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Elezioni 2022

Il lavoro rottamato ai tempi del Jobs Act

Roma 25 Ottobre 2014
Foto: © Marco Merlini / Cgil
Giorgio Sbordoni
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Correva l'anno 2014. Fu il Pd di Renzi, alla fine, a cancellare l'articolo 18, dando corpo alle speranze di una pletora di imprenditori che per vent'anni avevano cavalcato il sogno neoliberista di Berlusconi. Oggi, con 9,1 milioni di persone che vivono un disagio lavorativo o sono disoccupate, Tania Scacchetti della Cgil dice che quella riforma "è stata sconfitta dalla storia"

Jobs Act, ovvero come rottamare il lavoro. In principio il diavolo fu evidente nel dettaglio. Perché quella mano di inglese sul nome di una riforma concepita per abbattere le tutele fondamentali previste fino a quel momento per i lavoratori, suonò come una campana a morto sulla realtà così come l’avevamo conosciuta fino ad allora. Ma un bel gioco dura poco.

Correva l’anno 2014. La comunicazione social aveva bisogno di quel nome d’arte, Jobs Act, pieno di promesse. Un tappeto sotto al quale, in questi anni, è finito il valore del lavoro polverizzato dalla riforma. È la libertà, bellezza! Quella di licenziare quando si vuole, pagando. Soldi – pochi, per un imprenditore – in cambio di diritti. E pace per l’articolo 1 della Costituzione, per il lavoro fondamenta della Repubblica. Come disse Matteo Renzi con toni trionfalistici il 20 febbraio 2015 a palazzo Chigi, “oggi è un giorno atteso da molti anni, un giorno atteso da una generazione (i giovani, ndr), un giorno nel quale noi rottamiamo e superiamo un certo modello di diritto del lavoro. Allo stesso tempo superiamo l’articolo 18 e superiamo i co.co.co e i co.co.pro. I governi precedenti se la sono presa con i precari, noi ce la prendiamo con il precariato”. Rottamiamo. Eccola la parola magica diventata firma politica in calce a quella riforma.

Erano circa vent’anni che l’ex Cavaliere ci provava. La Cgil guidata da Sergio Cofferati il 23 marzo del 2002 aveva riempito il Circo Massimo a Roma con 3 milioni di manifestanti in difesa dell’articolo 18 insidiato dai sogni di Berlusconi. Alla fine, paradossi della storia, fu il Pd di Renzi, partito leader del centro-sinistra, a cancellare con un tratto di penna lo Statuto dei lavoratori e ad avverare i sogni di una platea di imprenditori che avevano creduto ciecamente nella stagione politica neoliberista aperta dall’uomo di Arcore.

Foto: circo massimo

“L’articolo 18 – recita la voce di Wikipedia che a sinistra suona come un epitaffio – è stato abrogato il 29 agosto del 2014, in seguito alla promulgazione e attuazione del Jobs Act da parte del governo Renzi, attraverso l'emanazione di diversi provvedimenti legislativi varati tra il 2014 e il 2016, rimanendo comunque in vigore per i soli rapporti instaurati prima del 7 marzo 2015 (data di entrata in vigore del decreto legislativo numero 23/2015) e già destinatari della tutela prevista dalla norma. Da tale data, invece, per i contratti a tempo indeterminato si applica la disciplina del cosiddetto contratto di lavoro a tutele crescenti, introdotta dallo stesso decreto legislativo n. 23/2015”.

Era cambiata la fase, l’Italia zoppicava da sei anni, assediata dalla crisi finanziaria esplosa nel 2008. Il governo tecnico del professor Monti, nel famigerato Nightmare before Christmas 2011 (letteralmente, incubo prima di Natale), aveva già affogato la previdenza in un mare di lacrime (quelle di coccodrillo della ministra Fornero) e sangue (quello dei lavoratori travolti dalla riforma). Molti analisti dissero che non avevamo fatto la fine della Grecia solo perché eravamo too big to fail (letteralmente, troppo grandi per fallire). Insomma, lo Stivale, affondando, rischiava di trascinare nel gorgo l’intera Unione europea. Ma questo “salvacondotto contro il default”, questa assicurazione (“non vi faremo fallire”) la pagammo cara. Il conto salato ci costò la stretta mortale sulle pensioni e l’abbattimento delle tutele sul lavoro. “Basta con questa legislazione iper garantista per i lavoratori, allontana gli investimenti esteri, paralizza il mondo produttivo, rallenta il Paese”, strillavano falchi e imprenditori rampanti a braccetto in tv. Detto, fatto. Tana libera tutti in materia di licenziamenti.

I politici vivono quasi sempre l’hic et nunc, un perenne qui e ora senza conseguenze a lungo termine, e quando è tempo di bilanci c’è sempre modo di buttarla in caciara. Difficile chiedere oggi ai protagonisti di quella stagione, a partire da Renzi, perché nel 2022 l’Italia è il Paese della Ue con la quota di lavoratori precari più alta, per dirne una. Servono i dati? Gli ultimi li ha elaborati la scorsa settimana la Fondazione Di Vittorio. Altro che Jobs Act. Sono 3,2 milioni i lavoratori precari. 4,8 milioni a part-time o tempo determinato involontario oppure occupati sospesi, in cassa integrazione o inattivi. 9,1 milioni se a questi ci aggiungiamo anche i disoccupati. Tra i disagiati del lavoro, 3,5 milioni sono under 34. E così, otto anni dopo la riforma che avrebbe dovuto mettere il turbo alla nostra occupazione, la campagna elettorale discute ancora – maledettamente troppo poco – di come rallentare la precarietà e far ripartire il lavoro serio e di qualità.

La verità la ritroviamo, nuda e cruda, nelle parole di Tania Scacchetti, segretaria confederale della Cgil: “Il Jobs Act è stato sconfitto dalla storia”. A fallire è stato, prima di tutto, il suo “impianto culturale, che ha danneggiato moltissimo il mondo del lavoro perché ha introdotto la logica della piena centralità dell’impresa a detrimento del sistema di tutele e protezioni sociali”. In poche parole, ci ha detto la dirigente di Corso Italia, “ha assecondato una teoria secondo cui per continuare a essere competitivi nella globalizzazione bisognava eliminare vincoli e diritti ormai considerati privilegi”.

Foto: Simona Caleo

La strada più eclatante è stata quella di liberalizzare i licenziamenti. “Una scelta propagandata con due argomenti: quello delle imprese straniere che non investivano nel nostro Paese perché la normativa tutelava troppo i lavoratori e quello del nanismo delle aziende, ricondotto al fatto che l’articolo 18 non si applicava sotto i 15 dipendenti. E fu così che si sommò – ricorda Tania Scacchetti – una scelta ideologica a una forte incentivazione dei contratti a tempo indeterminato, gonfiando nei primi tempi una bolla occupazionale che, al termine degli incentivi, scoppiò, rivelando la fragilità strutturale di questi nuovi contratti”.

Il bilancio, a otto anni dal varo della riforma, è quello di “un lavoro che non è più al centro, ma è dipendente da altre variabili e a quelle soggetto. Dalle priorità delle imprese all’idea di competere ragionando puramente in termini di costi, scaricando sui lavoratori il peso di queste strategie. Per assecondare le richieste delle aziende – afferma la segretaria nazionale della Cgil – il lavoro in questi anni è diventato più povero, marginale, l’idea che è passata è che basta lavorare e solo dopo, in caso di crescita e profitti, vengono i diritti. Un messaggio sbagliato anche dal punto di vista economico, perché favorisce una logica di permanenza nel sistema di imprese che competono esclusivamente svalutando il lavoro e le sue tutele”.

Licenziamenti, demansionamenti facili, controllo stringente dei lavoratori, “quello del Jobs Act è stato un forte attacco dritto al cuore dello Statuto che era stato costruito proprio su quei tre pilastri. Lo hanno considerato uno strumento vecchio e inadeguato e hanno pensato che sottraendo diritti a lavoratori considerati privilegiati si sarebbe consentito un allargamento di quegli stessi diritti. In realtà il mondo del lavoro è diventato un posto più povero per tutti. E politicamente quella scelta ha segnato una profonda frattura ideale tra una parte che era nata e cresciuta con la missione di proteggere i lavoratori e i lavoratori stessi”.

“Su questo tema – ci dice Tania Scacchetti – non c’è un dibattito adeguato nel nostro Paese, ma è vero che negli ultimi anni si è mossa una sensibilità diversa. Credo anche per il grande sforzo compiuto dalla Cgil. Se oggi si parla di qualità del lavoro e non solo di quanti nuovi posti di lavoro vengano registrati di volta in volta dall’Istat, il merito è da ricondurre anche alla nostra attività”.

Foto: Marco Merlini

Nel 2014, e in tutto questo tempo, fino ai giorni nostri, solo la Cgil, fedele alla propria posizione, è rimasta nella trincea ideale di quel Circo Massimo pieno come un uovo vent’anni fa. Mentre il partito guida del centro-sinistra faceva un deciso passo a destra, il quadrato rosso guidato da Susanna Camusso organizzò scioperi e manifestazioni contro la riforma. Restano nel cuore le immagini di Piazza San Giovanni il 25 ottobre 2014, quando un milione di persone si ritrovò sotto al palco per protestare contro la riforma e chiedere “lavoro, dignità e uguaglianza”.

Foto: Simona Caleo/Cgil

Il sindacato di Corso Italia non si limitò a questo. Portò avanti una proposta concreta di riforma del mercato del lavoro attraverso una legge di iniziativa popolare che raccolse un milione di firme, la Carta dei diritti universali delle lavoratrici e dei lavoratori, e si impegnò anche in una campagna referendaria che aveva lo scopo di abrogare gli effetti della normativa. Quella stessa Cgil ha agito in tutti questi anni, attraverso la contrattazione, in ogni sede possibile al fine di sottoscrivere accordi che derogassero alla cancellazione delle tutele operata dal Jobs Act. Promuovendo e sostenendo attraverso i propri servizi e i propri avvocati numerose cause legali nelle quali, alla fine, il lavoratore vittima di licenziamento ha ottenuto la reintegra sul posto di lavoro. Senza contare che, proprio grazie a queste azioni, ai ricorsi e all’attenzione tenuta alta dalla Cgil, varie sentenze, anche della Corte Costituzionale, hanno bocciato o indebolito, a più riprese, elementi della riforma.

Oggi, a pochi giorni dalle elezioni del 25 settembre, il leader attuale del Pd, Enrico Letta, ha twittato di voler archiviare il Jobs Act e di voler abbracciare il modello recentemente approvato in Spagna, una legislazione che parte dal principio secondo cui il contratto di lavoro deve essere, di regola, a tempo indeterminato, salvo due sole eccezioni legate a esigenze produttive o alla sostituzione di altri lavoratori. 

Che fine farà il lavoro in Italia nessuno lo sa. Tra Covid, crisi energetica appena iniziata, crisi alimentare, inflazione, guerra, elezioni alle porte, difficile azzardare un pronostico. Speriamo soltanto che, qualunque cosa avverrà – se avverrà – dopo il Jobs Act e questa sbornia neoliberista, il lavoro povero, svilito, concesso, rottamato, frammentato e purchessia torni a essere il motore dello sviluppo economico e sociale, in un Paese che ha sempre più bisogno di prospettive e di futuro.