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L'intervento

I primi effetti del post-Covid sull'economia

Foto: Alexas_Fotos (da www.everypixel.com)
Ernesto Geppi
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È ancora presto, ma i dati di giugno suggeriscono che il virus lascerà un segno duraturo. Sul fronte lavoro non c'è risveglio. Ma le vendite al dettaglio risalgono e mostrano una ridefinizione dei comportamenti di consumo

I dati economici di giugno, insieme ai primi segnali di vivacità dopo la batosta del Covid, sembrano evidenziare anche alcuni riposizionamenti che per ora vale la pena segnalare, ma che andranno comunque letti con attenzione nei mesi a venire. Almeno in questa fase iniziale sembra che il passaggio del Covid sia destinato a lasciare un segno duraturo, anche perché con l’emergenza (e con i suoi effetti) ci dovremo convivere ancora per un po’.

Sul fronte del lavoro apparentemente non c’è risveglio. Nel mese di giugno secondo le stime mensili dell’Istat basate sulla rilevazione delle forze di lavoro l’andamento dell’occupazione ancora non ha invertito la curva discendente avviatasi a marzo e sviluppata ad aprile, con le fasi più acute dell’emergenza. Il tasso di occupazione pur rallentando la caduta si attesta a 1.5 punti percentuali sotto il valore di febbraio, mentre il tasso di attività è ancora sotto di due punti. Il tasso di disoccupazione, che con il Covid è crollato perché erano diventate impossibili le azioni di ricerca attiva - paradosso esclusivo dei bizantinismi del mercato del lavoro italiano -, non è ancora risalito ai livelli pre-Covid: la crisi indotta dal virus si misura dunque sul crollo dell’occupazione e sull’aumento dell’inattività.

A giugno ci sono ancora 600 mila occupati in meno rispetto a febbraio (misurato sui dati destagionalizzati), di cui 330 mila donne e 364 mila dipendenti a termine. Ci sono inoltre 730 mila inattivi in più, di cui 400 mila donne e 450 mila giovani sotto i 35 anni. In realtà il numero di occupati langue anche perché, giustamente, anestetizzato dal ricorso agli ammortizzatori sociali. Tuttavia è in corso il riassorbimento delle ore effettivamente lavorate, sempre più variabile chiave per descrivere gli andamenti dell’occupazione, specie in questa fase. Ad aprile 2020, in piena chiusura Covid, le ore lavorate sono scese del 36% rispetto ad aprile 2019: in media parliamo di oltre 280 milioni di ore lavorate in meno alla settimana. A maggio la perdita si è dimezzata: poco più di 150 milioni di ore lavorate perse in media ogni settimana rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, e cioè il 18% in meno.

A giugno un ulteriore quasi dimezzamento: 90 milioni di ore lavorate in meno alla settimana (-11% rispetto a giugno 2019). Alla contrazione di giugno rispetto allo stesso mese dell’anno prima contribuiscono in parti uguali la riduzione del numero di ore lavorate pro-capite da quanti effettivamente lavorano (quasi tre ore in meno alla settimana, soprattutto a causa delle difficoltà dei lavoratori autonomi), l’aumento delle ore perse dagli occupati assenti dal lavoro (700 mila individui in più a zero ore) e la riduzione del numero complessivo di occupati (770 mila occupati in meno).  Attraverso la semplice algebra si può stimare che, sempre a giugno, per recuperare il livello del monte ore lavorate dell’anno prima con il pro-capite orario del mese corrente ci sarebbero voluti circa 2,5 milioni di occupati presenti sul lavoro in più, e cioè 1,8 milioni di occupati netti in più. Questo obiettivo ovviamente il nostro mercato del lavoro se lo sogna, anche perché continua a scendere di tono.

Non avviene però lo stesso per gli altri indicatori economici rilasciati dall’Istat, i quali mostrano segni evidenti di risalita, anche piuttosto netti: non recuperano del tutto rispetto al pre-Covid ma almeno invertono chiaramente la tendenza. Ad esempio, le vendite al dettaglio vengono stimate in risalita a giugno del 12% rispetto a maggio (dato destagionalizzato). Su base annuale si tratta del 2,2% in meno rispetto a giugno 2019, con una crescita positiva dei comparti alimentare, informatica, telefonia, mobili e arredamento, e negativa per tessili e calzature. È in atto dunque una ridefinizione dei comportamenti di consumo, bisognerà vedere in che misura sarà duratura.

Per inciso sul fronte dei prezzi l’inflazione è quasi a zero, drogata dal ribasso dei prodotti energetici: l’indice armonizzato europea (Ipca) a luglio segna un +0,8% rispetto a un anno prima, un dato frutto di una compensazione fra gli alimentari non lavorati al +4,7% e i carburanti al -13.8%. La produzione industriale a giugno cresce dell’8,2% rispetto a maggio, mese nel quale era rimbalzato di oltre il +40% dopo il disastro di aprile. Tuttavia, nonostante il doppio rimbalzo, rimane ancora sotto del 13% rispetto allo stesso mese del 2019. Il rimbalzo oltretutto non è uniforme: i settori più critici sono tessile e abbigliamento, mezzi di trasporto e raffinazione, tutti ben al di sotto del -20% rispetto a un anno prima.

Anche export e import hanno ripreso a crescere a giugno, rispettivamente del 14,4% e del 16,1%. Sull’export resta da colmare un gap tendenziale del 12% circa rispetto a giugno 2019, una bella risalita comunque dopo il -30% di maggio e il -41,5% di aprile. Anche in questo caso il rimbalzo non è uniforme: vanno bene i prodotti elettronici e quelli alimentari mentre presentano il segno meno raffinazione, mezzi di trasporto e metallurgia. Il saldo commerciale tutto sommato tiene assai: dovrebbe assestarsi a giugno sui 5,7 miliardi di attivo, in lieve arretramento rispetto ai 6,2 miliardi dello stesso mese dell’anno precedente.