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Partito comunista

Camilla Ravera, la donna dei primati

Ilaria Romeo
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Fu l'unico personaggio femminile che, durante il periodo della formazione del gruppo dirigente del Partito comunista, assunse la statura di dirigente politico nazionale, entrando nel 1923 nel Comitato centrale e nel 1926 nell'Ufficio politico. Fu anche la prima donna a diventare senatrice a vita nel 1982

4.759: tanti sono i giorni che Camilla Ravera trascorre in prigione quando i fascisti la catturano. Un primato. Ma i suoi primati sono tanti: è l’unica donna che durante il periodo della formazione del gruppo dirigente del Partito comunista assume la statura di dirigente politico nazionale, entrando nel 1923 nel Comitato centrale e nel 1926 nell’Ufficio politico, la prima donna a diventare senatrice a vita nel 1982.

È “Silvia”, è “Micheli” e i fascisti rimangono di stucco quando il 10 luglio del 1930 si trovano davanti una donna minuta.  Arrestata ad Arona (Novara) e condannata a 15 anni di carcere, ne sconterà cinque in cella, gli altri al confino a Montalbano Jonico, San Giorgio Lucano, Ponza e Ventotene. Al momento della scarcerazione le sue condizioni di salute sono tanto precarie che, prima di essere avviata al confino, viene mandata in licenza a casa sua a Torino, dove rimane fino al novembre del 1936. 

Mussolini ordina il suo primo arresto nel novembre 1922 (una comunista, donna per giunta!), ma Camilla riesce a sfuggire alla cattura per quasi otto anni. Arrestata condividerà, in luoghi e tempi diversi, il suo destino con illustri compagni e compagne destinati alla medesima sorte: Terracini, Spinelli, Rosselli, Amendola, Gramsci, Silone, Grieco, Spano, Togliatti, Felicita Ferrero, Teresa Noce, Sandro Pertini. Sarà proprio lui, nel 1982, a nominarla – prima donna nella storia del nostro Paese – senatrice a vita. 

“A chi gli propose, per il Senato a vita, un illustre bancario - racconterà Giulio Andreotti -  ineccepibile sotto tutti gli aspetti, Pertini rispose: ‘Non era con me quando lottavamo contro il fascismo’, e scelse Camilla Ravera”. Quando, il 26 gennaio 1982, Camilla fa il suo primo ingresso a Palazzo Madama, i senatori, riuniti in assemblea plenaria, l’accolgono tutti in piedi. La sua nomina, scriverà in un commosso messaggio la presidente della Camera Nilde Iotti, “premia una lunga e straordinaria milizia al servizio della libertà, della democrazia, del socialismo. Grazie anche a te, carissima Camilla, è stata mantenuta viva l’idea della libertà nel periodo più buio della travagliata storia italiana; la democrazia si è arricchita di grandi contenuti innovatori; il movimento emancipatore delle donne ha avuto slancio e conseguito grandi successi. Voglio quindi esprimerti la commossa soddisfazione mia personale e di tutta la Camera dei deputati per una nomina che onora altamente il Parlamento”.

Il percorso politico di Camilla Ravera ha radici biografiche e familiari profonde. In molte interviste e racconti autobiografici lei stessa individuerà il suo battesimo politico in un episodio dell’infanzia, quando – a soli otto anni – si trova di fronte a un enorme corteo di donne guidato da un uomo che teneva in mano una grande bandiera rossa. 

“La mamma – racconterà – accortasi dello spavento che provavo, mi disse che quelle donne erano le pulitrici dell’oro, che protestavano perché con la loro paga, guadagnata lavorando dodici ore al giorno, non riuscivano a comprarsi nemmeno il pane e che le loro mani erano distrutte dall’acido che usavano per pulire l’oro. E mi disse che non dovevo avere paura dei lavoratori in sciopero e che mi sarebbe capitato spesso di re-incontrarli. Chiesi dove andassero e perché quell’uomo le guidasse. Lei rispose che non sapeva dove stessero andando ma che quel signore che imbracciava la bandiera rossa era Filippo Turati, il fondatore del Partito socialista italiano”.

Ma è l’incontro con Antonio Gramsci a cambiare per sempre la sua vita. “Io e Gramsci – ricorderà anni dopo – chiacchierammo un po’ e, verso la fine della conversazione, durante la quale mi si era rivolto dandomi del lei, mi disse che voleva che partecipassi al lavoro di redazione. Io, timida com’ero, tentai con banali giustificazioni di non accettare. Famiglia, scuola ed inesperienza furono le mie scusanti, ma Gramsci prima ascoltò con pazienza i miei farfugliamenti e poi disse: ‘Le chiedo formalmente di entrare a far parte della redazione dell’Ordine Nuovo’”.

Dalle colonne de la Tribuna delle donne prima, e de La compagna poi, Camilla – che mai si definirà femminista, ma “un’attenta osservatrice delle condizioni di vita delle donne” – condurrà innumerevoli battaglie cercando di dare voce diretta alle istanze femminili.

“In tempi in cui per le donne era quasi impossibile partecipare attivamente alla vita politica e sociale – affermava commemorando la sua scomparsa Nilde Iotti – Camilla Ravera è già una protagonista, in quella fucina di elaborazione teorica e di azione politica che è la Torino dell’Ordine nuovo e dei primi grandi nuclei di classe operaia, delle lotte che seguirono la fine della prima guerra mondiale, del drammatico insorgere del fascismo. Nel periodo cruciale della formazione del gruppo dirigente di quello che diverrà nel ‘21 il Partito comunista d’Italia”.

“Era piccola, magra, un po’ curva, i capelli bianchi ordinatamente raccolti sulla nuca”,  così la descriveva il giorno successivo alla sua scomparsa Miriam Mafai. Così la ricordiamo in tanti nella nota fotografia con Enrico Berlinguer. Una donna, nelle parole di Alessandro Natta, “protagonista e una testimone di decenni e decenni di drammi, di tempeste e di luci, di sofferenza, di travaglio intellettuale, di tragiche sconfitte, di folgoranti riscatti, di lotta sempre”.