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Analisi

Calo demografico. Tutta colpa del Covid?

Foto: Ella (da Flickr)
Fulvio Fammoni
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I residenti in Italia diminuiscono da tempo: la pandemia ha esasperato una tendenza già in atto. Cala anche l'aspettativa di vita. Per invertire il trend occorre mettere al centro il welfare

Circa un anno fa, sulla base delle prime previsioni Istat, commentavamo gli effetti della pandemia sulla demografia in Italia. Il rapporto Istat del I°trimestre 2020, pur rilevando effetti già molto gravi, riguardava poco più di un mese dall’avvio del contagio. Il successivo divenire degli effetti è stato molto più elevato di quanto preventivabile in quella fase.

Il totale dei residenti in Italia continua da tempo a diminuire. Al 1° gennaio 2020 la popolazione residente è di 59,64 milioni; nel 2018 era di 60 milioni e 360 mila e nel 2014 di oltre 60 milioni e 800 mila; il calo è impressionante e fa riferimento al periodo pre-Covid.

La crisi demografica era già dunque legata a fattori che continuano ad operare e si incrementano: saldo naturale negativo, crescente numero di italiani che emigrano, calo dell’immigrazione. L’effetto virus è un ulteriore drammatico moltiplicatore. Se nei primi due mesi del 2020 il numero dei decessi era addirittura in miglioramento rispetto al 2019 (-6,6% il dato medio nazionale), da fine febbraio la situazione si capovolge. Al 31 marzo i decessi totali salgono a 90.946 contro 65.582 dello stesso periodo della media degli anni precedenti, ben 25.364 in più in quei 40 giorni. 

Nel 2019 il numero dei decessi era stato di circa 647 mila unità, le previsioni precedenti al Covid per il 2020 che indicavano un piccolo incremento su base annuale sono saltate e si sono collocate al punto più alto della forbice previsto a marzo (da un minimo di +38 mila unità ad un massimo fra 80 e 90 mila unità). Al 31 dicembre 2020, infatti, si sono alla fine registrati circa 76 mila decessi attribuibili al Covid, dati che come purtroppo sappiamo hanno attualmente appena superato le 100 mila persone. Per classi di età l’aumento dei decessi riguarda per oltre il 70% la popolazione da 80 anni in su e per un altro 20% circa quella fra 65 e 79 anni.

Dati drammatici che oltre ad un influsso pesantissimo sul numero totale dei cittadini, modificano un assunto ormai dato per scontato da molti anni: la crescita dell’aspettativa di vita. Da una speranza di vita di 83,2 anni alla nascita e di 20,8 anni dal 65° anno di età si stimava a marzo un calo di 6 mesi ad un anno. I dati Bes (quelli che misurando il benessere equo e sostenibile) certificano definitivamente che nel 2020 il calo è quello dello scenario peggiore. Pur rimanendo l’Italia uno dei paesi più longevi al mondo, la diminuzione su base annua è impressionante: cancella in un solo anno tutti i guadagni di prospettiva di vita dell’ultimo decennio e purtroppo con l’andamento in atto nel 2021, la curva può ancora peggiorare. 

Ovviamente, per esaminare gli scenari demografici l’altro dato di fondo è quello della natalità. Nel 2019 erano previste circa 435 mila nascite su base annua che confermavano come l’ormai continua caduta di natalità in Italia aveva registrato un picco particolarmente negativo (questo è un riferimento importante) con la crisi del 2008 e negli anni seguenti. Il dato effettivo è ancora più basso, si attesta nel 2019 a 420 mila nascite, 20 mila in meno sul 2018 e quasi 160 mila sul 2008. Perché ragionare anche a proposito della natalità, dell’effetto virus e della crisi del 2008?

Perché l’aggravamento di scenari sanitari, economici, dell’occupazione e quindi della fiducia nel futuro, hanno sempre giocato un ruolo fondamentale nelle scelte delle persone e delle famiglie. Senza gli ulteriori effetti distorsivi che la pandemia propone per il 2020 lo scenario di nascite previsto era sostanzialmente invariato, ora cosa succederà?

È prevedibile un nuovo calo. I fattori che possono interagire oltre a quelli sociali, di parità e conciliazione già esistenti, si possono ricomprendere in due grandi aspetti: l’aumento del clima di incertezza e paura; le crescenti difficoltà economiche e lavorative. Numerosi esempi nel tempo, con condizioni simili, sono sfavorevoli e per ultimo il parallelo con il 2008 conferma che ad un calo di fiducia nel futuro corrisponde un regresso nelle nascite. La linea dall’allarme è quella del confine simbolico ma importante dei 400 mila nuovi nati annui a cui già nel 2020 potremmo arrivare.

In attesa di ulteriori dati, alcune considerazioni conclusive sulla base di quanto finora elencato e dei dati Bes che l’Istat ha pubblicato. Che futuro ha un paese in cui contemporaneamente cala la popolazione, l’occupazione e diminuisce la base produttiva? Tutte le diseguaglianze con la pandemia si sono accentuate e parallelamente molti dei progressi degli ultimi anni si sono azzerati. Si è finora parlato specificamente del tema demografico e della priorità salute, ma gli indicatori Bes (alcuni dei quali al secondo trimestre 2020 e quindi passibili di ulteriori peggioramenti) parlano – fra l’altro – di un forte aumento della povertà assoluta (dopo un 2019 finalmente in riduzione), di un calo degli occupati e di una fortissima preoccupazione per la disoccupazione futura, di un arretramento generale nel campo dell’istruzione a partire da un aumento dell’abbandono scolastico e così via.

Fino al delicato capitolo delle relazioni sociali che probabilmente da una successiva e approfondita lettura dei dati registrerà differenze tra i primi due trimestri e quelli successivi in cui si è acuito, ed è stato più visibile, un cambiamento nel modo di pensare e di comportarsi delle persone, sulla base del peggioramento delle condizioni materiali, delle insicurezze e delle paure con aumento di rabbia e insofferenza.

Va però ricordato e sottolineato come questi effetti si innescano e acuiscono problemi, ritardi e scelte sbagliate già da troppo tempo in atto. Se il peggioramento ha riguardato tutti i paesi europei, in Italia è stato proprio per questo più pesante e ha allargato le nostre differenze negative con molti dei parametri medi della Ue.

Esamineremo tutti i dati Bes con una successiva e più dettagliata analisi. Mi soffermo in questo caso solo su un aspetto. È evidente che bisogna ribaltare tutte queste tendenze, quelle attuali e quelle precedenti. Riemerge in modo centrale il ruolo del welfare, in primo luogo ovviamente la salute, non solo come aspetto fondamentale di speranza nel futuro ma come vero e proprio motore di un nuovo sviluppo a partire dal ruolo pubblico.

Tutte le spese pubbliche per prestazioni sociali e sanitarie hanno subito un rallentamento importante fra il 2009 e il 2019. Per far fronte alle crisi e alla difficoltà di finanza pubblica, come è noto, si è sempre scelta la via dei tagli e dell’austerità e la sanità è tornata ai livelli percentuali di spesa pubblica degli anni 90 con, al suo interno, un calo sull’attività ospedaliera e territoriale, rappresentato dalle enormi difficoltà di quest’ultimo anno legato ai tagli nei posti letti, nelle terapie intensive e al calo del numero del personale ospedaliero. In questo momento tutti parlano del suo ruolo insostituibile e di investimenti e rilancio, ma durante le precedenti crisi è andata in modo diverso, capiremo la lezione o sarà ancora così passata l’emergenza?

È un banco di prova fondamentale dei futuri piani nazionali ed europei a partire dal Recovery plan, anche perché influisce su molti dei fattori necessari per la ripresa: salute, investimenti, tecnologie, occupazione, povertà, fiducia e, conseguentemente, è elemento chiave per avviare una nuova fase positiva della demografia italiana. 

Fulvio Fammoni è presidente della Fondazione Di Vittorio – Cgil