, del tutto insufficienti e c’è il problema del riconoscimento. Resta poi aperta la questione dei cosiddetti lavoratori precoci, quelle persone che hanno iniziato a lavorare a quindici-sedici anni, maturando tanti contributi prima dei 62 anni di età: è giusto mandarli in pensione dopo 41 anni di contributi”, ha continuato Ghiselli.

“Per non parlare dell’intervento da fare, di natura più strutturale, che riguarda le prospettive previdenziali dei giovani. Noi abbiamo l’idea di una pensione contributiva di garanzia, che dia risposte anche a tutti coloro che hanno carriere fragili, deboli e discontinue. Altrimenti, un domani ci sarà una parte consistente di mercato del lavoro tagliata fuori da un’anzianità dignitosa, in quanto non riusciranno a maturare una pensione che gli garantisca di superare soglie accettabili di sussistenza”, ha affermato l’esponente Cgil.

“Sul taglio delle cosiddette pensioni d’oro, siamo convinti che sarebbe più opportuno introdurre dei meccanismi di solidarietà che agiscano anche sui redditi più alti, dai 100.000 euro in su, per rafforzare le pensioni più basse e le prospettive previdenziali dei giovani. Siamo fortemente consapevoli che si possa attivare un sistema del genere, oltretutto inattaccabile da un punto di vista costituzionale, a differenza dei semplici tagli, che aprono la strada a forti contenziosi legali”, ha proseguito il segretario confederale.

Altro provvedimento, all’attenzione della commissione Lavoro e previdenza della Camera, le pensioni dei sindacalisti: "In atto c'è un attacco alle libertà sindacali del Paese, con l’obiettivo di colpire una grande istituzione democratica come il sindacato confederale, che si finanzia con i soldi dei lavoratori, attraverso deleghe liberamente sottoscritte e revocabili. Si vuol impedire tale libertà di adesione al sindacato con proposte di legge - firmatari Lega e M5S - che mirano a impedire a un lavoratore di poter fare un’esperienza come dirigente sindacale, utilizzando i distacchi e le aspettative previste dalla normativa e dalla legge 300, facendo leva su bugie".

In realtà, i trattamenti previdenziali dei sindacalisti hanno le stesse regole di tutti gli altri lavoratori, c’è una perfetta simmetria giuridica. "Altra cosa al contrario, è parlare di quei pochi casi di sindacalisti che si sono gonfiati lo stipendio in modo fraudolento, appartenenti a enti pubblici o para pubblici, e quindi anche la base di calcolo delle pensione, approfittando soprattutto della distrazione dell’Inps. Il principale danneggiato da questi comportamenti, che poi finiscono sulla stampa e alimentano campagne denigratorie, è un sindacato serio come la Cgil, che non è mai incappato in episodi del genere, ma ne è vittima”, ha denunciato Ghiselli.

Sul tema pensionistico, così come su Def e legge di Bilancio, stiamo preparando una piattaforma unitaria che sarà oggetto di discussione nelle prossime settimane nelle assemblee con i quadri e i delegati, organizzate su tutto il territorio, che poi invieremo alle nostre controparti istituzionali, governo e Parlamento. Facciamo questo, per rinsaldare il rapporto con la nostra gente, lavoratori e pensionati, ma ci serve anche per costruire il terreno utile - qualora ce ne fosse bisogno - per avviare una mobilitazione“, ha concluso il sindacalista.