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La ricostruzione

La Sicilia da sempre contro la mafia

La mafia è la prima azienda italiana
Foto: autore: k21991, da flickr
Ilaria Romeo
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"Non è la prima volta che ci occupiamo di questo e non sarà neanche l'ultima", diceva Girolamo Li Causi nella seduta dell'Assemblea costituente del 15 luglio 1947. Due mesi prima la strage di Portella della Ginestra. Poco dopo la morte di Placido Rizzotto. Una storia d'impegno contro la criminalità organizzata, con la Cgil in prima linea

“Onorevoli colleghi - diceva Girolamo Li Causi all’Assemblea costituente nella seduta del 15 luglio 1947 - non è la prima volta che ci occupiamo della Sicilia e credo che non sarà nemmeno l’ultima”. Aveva ragione. Due mesi prima, il Primo maggio del 1947, a Portella della Ginestra in provincia di Palermo, la banda di Salvatore Giuliano aveva aperto il fuoco sui contadini e sugli operai riunitisi per celebrare la festa dei lavoratori.

La gente in festa è colpita, improvvisamente, da raffiche di mitra, provenienti dalle colline circostanti. Muoiono 11 persone, fra cui anche bambini. È la prima strage dell’Italia repubblicana, rimasta impunita e il suo bersaglio diretto è il mondo del lavoro, il movimento contadino e bracciantile. Non passa nemmeno un anno e la mafia torna a colpire. Di nuovo il mondo del lavoro, di nuovo un sindacalista, Placido Rizzotto.

Giuseppe Di Vittorio, confermando che il problema siciliano è un problema nazionale, avanza al Comitato direttivo della Cgil delle proposte che vengono discusse e approvate. Di fronte all’inerzia del governo nel condurre le indagini, la Cgil decide di dare un premio di mezzo milione di lire a chiunque darà notizie utili a ritrovare Rizzotto ed a scoprire i colpevoli del delitto: una cifra importante se si pensa allo stipendio medio di un operaio nel 1950.

Ma il 16 maggio 1955, la mafia uccide ancora. La vittima questa volta è Salvatore Carnevale.

A poco meno di due mesi dall’omicidio, il 7 luglio 1955, Giuseppe Di Vittorio, segretario generale della Cgil, scrive a Francesca Serio in Carnevale, mamma di Salvatore. Recita la lettera conservata nei locali dell’Archivio storico della Cgil nazionale: “Cara compagna, scusami innanzi tutto se non ti ho scritto prima d’ora. La Segreteria confederale ha esaminato la particolare situazione economica della tua famiglia causata dalla morte del caro ed eroico compagno Salvatore Carnevale, assassinato dalla mafia perché difensore accanito e fedele della causa dell’emancipazione del lavoro. Mentre ti rinnovo le condoglianze più fraterne per la insostituibile perdita del tuo caro figlio, la cui morte sarà di fulgido esempio per tutti i lavoratori siciliani e di tutta Italia, ti invio la somma di lire 100.000 come aiuto della CGIL, per portare un po’ di sollievo alle tue necessità. Fatti forte cara compagna Francesca e sii certa che il sacrificio di tuo figlio non resterà senza frutto. La marcia dei lavoratori verso un avvenire di pace, di benessere, di maggiore tranquillità per tutti, è continua. Verrà il giorno in cui gli ideali di tuo figlio, che sono gli ideali di tutti i lavoratori del mondo, saranno realizzati. Il segretario generale Giuseppe Di Vittorio”.

La vicenda relativa all’omicidio di Salvatore Carnevale è particolarmente interessante perché, tra l’altro, vede protagonisti due futuri presidenti della Repubblica: Sandro Pertini sarà a fianco di Francesca Serio per tutta la durata del processo; mentre nel collegio di difesa degli imputati, condannati all’ergastolo in primo grado ed assolti in appello e in Cassazione per insufficienza di prove, compare un altro futuro presidente della Repubblica, l’avvocato Giovanni Leone.

La rappresentanza degli interessi di mamma Carnevale è fatta propria dal Comitato di solidarietà democratica, movimento attivo nello scenario politico italiano nato a seguito dell’attentato a Togliatti, fondato da Umberto Terracini con l’intento di difendere le libertà democratiche e di fornire assistenza legale e sostegno materiale agli arrestati per motivi politici e alle loro famiglie, con particolare riferimento agli ex – partigiani attivi durante la Resistenza accusati nell’immediato dopoguerra di atti di violenza sommaria nei confronti di fascisti e avversari politici (tra gli avvocati protagonisti del procedimento Carnevale compare Lelio Basso).

“Non sono in molti a ricordarlo - raccontava Emanuele Macaluso, segretario generale della Cgil Sicilia dal 1947 al 1956, in una bella intervista rilasciata a Rassegna Sindacale in occasione del 70° anniversario di Portella della Ginestra -, ma dall’inizio del 1947 e fino a prima dell’attentato erano stati ammazzati già tre sindacalisti: tutti uomini di valore, dirigenti e militanti del calibro di Accursio Miraglia, Pietro Macchiarella, Nunzio Sansone. Anche se va detto che le intimidazioni, quando non addirittura gli atti terroristici contro il movimento sindacale e i suoi leader erano cominciati nell’immediato dopoguerra, con l’attentato del 16 settembre ’44 a Girolamo Li Causi, all’epoca segretario del Pci siciliano, avvenuto durante un comizio a Villalba. Quel giorno io mi salvai per miracolo: ero al suo fianco e ricordo per filo e per segno gli attimi che fecero seguito alla sparatoria scatenata dagli uomini di don Calogero Vizzini, dove risultarono ferite 14 persone e in occasione della quale lo stesso Li Causi fu colpito a una gamba, un fatto che lo renderà claudicante per il resto della sua vita”.

Alla constatazione degli intervistatori: “A cadere sotto i colpi della mafia erano soprattutto sindacalisti della Cgil…”, Macaluso rispondeva: “Esclusivamente della Cgil! unitaria fino al 1948, della Cgil post-scissione in seguito”. “Quale era il nostro convincimento? - affermava l’ex direttore de L’Unità in risposta ad una nostra domanda - Che era un prezzo da pagare…”. Un prezzo che in tanti - troppi - hanno pagato e continuano direttamente o indirettamente ancora oggi a pagare.

Cosa fa un sindacalista?, ci sentiamo spesso chiedere. Un sindacalista fa il suo lavoro, anche quando non è facile. Un sindacalista ascolta, comprende, guida, indirizza, consiglia, e quando può, interviene. Un sindacalista combatte e lotta, anche a costo della vita. Anche a costo, ce lo ha insegnato Giuseppe Di Vittorio, di enormi sacrifici. Perché la nostra è una causa grande una causa giusta. Una causa che val bene un rischio, val bene una vita. Perché lavorare nella Cgil e per la Cgil non è, non può essere, un mestiere come un altro. Perché ci sono delle radici che non si possono sdradicare.