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Piemonte, un'idea di futuro

Maria Antonia Fama e Giustina Iannelli
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"Alleanze di scopo con gli altri grandi attori e soggetti della società, dalle associazioni imprenditoriali alle università, al fine di tracciare una linea di prospettiva per la nostra regione e discuterla con le istituzioni". Così Pier Massimo Pozzi, segretario generale della Cgil piemontese, inizia il racconto di quello che è stato un anno difficilissimo, il 2020, e di come agire per riscattare il territorio. "Sotto la lente di ingrandimento, la sanità e la grande carenza di medicina territoriale: ci vogliono investimenti e adesso le risorse ci sono. Uno degli obiettivi è creare occupazione e lavoro di qualità, sfruttando la nostra tradizionale vocazione manifatturiera. In tutti i settori, dall'automotive al biomedicale, al tessile. Non possiamo perdere questa occasione"

Il Piemonte è ancora una regione del Nord? I dati dicono che, da locomotiva industriale per 140 anni, ora il Piemonte è agli ultimi posti delle classifiche delle regioni. Il Covid ha intaccato l'economia, spazzato via le aziende, azzerato il lavoro delle partite iva, ridotto alla fame i precari.

Ma non è solo colpa del virus. Il Piemonte ha smesso di crescere da tempo, quando ha perso la grande manifattura, con la mancanza di investimenti, i grandi cantieri fermi, l'assenza di un piano di sviluppo, una qualificazione media della forza lavoro tra le più basse nelle regioni del centro-nord.

Secondo i dati elaborati da Ires-Cgil Piemonte, a fine anno il Pil dovrebbe ridursi di circa il 10%, ritornando praticamente ai valori del 1995. L'occupazione dovrebbe ridursi a fine 2020 tra il 7.6% e il 10.8% del totale dei lavoratori dipendenti del privato, con quest'ultima previsione collegata a uno scenario di crisi prolungata, che porterà a una diminuzione di circa 141mila addetti.

Tutti i settori risentono di questo peggioramento: dall'industria manifatturiera (che rappresenta un pilastro fondamentale dell'economia dell'area metropolitana torinese) al terziario, quest'ultimo particolarmente colpito nelle attività a basso valore aggiunto che si traducono in lavoro povero e precario per i dipendenti e per chi opera nei servizi in appalto.

La crisi ha picchiato duro, in particolare, nel biellese: nella città-distretto del tessile il 77% delle 800 aziende è interessata dagli ammortizzatori sociali. E dalla prima crisi del tessile nel 2002, a oggi, si sono persi 12mila posti di lavoro.

Di fronte a questa situazione, è necessario mettere a punto rapidamente un piano di rilancio per l'intera regione. Ci vogliono azioni incisive e prolungate, ricercando alleanze possibili con le altre forze sociali, servono proposte adeguate per la condivisione di un progetto di sviluppo, per difendere e creare lavoro.