Sette milioni di italiani temono di perdere il proprio posto di lavoro per “colpa” dell'innovazione. È uno dei dati più allarmanti che emerge dal 3° Rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale realizzato in collaborazione con Credem, Edison, Michelin e Snam, e che è stato presentato oggi (5 febbraio) a Roma presso la Sala Zuccari del Senato da Francesco Maietta, responsabile dell'Area Politiche sociali del Censis. Si tratta di un “sentimento” di cui occorre tener conto se si vuole controllare il progresso – senza subirne passivamente gli effetti – e rendere i lavori partecipi e non spaventati dai cambiamenti. Una sfida fondamentale anche per il sindacato che si è dato tra i suoi obiettivi, appunto, quello di “governare l'algoritmo”.

Il rapporto è stato discusso da Alberto Perfumo, amministratore delegato di Eudaimon, Carmelo Barbagallo, segretario generale della Uil, Claudio Durigon, membro della XI commissione Lavoro della Camera dei deputati, Andrea Cuccello, segretario confederale della Cisl, Ivana Galli, segretaria confederale della Cgil, Marco Leonardi, professore di Economia politica dell'Università degli studi di Milano, Giovanni Morleo di Confindustria e Massimiliano Valerii, direttore generale del Censis.

In particolare, quasi un operaio su due vede il proprio lavoro a rischio. L'85% dei lavoratori esprime una qualche paura o preoccupazione per l'impatto atteso della rivoluzione tecnologica e digitale (il dato supera l'89% tra gli operai). Il timore, però, non è solo quello di perdere il posto di lavoro. Il 50% degli intervistati crede che si imporranno ritmi di lavoro più intensi, per il 43% si dilateranno gli orari di lavoro, per il 33% (il 43% tra gli operai) si lavorerà peggio di oggi, per il 28% (il 33% tra gli operai) la sicurezza non migliorerà. Come si vede, i più preoccupati sono i lavoratori più deboli, gli operai, altro tema da porre al centro dell'attenzione, con tutto quello che comporta nei termini della necessità di una formazione continua che garantisca alle persone occupabilità e possibilità che le proprie competenze non risultino rapidamente obsolete.

Non solo. Secondo la ricerca il 70% dei lavoratori (il 74% degli operai) teme la riduzione di redditi e tutele sociali. Per il 58% (il 63% tra gli operai) in futuro si guadagnerà meno di oggi. E per il 50% si avranno minori tutele, garanzie e protezioni. In questo caso gli equilibri cambiano: le percentuali sono più elevate tra dirigenti e quadri (54%); seguono operai (52%) e impiegati (49%). Forte è anche il timore di nuovi conflitti in azienda: per il 52% dei lavoratori (il 58% degli operai) sarà più difficile trovare obiettivi comuni tra imprenditori, manager e lavoratori.

Importante anche l'aspetto retributivo. Fatto 100 lo stipendio medio italiano, nei settori tecnologici il valore sale a 184,1, mentre negli altri comparti scende a 93,5. Sono i numeri di una disuguaglianza salariale in atto nelle aziende italiane che convive con le paure dei lavoratori e certifica l'esistenza di un gap tra chi oggi lavora con le nuove tecnologie e chi no. Secondo lo studio, infine, per due lavoratori su tre che già ne beneficiano (il 66%), il welfare aziendale sta migliorando la loro qualità della vita. Le percentuali sono elevate tra dirigenti e quadri (89%), lavoratori intermedi (60%), operai (79%). Guardando al futuro, il 54% dei lavoratori è convinto che gli strumenti di welfare aziendale potranno migliorare il benessere in azienda. E in vista dell'arrivo di robot e intelligenza artificiale, il welfare aziendale viene annoverato tra le cose positive che si possono ottenere in un futuro immaginato con meno lavoro, meno reddito e minori tutele.

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