La bozza di referendum propositivo avanzata dal Movimento 5 Stelle, in discussione dall'autunno in Commissione affari costituzionali alla Camera, e su cui questa settimana la Commissione discuterà e approverà eventualmente gli emendamenti, “ha due elementi di grandissima criticità. Il primo riguarda l’abolizione del quorum. L’altro è, in qualche misura, ancora più grave: il testo base della riforma, infatti, prevede la possibilità che si ricorra a un referendum propositivo qualora 500.000 elettori presentino una proposta di legge. Ma l'elemento chiave che si introduce è l’obbligo, per le Camere, non di discutere il testo, ma di approvarlo. E’ un elemento non banale negli equilibri istituzionali”. Così Giordana Pallone (Cgil) ai microfoni di RadioArticolo1, durante la puntata odierna di Italia Parla.

 

“Entro 18 mesi – prosegue Pallone -, nel caso in cui le Camere non dovessero approvare il testo, si ricorre al referendum. Nel caso in cui le Camere dovessero modificare il testo e i promotori decidessero che le modifiche non fossero conformi alla volontà degli altri 500mila elettori firmatari (quindi c'è anche un'attribuzione impropria ai promotori, che ovviamente non sono 500.000, possono essere anche cinque), si ricorre al referendum senza quorum tra i due dispositivi di legge, cioè si mette nelle mani di una potenziale minoranza di elettori la facoltà di scegliere tra un testo approvato dalle Camere che rappresentano la maggioranza degli elettori, in quanto elette a suffragio universale e diretto, e una proposta prodotta da 500.000 cittadini su 60 milioni di italiani”.

Con “l'assenza di quorum – approfondisce Pallone –, diamo nelle mani di una minoranza la facoltà di introdurre un dispositivo normativo che vale per tutti. Ma fatto ancora più grave è la contrapposizione tra un testo approvato dal Parlamento, sede della sovranità popolare e della rappresentanza, e il testo approvato da una minoranza di elettori”.

“E’ vero che c'è un problema – ammette Pallone – nel ricevimento delle proposte di legge di iniziativa popolare da parte delle istituzioni parlamentari. Noi come organizzazione sindacale ne sappiamo qualcosa, avendo presentato una proposta di legge di iniziativa popolare che ancora giace in Parlamento (la Carta dei diritti, ndr). Ma basterebbe cambiare i regolamenti parlamentari per risolvere questo problema. Si introduce un dispositivo nei regolamenti, senza toccare la Costituzione, che impegna le Camere a discutere, non ad approvare”, una determinata proposta di legge.

Dunque, conclude la dirigente Cgil, si tratta di “una risposta sbagliata e molto pericolosa a un problema sicuramente oggettivo, e riconosciuto da tutti, riguardo ai nuovi strumenti di partecipazione dei cittadini. E’ importante discutere su come aggiornare la partecipazione democratica. Però deve essere democratica, non si può mettere nelle mani di una minoranza la capacità di delegittimare il Parlamento e di approvare leggi che poi valgono per tutti”.