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Lazio

La fatica e l'impegno

Roberta Lisi Mauro Desanctis
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Responsabilità e dialogo con i sindacati sono gli strumenti messi in campo per provare a recuperare il tempo perso in anni di commissariamento. E di abbandono dello spirito della riforma del 1978

 

 

 

In una situazione di pandemia la malattia contagiosa che colpisce un singolo non è più un fatto individuale ma riguarda l’intera collettività. Il dato clinico diagnosticato deve trovare immediatamente la possibilità di essere trasmesso a un centro di raccolta dati. Solo così si può affrontare e contenere una malattia che è collettiva, sociale e come tale va affrontata”. Questa la riflessione di un anziano medico che ha speso tutta la vita professionale nella sanità pubblica, in un servizio territoriale (quando c’erano e si cercava di farli funzionare), in un grande ospedale della capitale. Serve, sarebbe servito, un salto culturale. O forse sarebbe bastato che la riforma del 1978, ministra della Sanità Tina Anselmi e tra i più accaniti costruttori in Parlamento Giovanni Berlinguer, non venisse svuotata. Il fallimento del tracciamento nasce da questo mancato salto culturale, dallo svuotamento dei servizi di igiene pubblica e prevenzione del servizio sanitario. Un esempio? La Regione Lazio ha autorizzato un certo numero di laboratori di analisi privati a effettuare a tariffa concordata di 22 euro, i test antigenici rapidi per individuare la positività al Covid 19. E fin qui tutto bene. Il punto è che l’esito del test rimane una questione privata e individuale tra il singolo “paziente”. La struttura che esegue l’esame non ha l’obbligo di trasmettere l’esito al Ssr. Al più avvisa il paziente che, in caso di positività, lui ha l’obbligo di comunicarlo al medico di base che dovrà prescrivere un tampone molecolare. Epidemiologia, prevenzione, salute collettiva non abitano qui.

Certo, rispetto al 9 marzo molto si è fatto: basti pensare che allora si riuscivano a fare non più di 2000 tamponi al giorno, ora se ne realizzano quasi 28mila nei 63 drive in attivati in Regione. Nonostante questo sforzo molti sono i focolai fuori controllo e il tracciamento è davvero difficile.

Prevenzione, epidemiologia, salute pubblica sono tutte attività di competenza della sanità di territorio. Proprio questo ambito è assolutamente insufficiente e per nulla potenziato durante l’estate quando, cioè, il coronavirus non era così dirompente. Lo afferma Natale Di Cola, della segreteria della Cgil di Roma e del Lazio, lo conferma il dottor Salvatore Trovato, oggi medico in pensione ma richiamato in servizio per “dare una mano”. Ha trascorso tutta la sua vita professionale nel territorio, in uno di quei presìdi nati ancor prima della riforma del '78, i consultori familiari furono istituiti nel ’75. È andato in pensione, dicevamo, ed è tornato in servizio con un contatto di prestazione professionale a partita Iva nel distretto di Bracciano, provincia di Roma: “I medici di territorio non ci sono più sono andati tutti in pensione e non sono stati sostituiti ed allora sono tornato ad aiutare. Oggi tra i miei compiti c’è quello di tenere i rapporti con i medici di base e coordinare il loro lavoro proprio rispetto al Covid".

Ancora è Natale Di Cola a raccontare della debolezza del territorio: “La presa in carico dei pazienti è praticamente inesistente, per non parlare dell’assistenza domiciliare. Non condividiamo, poi, affatto la scelta della Regione di far dipendere le Uscar, che in ogni caso sono poche, da un coordinamento regionale e non dai distretti. E non esistono nemmeno o quasi le case della salute”. Ovviamente questi sono limiti che esistevano anche prima che il coronavirus cominciasse a diffondersi, ma è evidente che la loro esistenza rende più difficile il contrasto. “Ad esempio – dice ancora il dirigente sindacale – quanti sono i lavoratori e le lavoratrici asintomatici che a casa attendono l’esito del tampone negativo per tornare a lavorare? Ci vogliono giorni prima di avere il risultato dopo, essere riuscito a farlo”.  

I numeri sono lì a raccontare. Nel Lazio vivono circa 5 milioni e 6mila persone, sono attualmente positivi in 85.796 con un incremento nelle ultime 24 ore di 2.509. Il 24 novembre erano occupati il 37% dei posti di terapia intensiva (il 43% in Italia) mentre i posti Covid nei reparti ordinari erano saturi al 52% (contro il 51% in Italia) Posti letto dell’una e dell’altra tipologia di molto incrementati rispetto a prima dell’emergenza sanitaria, quelli ordinari ammontano a 5310. Ma per rendere operativi reparti e terapie intensive servono operatori sanitari di tutte le professioni. Negli anni del blocco del turn-over e del commissariamento si sono perse 10mila unità di personale, un numero enorme in una situazione normale, figuriamoci in piena emergenza sanitaria. Occorre riconoscere che negli ultimi mesi uno sforzo è stato fatto, si è provveduto a 6.495 assunzioni ma ancora non basta, mancano ancora circa 4.000 unità per recuperare quanto si è perso in questo decennio. E le figure professionali non si trovano. Non per caso la Regione ha fatto bandi per il reclutamento di medici in pensione e ha contrattualizzato medici specializzandi.

Francesco Cogliati Dezza ha 28 anni, ha appena cominciato il suo terzo anno di specializzazione in infettivologia al Policlinico Umberto I di Roma. È a casa con il Covid, per fortuna non ha avuto problemi respiratori, ma per il resto è stato proprio male a cominciare dal febbrone. A fine ottobre ha firmato di venerdì sera alle 19.30 il contratto come dirigente medico, insieme ai suoi compagni di corso, ha preso servizio la mattina dopo. In realtà fronteggia il virus nel suo reparto da marzo scorso, sono stati gli oltre 400 specializzandi in corsia che hanno impedito alla sanità romana di franare. L’impatto è stato davvero forte e inaspettato: “Ho cambiato il punto di vista con cui affronto la malattia e i pazienti. Ci sono, però, alcuni aspetti negativi, da marzo non facciamo più formazione e le malattie infettive non sono solo Covid. E comunque – aggiunge – ci sarebbe piaciuto che un professore ci aiutasse a dare una lettura più complessiva di quello che accade. Certo - ripete più volte Cogliati Dezza - sia dal punto di vista professionale che da quello umano è un'esperienza immensa, nessuno di noi pensava di affrontare questa specializzazione trovandosi di fronte ad una pandemia, ed invece ci si è aperto un mondo dandoci curiosità e interessi nuovi sull’epidemiologia e sulla salute globale”. E il dottor Cogliati Dezza, insieme ai suoi compagni di corso “inviati al fronte” ha sperimentato e ha acquisito consapevolezza di cosa sia sfruttamento sul lavoro: “Lavoriamo anche due settimane di seguito senza riposi, ora abbiamo un contratto e un salario relativo. Durante la prima ondata abbiamo lavorato senza sosta senza nessuna tutela e nessuna retribuzione se non l’assegno della borsa di studio. Per noi non era stato previsto nemmeno il bonus di mille euro che la Regione ha previsto per medici e infermieri impegnati nei reparti Covid. Ci siamo messi insieme, abbiamo aperto una vertenza e abbiamo vinto”.

Per Giancarlo Cenciarelli, segretario generale della Fp Cgil di Roma e del Lazio, la vera emergenza in regione continua ad essere proprio la mancanza di personale: “Certo negli ultimi mesi si sono fatte moltissime assunzioni, la maggior parte a tempo indeterminato, ma non bastano nemmeno a colmare il deficit di organico determinato dal blocco delle assunzioni degli ultimi 10 anni”. Esiste poi un’emergenza nell’emergenza, sottolinea il segretario della Fp: “Oscilla tra 1.300 e 2.000 il numero di medici infermieri e personale sanitario a casa ogni settimana perché positivo, su una platea di circa 49 mila persone è una quota rilevante che costringe a doppi turni e mancati riposi chi è in servizio. Occorre assumere almeno altre tremila persone”.

Le assunzioni fatte negli ultimi tempi hanno consentito un respiro di sollievo a Francesca De Meo. Ha 48 anni e lavora come infermiera nel reparto di terapia intensiva dell’Ospedale Grassi di Ostia interamente convertito in Covid. La incontriamo telefonicamente alla fine di un turno di lavoro, la sua voce racconta la fatica più delle parole, ma fatica è la parola che utilizza di più insieme a solitudine: “I nostri pazienti sono soli, lontano dalle famiglie e siamo soli anche noi. Gli stessi presìdi di protezione individuale, la tuta la mascherina, il casco integrale aumentano le distanze tra noi e loro. Dal punto di vista psicologico il confronto con questa malattia è terrificante”. Racconta ancora “Giorni fa ho cambiato le garzine che chiudevano gli occhi ad un paziente intubato per evitare si seccassero. Quando le ho sollevate ho scoperto lacrime. La loro sofferenza è davvero dura da sopportare. Facciamo di tutto per dar loro sollievo non solo dal punto di vista sanitario. Ad esempio – aggiunge – teniamo accesa la radio per fargli mantenere un contatta con la realtà fuori dall’ospedale”. Un grande sforzo quello delle infermiere e degli infermieri, per fortuna lo dicevamo sono arrivati i rinforzi la pianta organica è al completo ma non un’unità di personale in più: allora capita, come in questi giorni, che due infermieri siano a casa con il Covid e i turni devono comunque essere tutti coperti.

Uno dei problemi sottolineati dalle organizzazioni sindacali è la diminuzione della sanità non Covid, tenuto conto che strutture ambulatoriali e di diagnostica fuori dagli ospedali sono davvero rare. Allora molte strutture ospedaliere hanno stipulato convenzioni con presìdi privati, per far utilizzare le strutture dai propri chirurghi e riuscire ad effettuare così anche gli interventi non urgenti. Ovviamente tutto ciò ha un costo. C’è chi, però prova a resistere. Rosaria Nardone è un’endocrinologa, si occupa di diabete e lavora in un grande ospedale romano, il San Camillo. “Durante la prima ondata, racconta, da noi come nelle altre strutture della Regione c’è stato il blocco di tutte le attività non urgenti, gli unici pazienti che abbiamo continuato a vedere sono state le donne in gravidanza e i pazienti affetti da una particolare forma di diabete che colpisce gli arti inferiori. Oggi, per fortuna, non è così. Riusciamo a visitare tutti ma ovviamente con dei protocolli di accesso agli ambulatori molto dettagliati e quindi il numero dei pazienti che accede alla struttura è assai inferiore rispetto a prima. Come fare? Pur essendo solo in due abbiamo aumentato le ore di ambulatorio tenendolo aperto anche nel pomeriggio e al sabato mattina”. Certo, prosegue il suo racconto Nardone, ancora non sono riusciti a smaltire l’arretrato accumulato durante la prima ondata ma cercano di dare risposte a tutto. E non finisce qui. La diabetologia è una specializzazione affine alla medicina interna, alcuni di questi reparti sono stati riconvertiti in Covid, anche alla dottoressa Nardone è stato chiesto di coprire un po’ di turni di guardia nei festivi in quei reparti per sostenere i colleghi. “Rispetto a loro, agli infettivologi, ai rianimatori io faccio davvero poco ma penso che ciascuno di noi, non solo medico, può fare un pezzettino e molti la pensano come me – riflette ad alta voce -.  Io non ho paura per me, ho paura di trovarmi davanti ad una situazione che non so gestire. Per fortuna lavoro in un grande ospedale dove la multidisciplinarietà è di casa”. C’è un altro lascito che questa esperienza consegna alla dottoressa, la necessità dell’empatia: “La partecipazione al sentire e al dolore del paziente è una parte consistente della cura”.

Tra le tante cose che non funzionano va segnalata una buona notizia. A ottobre Cgil Cisl e Uil, le categorie dei lavoratori pubblici e dei pensionati, hanno sottoscritto un accordo con la Regione Lazio per l’apertura di due Rsa pubbliche in ciascuna Asl, ne sono già nate tre. “Un accordo importantissimo - conclude il suo ragionamento il segretario Fp Cenciarelli - perché queste strutture sono davvero in grandissima difficoltà. Il personale che può sta abbandonando per andare a lavorare nelle strutture pubbliche, giustamente, visto che le aziende applicano un contratto varato nel 2012 con l’Ugl e altre sigle minori, ovviamente non sottoscritto dalle confederazioni, con una notevole riduzione di salario e diritti”.