Puntata n. 8 - A Ischia la valanga di fango ha causato morti, feriti, dispersi e sfollati. Tra rischio idrogeologico, abusivismo e condoni, consumo di suolo e cambiamenti climatici, le ragioni del disastro sono sempre le stesse: avidità, corruzione e ignoranza

Dal fango di Ischia non si salva nessuno

Tra rischio idrogeologico, abusivismo e condoni, consumo di suolo e cambiamenti climatici. Dai governi e dai parlamenti degli ultimi trent’anni e forse più ai presidenti di regione, ai sindaci, tranne rare eccezioni che hanno provato a predicare nel deserto, a semplici cittadini, residenti, turisti, costruttori, operai, che hanno chiuso gli occhi e non si sono impicciati, ognuno porta sulle spalle un pezzo più o meno grande della responsabilità di quello che è successo. Morti, feriti, dispersi, sfollati, un’isola di paradiso a tratti cancellata dalla furia dello smottamento. Mentre piove sul bagnato si cercano ancora corpi. Le ragioni invece di questo disastro è inutile cercarle, le conosciamo tutti da sempre: avidità, corruzione e ignoranza.

Sprofondo Sud

Le stime della Svimez, l’Associazione per lo sviluppo del mezzogiorno, prevedono mezzo milione di poveri in più nel Meridione e una crescita dimezzata. E il governo propone la solita minestra riscaldata. Il sassolino del direttore di Collettiva, Stefano Milani.

Mappazzone meridionale. Prendi una terra dimenticata da Dio, versaci dentro anni di promesse e razzie. Amalgama bene con una dose generosa di raffinato perbenismo. E impreziosisci il tutto con scaglie di sana italica retorica. Quello che esce fuori è un morbidoso sufflè made in Sud da assaporare con cura per non rischiare l’intossicazione politico-alimentare. La grande abbuffata degli ultimi decenni bussa puntuale allo stomaco di amministratori locali troppo voraci e politici ingordi di banchetti elettorali. A chiamare i Nas stavolta è la Svimez che nel suo ultimo rapporto chiede al governo di cambiare almeno gli ingredienti per non assistere al solito menu da bettola sulla Statale. Fatto di pasta alla norma precaria, linguine di futuro contro lo scoglio e fritto misto di povertà. Ma dalla cucina di palazzo Chigi l’unica portata stellata indicata dalla chef sovranista è un mappazzone di autonomia differenziata cotto al sangue con vista Ponte sullo Stretto. Buon reflusso gastroesofageo a tutti.

Sempre al servizio dei più forti

Colpisce un passaggio delle parole con cui la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, difende la nuova manovra dalle critiche: “Non disturbare chi produce”. Colpisce che questa frase sia stata pronunciata davanti alla platea di Confindustria. Colpisce quanto appaia debole e sottomesso agli interessi degli imprenditori il nostro governo. Colpisce per la solerzia che traspare dalla scelta di quelle parole: non disturbate gli imprenditori con le vostre sciocchezze, loro sì che fanno cose serie e importanti. Eccola, senza veli, nuda e cruda, la linea politica di questa estrema destra.

Dopo di noi il deserto

È successo davvero questo a Termini Imerese. Ormai lo conferma persino la sentenza di primo grado del processo per bancarotta, ultimo atto della vicenda Blutec, vertenza senza fine della provincia di Palermo. Roberto Ginatta, amministratore delegato, è stato condannato a sette anni di reclusione per la mancata reindustrializzazione del sito e per la sottrazione di finanziamenti stanziati per questo da Mise e Invitalia e per i danni procurati a Regione, a Invitalia stessa e ai lavoratori. 11 anni esatti dopo quel 24 novembre 2011, quando Fiat decise di chiudere la fabbrica. Da allora gli operai sono in cassa integrazione in attesa di un lavoro. Una promessa che non è mai stata mantenuta.

Campi di lavoro

Sono 230mila i lavoratori irregolari in agricoltura, oltre il 34% di tutti gli occupati del settore. A dirlo il VI Rapporto agromafie e caporalato, il report realizzato da Flai Cgil e Osservatorio Placido Rizzotto. Il lavoro nero cresce tra le donne, arrivate a quota 55mila. Su 820 milioni di ore lavorate all’anno, 300 sono irregolari. Maglia nera a Puglia, Sicilia, Campania, Calabria e Lazio, dove la percentuale di chi lavora fuori dalle regole tocca punte del 40%. Dietro alla nostra frutta e alla nostra verdura, anche alla più bella e alla più buona, spesso si nasconde il marcio.

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