“La situazione è molto difficile, anche nel rapporto con le nostre strutture territoriali. C’è grande disperazione nelle popolazioni. La prima emergenza riguarda l’accoglienza, ma subito dopo c’è il lavoro”. Così la segretaria confederale Cgil, Gianna Fracassi, oggi ai microfoni di Italia Parla, la rubrica di RadioArticolo1, di ritorno dal Centro Italia colpito dal terremoto e sommerso dalla neve. “Il sisma non ha buttato giù solo edifici, ma anche la fragile architettura istituzionale dello Stato, soprattutto dal lato di diritti essenziali come cittadinanza, salute, istruzione, assistenza sociale. Tra l’altro, parliamo di territori a volte molto isolati, popolati soprattutto di anziani. Il coordinamento delle forze in campo, auspicabile in tali contesti, non ha funzionato neanche al nostro interno fra le diverse strutture. L’eliminazione delle Province ha acuìto i problemi, rendendo assai pesante la condizione di precarietà istituzionale, che emerge proprio in frangenti come questi, dov’è indispensabile intervenire con rapidità ed efficacia. C’è poi la questione del Corpo forestale dello Stato, accorpato all’arma dei Carabinieri: è stato un errore gravissimo per quel che riguarda l’effetto diretto sul presidio del territorio – già di per sé fragilissimo -, ma anche per le ricadute sul personale. Alla fine, non ha portato quell’efficienza cui molti auspicavano sul versante delle forze di polizia e di sicurezza”, ha affermato la dirigente sindacale.

 

“Dopo oltre un decennio di tagli continui e indiscriminati al personale della pubblica amministrazione, di blocco del turn over e di spending review, la situazione è disastrosa. Ce ne siamo accorti proprio in occasione del sisma, di fronte alle emergenze sul territorio che si moltiplicano. Non si fa più prevenzione, perché ad esempio per la manutenzione delle strade non ci sono più i cantonieri sufficienti. Stessa cosa per quanto riguarda i vigili del fuoco e gli operatori della protezione civile, encomiabili nel loro operato, ma sotto organico da anni. A furia di dare addosso ai dipendenti pubblici, accusati di essere dei fannulloni e perciò inutili, ci si è accorti che, al contrario, c’è bisogno di loro in situazioni di emergenza, come quelle che stanno vivendo da mesi quattro regioni e moltissimi comuni. E allora cominciamo a restituire a quel personale la dignità del lavoro, rinnovando il contratto nazionale del pubblico impiego, fermo da otto anni, dando loro le condizioni minime per poter operare in modo efficace, aggiornando le dotazioni e i mezzi di cui dovrebbero disporre. Le reti pubbliche sono importanti, perché garantiscono i servizi minimi dei cittadini”, ha rilevato la sindacalista.

“Sul versante degli ammortizzatori sociali, bisogna rivedere il decreto legge di ottobre, estendendo a tutti i lavoratori delle zone colpite dal terremoto la possibilità di usufruire della cassa integrazione, sia essa ordinaria, straordinaria, in deroga, allungando anche i tempi di copertura della Naspi. Inoltre, va rivista la cosiddetta busta paga pesante, che sostanzialmente sarebbe la sospensione delle imposte sui redditi, perché la norma prevede una restituzione in 18 rate a partire dal settembre prossimo, ma dubito che per quella data si possa essere usciti dall’emergenza sisma e che le attività produttive di quelle zone siano già ripartite. Dunque, per evitare che quelle zone rimangano spopolate, la risposta che lo Stato deve dare è di due tipi: in primo luogo, va garantita quell’infrastruttura sociale costituita dai servizi minimi, affidandoli non solo a volontari, ma anche a dipendenti pubblici. Poi c’è il lavoro, e va fatta una grande operazione di sostegno alle attività produttive esistenti, oltreché che di attrazione verso nuove attività da insediare. Per fare tutto ciò servono gli strumenti, non solo per gestire l’attuale emergenza, ma per avviare la ricostruzione economica e sociale di quei territori. Aggiungo che deve essere lavoro buono sotto il profilo della legalità. Accelerare le modalità di appalto va bene, perché c’è necessità di dare risposte immediate, ma attenzione con le deroghe al Testo unico sugli appalti: c’è il rischio che si torni al massimo ribasso, che non è altro che lavoro povero e consente le infiltrazioni della criminalità organizzata che abbiamo visto, ad esempio, per la ricostruzione a L’Aquila”, ha concluso l'esponente Cgil.