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Il martire

Il caso Rocco Girasole

Ilaria Romeo
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Si può morire a vent'anni. Si può morire con una bandiera in mano e sognando un'occupazione. Rocco Girasole morì così, ucciso dalla polizia in un inverno freddissimo come quello del 1956, durante uno sciopero alla rovescia per rivendicare giustizia, pace e lavoro. Ne nacquero interrogazioni parlamentari e inchieste giudiziarie. Ma per lo Stato, paradossalmente, i colpevoli furono gli scioperanti

Il 13 gennaio 1956 a Venosa - nella Basilicata degli anni Cinquanta, una terra segnata dalla povertà, dalla disoccupazione, dall’emigrazione - durante uno sciopero alla rovescia, un giovane bracciante, Rocco Girasole, viene ucciso dalla polizia. All’episodio farà seguito la repressione giudiziaria. Verranno arrestate 35 persone. Il processo - cominciato il 17 giugno 1957 - si concluderà con 12 condanne, per un totale di 19 anni di reclusione a danno degli scioperanti.

“Si risponde di nuovo col piombo al Mezzogiorno che chiede lavoro - scriverà l’Unità - La polizia spara sui disoccupati. Un giovane ucciso e altre 6 persone ferite. La carica contro i 300 disoccupati che stavano attuando uno sciopero a rovescio. Un tenente dei carabinieri aveva sconsigliato al commissario di Ps l’intervento. Tra i feriti un vecchio e un tredicenne, in gravi condizioni”.

Volevamo solo lavorare - continuano a ripetere i testimoni di quella terribile giornata - Forse per il ministro Tambroni non avevamo quel diritto, non eravamo persone, non eravamo esseri umani”. 

Cinque giorni più tardi, il 18 gennaio, i deputati Pajetta, Amendola, Alicata, Bianco, Grezzi e Scappini presentano alla Camera dei deputati un’interrogazione parlamentare “per sapere quali misure siano state prese contro il commissario di pubblica sicurezza e gli altri responsabili dell’episodio di criminosa violenza in cui ha trovato la morte il giovane bracciante ventenne Rocco Girasole di Venosa e sono stati gravemente feriti numerosi altri lavoratori, fra i quali due ragazzi di 15 anni e una ragazza diciottenne; e per sapere altresì quali provvedimenti di urgenza si intendono prendere per affrontare la drammatica situazione di miseria e di disoccupazione in cui versano larghissimi strati delle popolazioni meridionali e sulle quali da settimane richiama l’attenzione del Parlamento e del Governo l’esasperata protesta dei disoccupati di ogni regione del Mezzogiorno”.

La verità - è la triste constatazione di Alicata - è che se si vogliono impedire questi, che sono veri e propri assassini, veri e propri omicidi (come è stato autorevolmente scritto dalla parte più ragionevole della stampa italiana, quella più sensibile a sentimenti di umanità e di giustizia, come la stampa nostra ed anche - lo riconosco - una parte, seppure molto sottile, della stampa cattolica), si deve agire di fronte a questi episodi in modo ben diverso da come vorrebbero coloro che hanno approvato il documento lettoci dall’onorevole Pugliese. La verità è che nessuno di coloro che in tutti questi anni hanno assassinato lavoratori inermi è stato perseguito. Mandate in tribunale, come reo di omicidio, e di omicidio premeditato, il poliziotto che spara sui lavoratori, e vi assicuro che incidenti di questo genere non si verificheranno più, e voi non dovrete più ricorrere alla menzogna delle bombe non in dotazione alla pubblica sicurezza, o delle rivoltelle trovate sul luogo del delitto. Che cosa è accaduto dei procedimenti a carico di coloro che hanno sparato a Melissa, a Montescaglioso, a Torremaggiore, a Modena? Noi non permetteremo che anche questa volta questa ricerca di responsabilità faccia la stessa fine. Per questo noi esigiamo che le indagini sui fatti di Venosa siano condotte seriamente e fino in fondo da un organismo che possa svolgerle dando garanzia di imparzialità. Detto questo, non mi posso fermare qui, perché purtroppo l’episodio di Venosa non è un episodio isolato. Pochi giorni prima dei fatti di Venosa, a Rotondella, la polizia è intervenuta: non ha sparato, ma ha lanciato bombe lacrimogene (come del resto ha fatto anche a Venosa prima di iniziare la sparatoria), ha bastonato, ha ferito e contuso numerosi lavoratori. Ieri a Nova Siri, a pochi passi da Venosa e da Rotondella, la polizia è di nuovo intervenuta. Quattro o cinque giorni fa a Melissa - un comune che ella, onorevole sottosegretario, conosce abbastanza bene - di fronte a una manifestazione di gente senza lavoro, un maresciallo di pubblica sicurezza che ella conosce bene perché è del suo paese, di Cirò, ha detto che egli aveva già sparato una volta a Melissa e che se i lavoratori non l’avessero finita con le loro agitazioni, egli sarebbe stato disposto a sparare di nuovo.

“È ora, signori del Governo - conclude il deputato - di comprendere che ancora una volta ciò che il Mezzogiorno vi grida: giustizia, lavoro e pane! Rispondendo a questo grido con i gas lacrimogeni, con le bastonate, con le raffiche intimidatrici e omicide, voi vi mettete veramente su una cattiva strada. Si tratta, invece, di esaminare a fondo la situazione, di fare un bilancio, di dare un giudizio su ciò che nel Mezzogiorno non è stato realizzato; si tratta di rendersi conto del fatto che ci si è mossi in limiti troppo ristretti e in una direzione sbagliata per quanto riguarda la questione della terra, e che non si sono create ancora delle nuove fonti stabili e permanenti di occupazione. Già qualche preannuncio di questa grave situazione si era avuto l’inverno scorso, e quest’anno esso si è ripetuto in forme aggravate. Vi sono nel Mezzogiorno migliaia e migliaia di braccianti e di operai edili disoccupati. Vi sono migliaia e migliaia di assegnatari degli enti di riforma carichi di debiti e di fame. (…) Sono questi, signori del governo, i problemi che bisogna affrontare e risolvere”.

Sono questi i problemi che bisogna affrontare e risolvere. Anche oggi, verrebbe tristemente da dire.